TOP
swing riot

Noi, i Robot e il Capitano Swing

Lavoro e automazione, un tema che negli ultimi decenni si sta presentando con rinnovata urgenza nel dibattito politico ed accademico. Di fronte al ritmo serrato del progresso tecnologico, cresce di pari passo il rischio di vedere le macchine sostituire l’essere umano in diversi ambiti lavorativi.

L’efficienza di un computer o un robot nell’eseguire mansioni ripetitive, o più semplicemente lavori dove il giudizio squisitamente umano non è richiesto, non darebbe scampo al comune mortale, costretto a competere in una corsa in cui è destinato a perdere. 

Gli esempi nella storia più o meno recente certamente non mancano, dalla vendita dei biglietti del treno fino al ruolo del proiezionista nelle sale cinematografiche, quando l’uso della pellicola ancora esigeva l’attenzione umana per assicurare una visione senza intoppi. Le macchine ormai permeano innumerevoli aspetti della nostra quotidianità, supportando o in alcuni casi soppiantando le attività che fino a poco tempo fa solo un essere umano era capace a svolgere. 

A fronte della fitta lista di impieghi passati dall’uomo alla macchina, l’automazione si sta insinuando gradualmente nella vita lavorativa, consentendo ai lavoratori e alle lavoratrici di dimostrarsi ancora un complemento necessario ai software negli uffici o ai bracci meccanici delle catene di montaggio.

Le nuove tecnologie sono ormai una realtà concreta nei processi produttivi di moltissimi paesi, anche se le loro evidenti limitazioni tutt’ora permettono una relativamente pacifica convivenza con la loro controparte umana. Per quanto ancora però?

La domanda sorge spontanea e recenti studi hanno cercato di dirimere la questione, giungendo spesso a conclusioni estremamente differenti. Alcuni economisti stabiliscono che nei prossimi vent’anni il 47% dei lavori negli Stati Uniti potrebbe essere sostituito da una macchina.

Le stime della Banca Mondiale sono anche più pessimiste, giudicando gli impieghi a rischio intorno al 57%. Altri studi sono invece più ottimisti, abbassando la percentuale al 9% per i paesi OCSE, dove la presenza della tecnologia nel tessuto economico è particolarmente rilevante.

Naturalmente tutte queste stime vanno lette all’interno del loro contesto: le conclusioni fatte su previsioni ventennali rispetto a processi anche non lineari, come il progresso tecnologico, hanno spesso un ampio margine di errore. Il nocciolo della questione rimane senza risposta: l’avvento delle macchine seguirà uno sviluppo graduale come quello attuale o potremmo assistere ad una totale rivoluzione nel mondo del lavoro in un futuro prossimo? La risposta è cruciale per capire se il fenomeno dell’automazione sarà effettivamente gestibile a livello sociale ed economico. 

Di fronte a tali incertezze si potrebbe rivolgere l’attenzione su altri aspetti già osservabili. Innanzitutto, è importante chiedersi quale sia attualmente l’impatto delle macchine su occupazione, salari e, di conseguenza, diseguaglianze.

Gli economisti Acemoglu e Restrepo, in una recente pubblicazione, studiano l’impatto dell’avvento dei robot e dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti tra il 1990 al 2007. Esaminando le dinamiche dei mercati del lavoro disaggregati a livello industriale e geografico, giungono alla conclusione che l’avvento delle macchine ha un effetto negativo sia sui salari che sull’occupazione.

Per ogni nuovo robot ogni mille abitanti, infatti, viene osservata in media una diminuzione dell’occupazione di quasi mezzo punto percentuale e un abbassamento degli stipendi locali di più dello 0,7%. Molto dell’effetto osservato dipende da una cerchia ristretta di impieghi, sproporzionatamente presi di mira dai robot, come ad esempio lavori manuali e di catena di montaggio o, più genericamente, molte delle professioni che non richiedono titoli di studio universitari o una preparazione specifica.

Al netto di queste informazioni, è probabile che l’avvento dell’automazione porti con sé anche un ampliamento delle diseguaglianze. Ancora una volta questi non sono dati definitivi, in quanto non considerano gli effetti indiretti che si possono osservare altrove: abbassare i costi di produzione può anche significare creare altre opportunità di lavoro in altri settori e aree geografiche. Ad ogni modo, è importante avere un’indicazione generale di quale possa essere stato l’impatto delle nuove tecnologie sul lavoro fino ad ora. 

Nonostante i dati fin qui analizzati tratteggino la realtà attuale, è ancora difficile capire quali possano essere le conseguenze socio-economiche che verrebbero a verificarsi in un ipotetico scenario, dove il diffuso impiego di macchine andrebbe a soppiantare gli esseri umani nelle mansioni lavorative in maniera radicale ed improvvisa.

Di fronte a tale quesito può giungere in soccorso un evento storico della prima metà del XIX secolo in Inghilterra, quando per la prima volta delle macchine si proposero come alternativa all’uomo: “le rivolte del Capitano Swing” (libera traduzione dall’originale “Swing Riots”). 

Le rivolte ebbero luogo tra l’estate del 1830 e la primavera del 1832 nelle campagne inglesi, inizialmente nella contea del Kent, e si diffusero poi rapidamente in tutto il resto del paese. Più di tremila rivolte esplosero in tutta la nazione, il proletariato rurale si ribellò contro i grandi proprietari terrieri chiedendo paghe dignitose, meno tasse e soprattutto più lavoro.

