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Un odontoiatra in Burundi

Non c’è niente di meglio che amare il mondo. Lo diceva Bertolt Brecht in una poesia chiamata proprio Amare il mondo: «Il mondo si muove se noi ci muoviamo/ si muta se noi ci facciamo nuovi/
ma imbarbarisce se scateniamo la belva che c’è in ognuno di noi./ Ci impegniamo: per trovare un senso alla vita,/ a questa vita una ragione/ che non sia una delle tante ragioni/ che bene conosciamo/ e che non ci prendono il cuore./ Ci impegniamo non per riordinare il mondo,/ non per rifarlo, ma per amarlo». 

Davide Di Maggio, odontoiatra classe 1988, originario di San Pancrazio Salentino, in provincia di Brindisi, ama il mondo facendo un passo verso di lui, perché ne è innamorato. Conosce bene la forza sprigionata dalla natura, della quale si abbevera in ogni scorcio di pausa dal lavoro, accarezzando le sue fragilità. Ha nella borsa da viaggio due missioni umanitarie, nelle quali ha messo a disposizione la sua professione nei confronti di chi soffre: Burundi e in Ladakh, per le viscere del Kashmir Indiano.

È sempre pronto a partire per nuove missioni, offrendo le sue competenze cliniche e la sua sensibilità in quelle zone del mondo da decenni al rogo. Ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con lui, lucidando le sue idee e tracciando una prospettiva futura. Qual è l’indomito vento che porta un giovane dentista stimato e ricercato nella sua terra ad affrontare una sfida apparentemente più grande di lui? Dei frammenti del suo diario di viaggio in Burundi ci daranno una risposta esaustiva.

Cosa ti ha spinto ad affrontare un’avventura così intensa e piena di rischi? 

L’Africa mi ha da sempre affascinato, e fin da bambino ne ho avuto una visione puramente romantica, legata ai mille racconti e documentari soprattutto riguardanti la sua natura rigogliosa e selvaggia. Con la maturità, quella visione romantica e solare ha lasciato spazio a una visione più realistica e cupa, in relazione alla tremenda povertà di cui è vittima, al colonialismo e neocolonialismo, alle guerre, allo sfruttamento selvaggio, alla politica corrotta.

Da adulto e con in mano una laurea in Odontoiatria, ho pensato che era il momento intraprendere un breve viaggio di un paio di mesi, per vedere con i propri occhi, per toccare con mano, per cercare di scoprire più a fondo la natura dell’essere umano. 

La scelta del Burundi è stata quasi casuale: quando contattai Pino La Corte, presidente dell’associazione di volontariato medico-odontoiatrica SMOM, mi parlò del progetto embrionale (oggi a sei anni di distanza invece attivo e funzionante) di creare una scuola per operatori dentali in un Paese che non ha l’università di Odontoiatria e col più basso numero di dentisti per numero di abitanti, circa 9 per 10 milioni.

Concordammo la mia partenza, con l’obiettivo di effettuare un’indagine epidemiologica su un campione che rispettasse i criteri dell’OMS (aiutati dalla dottoressa Strohmenger del Centro di Collaborazione dell’OMS a Milano) per avere un primo dato riguardo la salute orale. L’obiettivo era analizzare e classificare su schede anonime un campione di almeno 600 bambini di 12 e di 6 anni, presi casualmente in almeno 2 aree geografiche, una rurale e una urbana e segnalare in apposite schede la quantità di denti cariati o altre problematiche orali. I bambini con particolari problemi , li avrei poi curati nel piccolo cabinet dentaire allestito anni prima da SMOM nell’ospedale di Mivo, vicino Ngozi.

Sarei dovuto partire da solo, perché in quei mesi non c’erano altri volontari a disposizione, ma al mio arrivo sarei stato aiutato nella missione da due infermieri burundesi, mentre la dottoressa Daphrose si sarebbe occupata dell’ospitalità. 

Cosa ti manca dei giorni sul campo a dare il tuo contributo? 

Bella domanda. Tra tutte le mille cose che mi mancano ne dico una: a livello professionale, la riconoscenza da parte della gente che stai curando.

Ti senti molto più utile e prezioso che qui. Anche in Italia sono soddisfatto del mio lavoro e di come i pazienti mi vogliano bene, però saprei che senza di me, avrebbero comunque accesso a cure di qualità da un altro odontoiatra.

In Burundi no, tra tutti ricordo bene lo sguardo di questa donna contadina cinquantenne di Mivo diventare rilassato e felice dopo che le somministrai una bella anestesia per un dente che la tormentava con dolori atroci da settimane. Fu l’unica estrazione dentale indolore della sua vita, alcuni li aveva fatti togliere in famiglia con attrezzi di fortuna, peggiorando la situazione, altri nei centri di salute statali, ma senza neanche l’ombra di anestesia. 

Dopo il prologo, apriamo il diario di viaggio di Davide. Non un semplice accantonamento di fogli, ma un agglomerato di gioie semplici, incazzature per l’inconcepibile, sudore lieto, febbri inaspettate e nessun rimpianto.

