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Islamofobia

Islamofobia: Caratteristiche e manifestazioni in Europa, fra colonialismo ed eurocentrismo

Recensione di Gabriele Proglio (a cura di), Islamofobia e razzismo. Media, discorsi pubblici e immaginario nella decostruzione dell’altro, Torino, Seb27, 2020, 208 pp.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, la conferma del carattere epocale rappresentato dalla contrapposizione fra un presunto «mondo islamico» e quello euroatlantico viene dai recenti fatti di Conflans, in Francia, dove un giovane professore di Storia e Geografia è stato ferocemente decapitato per aver tenuto una lezione sulla libertà di espressione mostrando le vignette satiriche su Maometto pubblicate dal giornale satirico «Charlie Hebdo».

Un evento che ha ridato fiato alla narrazione pubblica sullo «scontro di civiltà» fra Islam e Occidente.

Dal punto di vista storiografico, diversi studiosi «classici» dell’Oriente islamico e dei conflitti che hanno insanguinato (e continuano ad insanguinare) quell’area, già da decenni mettono in guardia dai pericoli delle interpretazioni “orientalistiche” di quel mondo, un tempo finalizzate, come ha scritto Edward Said nel suo celebre saggio, ad affermare per contrasto una identità europea e a giustificare il controllo coloniale (o postcoloniale) europeo su quei territori.

Visioni che, ricordava Reinhard Schulze, schiacciano tutte le specifiche tradizioni storico-nazionali e storico-sociali su una presunta unità culturale musulmana totalizzante. Da questo, lo segnalava anche Ilan Pappe nel suo volume sulla storia della Palestina moderna, trascende una idea di «modernità» del Vicino e Medio Oriente che viene datata sostanzialmente con l’entrata in contatto con l’Europa.

Questa lente deformata con cui l’Occidente guarda l’Oriente non fa altro che rafforzare i discorsi politici dominanti che, come in Francia, tendono a rafforzare decisioni politiche, come quelle adottate da Macron in questi ultimi mesi, che nei fatti ghettizzano le popolazioni musulmane che vivono nei nostri Paesi, associandoli meccanicamente al fondamentalismo e al terrorismo.

Politiche che, propagandate spesso con gergo razzista e militaresco, forniscono un formidabile assist alla cosiddetta «radicalizzazione» dei giovani di origine arabo-musulmana. Della profondità culturale e politica di questo fenomeno islamofobico dà ampiamente conto il volume curato da Gabriele Proglio (con prefazione di Federico Faloppa) che, mirando volutamente a un pubblico di lettori non necessariamente formato da specialisti e non legato esclusivamente ai cultural e postcolonial studies, riproduce un grande affresco, le cui sezioni sono rappresentate dai sette saggi (ai quali seguono le tavole della fumettista Takoua Ben Mohamed) ivi contenuti.

Dalle premesse introduttive (che ovviamente non possono prescindere dal retroterra storico del colonialismo italiano con l’occupazione della Libia agli inizi del secolo scorso e dalle ultime manifestazioni pubbliche del sentimento islamofobico simboleggiato dal peloso dibattito sulla liceità o meno della povera Silvia Romano di convertirsi all’islam) e dalle precisazioni metodologiche, ai contesti storici e cronologici (come il periodo della cosiddetta Primavera araba, dal dicembre 2010 allo stesso mese del 2012); dai fenomeni discriminatori nel campo economico e lavorativo su base geografica ed etnico-religiosa alla trattazione di specifiche questioni anche dottrinarie  (come il sufismo); dalla decostruzione degli immaginari occidentali degli arabo-musulmani (nel cinema, ma anche nell’editoria e nel mondo dei media mainstream) ai fenomeni islamofobici presenti negli stessi Paesi d’origine (come la Tunisia), fino al discorso pubblico in salsa colonialista intorno ai temi dei diritti delle donne musulmane, il volume ha una struttura articolata e al tempo stesso chiara e sintetica che ci restituisce la complessità di un fenomeno che nell’ultimo ventennio (a partire dall’attentato alle Torri Gemelle del 2001) ha subito una brusca e continua accelerazione.

Ne esce chiaramente il carattere vorticoso di una visione che, al di là degli aspetti più strettamente politico-diplomatici, sta inghiottendo tutti gli ambiti e i settori della nostra società contemporanea.

Interessante e significativa risulta la scelta di affrontare il tema entrando spesso nella concretezza delle condizioni di vita (materiali e spirituali) degli uomini e delle donne che, pur senza aver mai neanche lontanamente pensato di sostenere il fondamentalismo islamico, subiscono le conseguenze (sul piano del lavoro, dei diritti civili e sociali, incluso quello di avere una propria cultura) di una visione colonialista e sostanzialmente razzista.

Lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse (spesso immigrati/e di seconda e terza generazione), commercianti, artisti, uomini e donne di cultura che vedono la loro vita personale, familiare, materiale e intellettuale dipendere da come vengono visti e giudicati da un discorso pubblico su cui si esercita un’egemonia basata su una presunta superiorità dei valori democratici occidentali. Alessandra Marchi, Marina Calculli, Clara Capelli, Gina Annunziata, Debora Del Pistoia, Charles Burdett e Sara Borrillo: questi i nomi delle studiose e degli studiosi autrici e autori dei saggi raccolti in un volume che, per quanto pubblicato in un periodo in cui la pandemia sembra mettere tutti e tutte sullo stesso piano (ma è lo stesso Gabriele Proglio a ricordare che anche in questo caso c’è una vulnerabilità asimmetrica su scala geografica, etnica e culturale), rappresenta una sfida riuscita alla narrazione tossica e aggrovigliata rappresentata dall’islamofobia.

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