TOP
Acqua corrente

Essere moderni significa essere incapaci di fermarsi e ancor meno di restare fermi

Il periodo storico in cui viviamo è forse il più complesso ed enigmatico mai esistito prima d’ora.  Ancora oggi facciamo esperienza di quel positivismo che ha impregnato le società occidentali del  XIX secolo, in cui si pensava che la scienza e la tecnologia avrebbero demolito qualsiasi barriera  posta al progresso umano.

Le basi per il Positivismo possiamo ritrovarle già negli studi di Henri de Saint-Simon che nel 1813 teorizzava una scienza umana in cui fosse possibile studiare la società e  l’essere umano attraverso metodi scientifici. Il pensiero di Saint-Simon si collocava in un periodo  storico particolarmente turbolento in cui tutta l’Europa era sconvolta dalle guerre napoleoniche e in  precedenza dalla Rivoluzione Francese.

È da questa esperienza che Saint Simon lega le sue idee  positiviste alla volontà di riorganizzare la società contemporanea. Di questa volontà ne abbiamo prova  nel saggio dal titolo De la réorganisation de la société européenne (1814), nel quale egli invoca la  nascita, nell’Europa post-napoleonica, di un nuovo ordine sociopolitico. Questa idea veniva tra l’altro  supportata dal processo di secolarizzazione in atto e pertanto dal progressivo declino della nobiltà  feudale e del clero soppiantati dall’avvento del ceto industriale e dalla sempre maggior considerazione concessa al mondo scientifico. 

Per Saint-Simon così come successivamente per Comte e per gli altri esponenti del movimento positivista – la società industriale ha il proprio fondamento nello sviluppo della scienza e della tecnica. Si costituiscono le basi dunque, per il passaggio da una società concettualmente quadrangolare  omposta da feudi, nobiltà, conquiste e cristianesimo, a una società composta da industrie, imprenditori, produzione e scienza.

La società come affermava Saint-Simon andava riorganizzata in strutture che abbandonavano la dicotomia “signore feudale-contadino” e che andavano nella direzione “imprenditore-operaio”. A cavallo tra XIX e XX secolo, attraverso la produzione, la società industriale ha dato vita parallelamente all’affermarsi della “società di massa” caratterizzata da un significativo ruolo delle masse nello svolgimento della vita politica e sociale, ma anche da una loro crescente omologazione, perdita di autonomia individuale e facilità di manipolazione ed eterodirezione.

Questi caratteri hanno aperto la strada al mercato dei consumi che ha portato  inevitabilmente a una graduale omogeneizzazione di costumi, stili di vita e modelli culturali,  delineando un nuovo tipo di società, in cui tuttora viviamo: quella appunto dei consumi.

La “società del consumo” ha soddisfatto i bisogni indotti dalla pressione della pubblicità e da fenomeni di imitazione sociale e ha fatto sì che a livello macroscopico nulla fosse visto sotto un’ottica diversa da  quella del profitto economico. Si delineava così il profilo del “soggetto consumante”. Se fino a quel momento, infatti, ancora valevano le leggi cartesiane del “cogito ergo sum”, durante questo periodo hanno lasciato il posto alle leggi governate dal “consumo ergo sum”.

La società di massa ha di fatto accentuato la visione antropocentrica integrandola con un nuovo parametro: quello del consumo.  Secondo lo storico britannico Eric Hobsbawm il XX secolo è stato il “Secolo Breve” in quanto l’accelerazione sempre più esasperata impressa agli eventi della storia ha portato nella vita degli esseri  umani trasformazioni sociali repentine ma durature. Ed è proprio in quest’ottica che possiamo inserire le nostre riflessioni a riguardo. 

All’analisi storica di Eric Hobsbawm si può affiancare l’analisi sociologica fatta da Bauman nel suo capolavoro Modernità Liquida. Nel saggio il sociologo polacco analizza la modernità che diviene  «individualizzata, privatizzata, incerta, flessibile, vulnerabile, nella quale a una libertà senza precedenti fanno da contraltare una gioia ambigua e un desiderio impossibile da saziare» in cui ogni  individuo viene catapultato in un mondo globalizzato in cui impera il motto “homo homini lupus”.

«Essere moderni significa oggi, essere incapaci di fermarsi e ancor meno di restare fermi».  A nostro avviso, seppur l’analisi di Bauman è ancora coerente e al passo con i tempi, l’umanità e la società stessa si sono affacciate nel XXI secolo all’interno di una nuova modernità che supera addirittura lo stato liquido. Le nostre società infatti si stanno inevitabilmente proiettando verso il  passaggio dallo stato liquido allo stato gassoso in cui ogni relazione inter e intra personale, ogni istituzione e ogni ideale si parcellizzano. La società così “evapora” e non presenta più gli elementi caratterizzanti della fluidità ovvero il senso di continuità e di omogeneità.  