Arrivo in Burundi.

Sono partito da Parma nel primo pomeriggio del 15 ottobre 2014. Sono arrivato a destinazione, ovvero l’Ospedale di Mivo, piccolo villaggio rurale in provincia di Ngozi nella serata del giorno successivo, con lunghe fermate negli aeroporti di Addis Abeba e Nairobi. I presupposti per un viaggio interessante c’erano tutti: 2 valigie da 23 kg contenenti vario materiale odontoiatrico forniti dall’associazione SMOM (compositi per otturazioni, alcuni pezzi di ricambio per la poltrona, 400 spazzolini da denti, 150 fiale di anestetico,specchietti e specilli oltre che una caterva di medicinali, soprattutto antibiotici e alcuni antinfiammatori), il tutto sapendo che in Burundi è illegale importare tutto questo materiale.

In aggiunta il mio zaino da 10 kg con tutto il necessario per vivere 2 mesi. Custodivo gelosamente anche quello che poi era il nucleo di tutto questo viaggio, ovvero una risma di 500 fogli stampati e timbrati dal Centro di Collaborazione dell’Oms per l’epidemiologia e odontoiatria di comunità sulla quale avrei annotato, secondo l’addestramento effettuato settimane prima, le patologie orali in un campione di bambini di 6 e 12 anni della provincia di Ngozi, per avere un primo dato epidemiologico da fornire all’Oms riguardo la salute orale in Burundi, Paese difficile, uscito da meno di 10 anni da una pesante guerra civile, abitato da circa 10 milioni di abitanti, i più poveri di tutta l’Africa, dove i dentisti – tutti laureati all’estero – sono solo 9. 

Atterrato a Bujumbura nella mattinata del 16 ottobre, dopo una giornata di viaggio, firmato i visti e tutti i documenti di rito, è venuta a prendermi all’aeroporto Suor Daphrose, una cardiologa laureatosi in Italia, fondatrice dell’Ospedale di Mivo, il mio unico riferimento in Africa. 

Ho subito capito come funzionano le cose in Burundi. Pagata la prima ”tassa” in aeroporto per poter recuperare le 2 preziose valigie di medicinali, un’altra ”tassa” ci aspettava a ogni check point militare nell’arco delle 3 ore di guida spericolata in fuoristrada per stradine di montagna che ci conducevano a Mivo, nel Nord del Paese. Più o meno 5 euro in franchi burundesi, che i militari vestiti di blu intascavano accantonando piacevolmente per un attimo i loro Ak47 facendo cenno di lasciarci passare. 

Daphrose mi raccontava che da qualche settimana, a causa delle piogge, c’era stata una terribile frana di un intero costone di una montagna, che aveva travolto diversi villaggi e mietuto diverse vittime. Tantissimi erano gli sfollati. La montagna crolla sotto il peso dell’acqua perché il governo populista di Nkurunziza distrugge le foreste, che con le loro radici rinsaldano il terreno, per ricavarne campi coltivabili. Il Burundi ha solo il 3% della sua superficie ricoperta da foreste, per avere un termine di paragone, ad esempio, l’Italia ne ha circa il 30%. Passammo vicino alla zona colpita dalla frana. Mentre il fuoristrada sfrecciava. centinaia di persone vestite di stracci e con sguardo afflitto aspettavano sedute sul ciglio della strada che arrivassero i camion di rifornimenti da parte del governo. 

Dopo il tramonto, all’arrivo nella guesthouse che mi avrebbe ospitato per 2 mesi all’interno dell’ospedale, mi attendeva una minestra al lume di candela (l’elettricità viene tolta in tutto lo Stato dal tramonto all’alba), una doccia ghiacciata e un sonno poco riposante sotto una zanzariera da letto circondata da zanzare, il tutto coronato dallo scroscio della pioggia torrenziale incessante sul tetto in lamiera della mia stanza. La storia della buonanotte di suor Daphrose fu ,”Sai che circa 5 anni fa sono entrati 3 uomini con machete e fucili, hanno rubato soldi e telefonini, ma non hanno fatto male a nessuno, neanche al guardiano”. L’avventura iniziava. 

Il primo impatto 

Scoprii che ci si abitua facilmente a tutto. Mi abituai ben presto a mangiare solo minestre di verdure e interi pasti di avocado o banane (persi 8 kg in 60 giorni), alle docce con l’acqua congelata, al ronzio delle zanzare, alla polvere rossa nel naso e nelle orecchie passeggiando per strada, alla birra calda negli slum di Mivo, ma a una cosa credo che non ci si riesca ad abituare: al suono della campana che indicava la morte di un paziente all’interno dell’ospedale. Risuonava varie volte al giorno, e 2 su 3 erano bambini. 