Le proteste assunsero varie forme, anche se principalmente presero di mira le fattorie dei padroni, appiccando incendi e distruggendo i macchinari. Mandante immaginario di queste spedizioni era il Capitano Swing, il cui nome portava con sé una ventata di terrore nelle case dei grandi proprietari, che ricevevano ogni giorno lettere di minaccia firmate a suo nome provenienti da ogni dove.

Gli storici hanno attribuito diverse ragioni per le proteste, dallo sfruttamento della forza lavoro, fino agli iniqui contributi che i lavoratori dovevano versare presso gli enti politici locali. Ad ogni modo, un elemento fondamentale che alimentò il malcontento popolare fu l’introduzione dei primi macchinari di trebbiatura meccanica, che garantivano gli stessi risultati produttivi in meno tempo e con meno forza lavoro. L’ovvio risultato fu un drastico aumento della disoccupazione e una diminuzione dei salari. 

Un recente studio ha preso in esame questi eventi, cercando di trovare un legame di causalità tra l’adozione di questi nuovi macchinari e la diffusione delle rivolte, avanzando possibili spiegazioni agli “Swing Riots”.

Il compito è senza dubbio difficile, anche se è possibile capire la narrazione sottostante tramite una rappresentazione visiva– e i lettori più appassionati possono sempre consultare le dettagliate evidenze statistiche riportate nell’articolo.

Nell’immagine seguente viene accostata alla mappa delle rivolte (Panel A), l’utilizzo di macchine per la trebbiatura (Panel B), di cui si ha notizia grazie alle informazioni contenute negli annunci di vendita di lotti agricoli sui giornali dell’epoca. La somiglianza delle due immagini sembra deporre a favore dell’ipotesi della “rivolta contro le macchine” più che contro i padroni: i contadini inglesi identificano le nuove tecnologie agricole come causa del proprio sfruttamento e si scagliano contro di esse per riottenere il posto di lavoro.  

https://lh5.googleusercontent.com/26lQP902U1MuKOZSatHqm8SAZOO943D2bqr8OUvVg-LjU3D76SzOVrcu1R9sYg3mbChfP4t7FXONvhHLgY2uDT6CkrxIPDbZB75zH6vckgyz3_T0hCkFl8ScvRIoaYOR1_MVHUw

Per corroborare ulteriormente l’ipotesi, lo studio prende in considerazione anche un altro aspetto. La trebbiatrice è una macchina utilizzata per sgranare i cereali e separarli dalla paglia e in quel periodo in Inghilterra era usata esclusivamente nelle colture di grano.

Se le ribellioni fossero effettivamente motivate dall’adozione dei nuovi mezzi di produzione, si dovrebbe osservare una maggiore incidenza delle proteste nelle aree in cui l’utilizzo di queste macchine fu più comune.

La seguente illustrazione mostra in colore verde le zone del paese più indicate per la coltivazione del grano e, sovrapposta, una rappresentazione visiva delle rivolte: ancora una volta l’immagine sembra avvalorare la congettura degli autori. I risultati presentati nell’articolo sono anche piuttosto chiari: in media la probabilità di osservare rivolte nelle zone “verdi” è pressoché il doppio rispetto alle altre zone del paese. 

https://lh5.googleusercontent.com/9g4EzCfQs3MkGSC1TBDFydIX060dGCzLMegh6jNg_4bf_VKMqA6XSyCBSUqmK_wskfsR_IINQ4aMEFKI-L3TjQCz4MJZXuxljYF0YBTkT0fJl2ejlzQwtJYCrCj2LW1jtaRijbw

Nonostante il parallelo storico sia solo un espediente per inquadrare i primi conflitti tra l’essere umano e la minaccia dell’automazione, questo episodio rimane un esempio lampante di come presto o tardi dovremmo fare i conti con il problema.

Gli Swing Riots”, come le rivolte luddiste avvenute circa 20 anni prima, sono una chiara esemplificazione dei potenziali squilibri sociali che possono generarsi quando il progresso tecnologico non è accompagnato da politiche mirate a tutelare cittadini e lavoratori.

I nuovi avanzamenti tecnologici rimangono tra i mezzi più efficaci per affrontare gli ostacoli futuri, in primis il cambiamento climatico: riconoscere questo aspetto è necessario per non cadere in facili retoriche “passatiste” che identificano la macchina come principale antagonista all’essere umano.

Il tema deve essere quindi trattato seriamente nel dibattito politico attuale per evitare di arrivare impreparati ad un futuro dove le conseguenze saranno dolorosamente tangibili. Investire nell’istruzione, intesa sia come educazione scolastica che come formazione professionale, è un primo passo per facilitare una convivenza pacifica tra gli esseri umani e le forme sempre più sofisticate di intelligenza artificiale, continuando a garantire all’uomo un ruolo complementare rispetto alla tecnologia che utilizza. Sottovalutare le fonti storiche e i pochi dati finora disponibili potrebbe avere serie ripercussioni nel lungo termine. 

FONTI

https://voxeu.org/article/robots-and-jobs-evidence-us

https://www.oxfordmartin.ox.ac.uk/downloads/academic/The_Future_of_Employment.pdf

https://www.oecd-ilibrary.org/docserver/5jlz9h56dvq7-en.pdf?expires=1604330793&id=id&accname=guest&checksum=02CC5A1CE0B80C2A4BD039D86F9693A1

Articolo sugli “Swing Riots”

https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/aeri.20190385&from=f

Post a Comment