Narodowy Instytut Audiowizualny, CC BY-SA 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0, via Wikimedia Commons

La tesi a cui giunge la panoramica storico-socio-politologica sin qui proposta delinea dunque  l’individuo contemporaneo – e di conseguenza la relativa società di cui esso è parte – secondo i tratti  di una parcellizzazione sempre più dilagante. Una sorta di gassosità che va addirittura oltre la fluidità  proposta da Bauman, rompendo dunque gli ultimi vincoli intra ed interrelazionali che, di norma,  nonostante tutte le particolarità del caso, restano comunque a legare le particelle che si trovano ad  uno stato liquido. 

Cosa sta accadendo? Cosa è in atto? Una crisi? Una crisi dell’umano? Una crisi dell’umano con sé  stesso? Una crisi dell’umano nel suo modo di rapportarsi al mondo animale? Al mondo naturale? Una  crisi dell’umano col progresso stesso? Una crisi dell’umano con i sistemi che lui stesso ha forgiato?  Insomma, l’unico dato che si può accettare quasi immediatamente è che una crisi – o più crisi, o  addirittura una multicrisi – sia in atto.

Crisi: per gli antichi greci krisis, κρίσις, scelta, decisione, lottagiudizio, e via fino al verbo κρίνω, krino, ossia distinguere, giudicare. Si potrebbe fare timidamente  notare che sono esattamente tutte capacità e facoltà decisamente necessarie in un momento di crisi, eppure allo stesso tempo sono, proprio in un momento di crisi, così difficili da esercitare e mettere in  pratica. Uno strano paradosso, non c’è che dire: quasi come se la parola crisi portasse in sé tanto il  problema quanto la pista risolutoria, tanto la malattia quanto la cura, tanto il sintomo e la patologia  quanto il farmaco.

Appunto, il farmaco: quel pharmakon che sempre per gli antichi greci significava  medicina e veleno al tempo stesso. Il punto è che, in una crisi, per operare una svolta non basta  scegliere, decidere, lottare. Per passare all’azione, per scegliere, per decidere, per lottare, così come  per distinguere e giudicare serve qualcos’altro ancora. Azzardiamo: per decidere di decidere, per  scegliere di scegliere e dunque per lottare, così come per distinguere e giudicare, serve un desiderio. 

Serve il desiderio. E se oltre la crisi pandemica, la crisi economica, la crisi delle istituzioni, la crisi  delle democrazie, la crisi etica, la crisi ambientale, se oltre le innumerevoli crisi, se al fondo di questa  multicrisi dunque, stessimo vivendo una crisi profondissima e decisiva? Se fosse in atto una crisi del  desiderio? 

Che ne è oggi del desiderio? Che ne è di lui? (e perché mai poi attribuirgli un ‘lui’? È da una lei che  il desiderio (desidus) discende, da una stella (sidus, appunto); anzi, a voler essere precisi non  discende né da un lui né da una lei, ma da un sostantivo neutro latino, sidus: che la chiave per andare  oltre le differenze comunemente intese sia proprio nel desiderio?).

Che ne è dunque del desiderio?  Quanto delineato e proposto nella prima parte di questo articolo, ossia la realtà di un individuo oramai non più allo stato fluido bensì gassoso, parcellizzato e, dunque, la realtà di una società fatta di individui tali, dona non poche piste ad un’indagine sulla condizione attuale del desiderio, indagine che ci si propone di condurre d’ora in avanti dalle pagine virtuali di questa testata.

Soffermandosi un attimo sull’immagine di questa gassosità, ponendola a confronto con quella della fluidità, ciò che risalta è senza dubbio un accento più marcato sulla dinamica del distacco. La fluidità richiama per esempio l’immagine di un corso d’acqua compatto che scorre o di un liquido coeso nelle sue componenti: ecco che dove fluisce un po’ di liquido subito ne seguirà altro, le particelle interagiscono tra loro.

L’immagine proposta dello stato gassoso, invece, ci consegna una situazione dove le singole particelle si muovono, ma senza interagire tra di loro. V’è un distacco. E – ci si perdoni la naïveté  scientifica – una sensazione di distacco sembra essere anche quella trasmessaci dal fenomeno  dell’evaporazione, passaggio dallo stato liquido allo stato gassoso. E se l’individuo contemporaneo  vivesse davvero in una situazione di distacco, non solo dagli altri, bensì anche da se stesso?

E se,  stordito dal “consumo ergo sum” avesse paradossalmente perso il contatto col proprio desiderio? O  meglio, se non riuscisse più ad alimentarlo questo desiderio? Se non riuscisse così più a scegliere di scegliere, a decidere di decidere, a lottare per questo (e per il desiderio)? Bene, se così fosse, allora  sarebbe la crisi del desiderio.

Post a Comment