Lungo le strade di Mivo, ma anche di Ngozi, la mia mente viaggiava e si perdeva in alcune considerazioni da europeo privilegiato. La prima constatazione era che la casa più povera e rovinata del mio piccolo paesello del sud Italia, qui era una casa per ricchi. Avere le pareti di mattoni e il tetto in lamiera è davvero un lusso per pochi. 

Una mattina mi alzai e alla finestra notai che c’erano 5 uomini che stavano svuotando il pozzo nero dell’ospedale con dei secchi sporcandosi le mani e i vestiti. Uscii velocemente con un pacco di guanti in lattice e mascherine e gliele diedi dicendoli di lavarsi prima di indossarli. Lo fecero, mi ringraziarono, misero i guanti, misero la mascherina, presero i grossi secchi pieni di liquami, li misero sulla testa, metodo di trasporto più efficace possibile, e li portavano nei campi mentre gli sgocciolava tutto addosso. Rientrai con l’amaro in bocca cercando di non pensarci troppo e concentrandomi sulla lunga giornata che mi attendeva curando i pazienti odontoiatrici che ormai ogni giorno affollavano il cortile di fronte al Cabinet Dentaire. 

Giorno 12: i ricchi dove meno te li aspetti 

Sono stato a messa per fare un piacere ai miei due assistenti, Pacifique e Eric, estremamente religiosi come tutti i burundesi. La messa dura più di un’ora e mezza, e se non fosse per i piacevoli cori e la musica, sarebbe estenuante. Il prete è tra i più ricchi di Mivo, lo si capisce perché a detta della gente “beve solo Amstel” che in Burundi è la birra dei ricchi. L’altra è la Primus, che è la birra un po’ più popolare ma comunque non per tutti. Il resto del popolo si accontenta della densa, nauseabonda e alcolica “birra di banana”.

Le associazioni di volontariato cattoliche non hanno idea di quanta corruzione ci sia nella casta religiosa e di quanti dei loro soldi si fermino là. Il resto finisce in assistenzialismo spicciolo che rende vano il lavoro delle poche associazioni laiche che cercano di creare lavoro cooperativo nelle zone più degradate. Per un contadino suo malgrado ignorante che vive in una capanna di fango col tetto di foglie di palma essiccate, è meglio lavorare nelle cooperative di raccolta di ananas o avocado, oppure ricevere direttamente cibo e vestiario usato dalle associazioni cattoliche? 

Giorno 17 : la storia di Pasteur 

Dopo il lavoro, poco prima del tramonto, sono stato a bere una birra nel Cabaret (come chiamano il bar in Burundi) di Pasteur, un omone tranquillo e sorridente di un età indefinibile a cui ho curato un dente qualche giorno fa. 

La birra Primus calda svetta sul tavolo di plastica coi piedi leggermente affondati nel fango della strada della baraccopoli. Mucche e bambini, qualche motorino. I tanti contadini di ritorno dai campi con i loro stracci e attrezzi da lavoro in mano ci lanciano occhiate curiose ma che non nascondono una certa invidia e risentimento nel vederci là seduti a bere una bella birra. Pasteur mi ha raccontato che da ragazzino fu preso da casa dai soldati, portato nella foresta e arruolato di forza. Con lui altre centinaia di ragazzini. Per 5 anni ha “servito” lo Chef, il capo della sua compagnia, vivendo in accampamento militare nella foresta, mangiando ogni giorno patate e carote crude. Non mi ha raccontato ciò che ha fatto in quegli anni, né da quale parte ha combattuto. Un sorso di birra e qualche sorriso e il discorso si è spostato sul calcio. 

Davide dà boccate di ossigeno a un microcosmo dimenticato da tutti i telegiornali. Ha privilegiato l’osservazione dei meccanismi sociali più immediati, quelli che trainano all’infinito una pesante e arroventata quotidianità. Si è spogliato dai panni dell’europeo: è diventato nudo e quindi cittadino del mondo, del quale si è innamorato senza freni. La sua ricerca è appena iniziata: nuovi dolori da alleviare, altri volti con cui scambiare un cenno di umanità, strade pericolanti da solcare. Sui suoi passi risuonano le note di I Still Haven’t Found What I’m Looking For degli U2: un odontoiatra per l’emisfero, con un diario affamato di occhi buoni e una penna a scandagliare le brutture.

Ho parlato con la lingua degli angeli

Ho tenuto la mano di un diavolo

Faceva caldo di notte

Avevo freddo come una pietra

Ma ancora non l’ho trovato

Quello che sto cercando

Nasce a Mesagne (BR), il 4 ottobre 1992. Docente di lettere e d'italiano per stranieri, giornalista pubblicista, scrittore. Ha pubblicato lavori di forte impegno civile. Il saggio "Impegno e disincanto in Pasolini, De André, Gaber e R. Gaetano", contro il conformismo e l'omologazione socioculturale. Il romanzo d'inchiesta "Romanzo caporale", che affronta la trafila che dall'Africa, passando per il Mediterraneo, rende schiavi i migranti nei campi di caporalato.

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