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Le diverse città che compongono Roma

Le periferie romane sono protagoniste del dibattito pubblico della città solamente quando c’è bisogno di confermare cliché consolidati e classisti, quando accade un episodio politico che conferma i pregiudizi degli interlocutori o, infine, quando diventano terreno di scontro politico, cosa che accade, generalmente, in prossimità delle elezioni comunali.

Venuta meno la spinta politica e sociale che aveva cercato di riconoscere e valorizzare le diversità della città al fine di darle una sua omogeneità, sulla base delle esigenze e dei nuovi diritti di cui si era fatto portatore il movimento operaio, si è spenta ogni istanza riformatrice portata avanti dai movimenti sociali, trasformando gli abitanti delle periferie cittadine da attori del cambiamento a mere risorse della ristrutturazione urbana in chiave capitalistica.

Per descrivere il divario che esiste fra le diverse città che compongono oggi Roma potremmo utilizzare mappe, statistiche, indicatori sociali e anche economici: tutti elementi, questi, che nel loro complesso sono capaci di delineare le conseguenze che la ristrutturazione capitalistica ha avuto sulla vita degli abitanti delle periferie.

Frame di “Mamma Roma”

Ma che non consentono di capire quanto la sconfitta economica e sociale del movimento operaio abbia inciso sulla vita delle persone, sulle possibilità di emancipazione, di crescita culturale e sociale che sono sempre state l’essenza del riscatto della cultura socialista.

Lo stravolgimento urbanistico, il cambio di priorità nello sviluppo urbano, l’ideazione di nuovi quartieri privi di spazi sociali e costruiti attorno alla centralità del consumo (il PRG di Morassut, con Veltroni sindaco, che ratifica la costruzione di 28 nuovi centri commerciali a Roma), l’abbandono dell’edilizia residenziale pubblica, la privatizzazione e l’esternalizzazione dei servizi sociali, la concorrenza nel trasporto pubblico, che penalizza le linee perifeche, la desertificazione commerciale che pregiudica ogni idea di comunità sociale, sono espressioni di politiche sociali ed economiche che escludono gran parte dei romani dallo show di cartapesta costruito attorno alla narrazione di una città che deve essere venduta al turista, dove la cultura è merce e il romano svolge il ruolo di comparsa.

Attorno a questa narrazione economica e sociale martellante che ha usato Roma e i suoi abitanti come brand di uno storytelling commerciale, si è ideata, costruita e consolidata l’esclusione di quella parte della città irregolare, che offende il “decoro”, che in realtà di Roma costruisce elemento identitario.

Nella divisione dei ruoli, la città “creativa”, gentrificata, cool, espressione dei ceti sociali emergenti e di “sinistra”, ha relegato gli abitanti delle periferie a svolgere esclusivamente un ruolo servente per i nuovi ricchi, assegnando a sé il ruolo di ricostruzione dell’identità storica e culturale di interi quartieri periferici come strumento di mercificazione e di estrazione di valore dalla cultura popolare.

Interi quartieri sono, così, usciti stravolti da questo fenomeno di modernizzazione a posteriori di confini geografici e sociali che né hanno dilatato all’infinito l’ampiezza solo per consentire alla rendita edilizia e commerciale di speculare sull’economia reputazionale dei quartieri popolari, la cui identità diventa merce, un prodotto alla moda.

È accaduto al Pigneto, i cui confini geografici si sono allargati sino a coincidere con i confini di Centocelle, altro luogo di commercializzazione delle emozioni popolari nella parte di Roma Est che più ha subito la ristrutturazione edilizia in chiave capitalistalica, travolgendo i confini storici di interi quartieri storicamente divisi in base al loro sviluppo, all’ondata di emigrazione infranazionale che ha portato alla loro crescita urbana, alla sensibilità politica e anche a quella calcistica, che sono usciti dalla cartina urbanistica della città, per non contraddire la narrazione.

Pasolini in Periferia

La ristrutturazione capitalistica dell’urbanistica ha assegnato ai quartieri della città consolidata il ruolo di divertimentificio della città turistica, che è il centro di Roma, da cui i residenti sono stati espulsi, per estrarre denaro da uffici e affittacamere, attribuendo, invece, agli abitanti delle borgate fuori dal gra, il ruolo di manodopera essenziale che garantisce alla città di cartapesta di funzionare.

Chi nasce e cresce nelle borgate sa già che che il suo ruolo, nelle dinamiche sociali della città, è già stato assegnato. Potrà fare lo spacciatore – sotto forma di pusher, vedetta, fattorino, gestore della piazza di spaccio – per la vendita della droga necessaria al divertimento dell’altra Roma; potrà fare il rider, per la consegna dei piatti vegani, a kilometro zero, biologici, gourmet, per i gusti estetici dell’altra Roma; potrà lavorare nei servizi, per consentire all’altra Roma di avere entro mezz’ora lo stuzzicadenti ecologico venduto da Amazon; potrà lavorare nella cooperativa sociale che supplisce alla scarnificazione del welfare state, pulendo il culo agli anziani che l’altra Roma vuole vicino a sé.

Oppure, dopo mille barriere di ingresso, fatte di scuole peggiori, di servizi inesistenti, di trasporto pubblici e strade ideate per escludere, provare a diventare, a sua volta, l’altra Roma, cercando di scavalcare quel muro invisibile costruito per difendere la città rispettabile, socialmente responsabile e progressista, dai suoi abitanti più poveri, dagli immigrati, dagli impresentabili, che sono fondamentali per il suo funzionamento, ma che a fine giornata devono fare ritorno nei loro “quartieri”, per non rompere la scenografia della fiction che vuole i poveri di questa città soddisfatti della propria condizione e, soprattutto, invisibili.

E, soprattutto, “decorosi”, rispetto ai valori dominanti. 

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