TOP
Irene Fattori illustrazione

Stanchi, sporchi e logorati dai consumi: il rifiuto della normalità

Illustrazione di Irene Fattori

In file ordinate, i potenziali clienti si organizzano davanti alle saracinesche ancora abbassate. È il 18 maggio, sono passati più di due mesi dall’inizio del lockdown. Fase 1, fase 2, l’abitudine ormai assorbita di scandire i giorni in cicli: settimane di videochiamate compulsive e di illusa condivisione. Spazzate via da una silenziosa, diffidente, arrabbiata solitudine.

Prima del ritorno alla normalità.

Normalità svuotata, più abitudine vecchia e polverosa che impulso di ritorno alla vita. Normalità imposta, una chiamata alle armi: l’urgente esortazione a riprendere il proprio posto nell’ingranaggio, nella società dei consumi, laddove, per dirla alla Bauman, “‘unica iniziativa lasciata a un consumatore consapevole è quella di trovarsi nel luogo in cui le occasioni non mancano e nel momento in cui se ne offrono di più”. Dove tutti devono fare la propria parte affinché la macchina regga.

Non è un caso se l’inizio di questa nuova forma di normalità ha coinciso proprio con la data del 18 maggio, la riapertura delle attività commerciali. Dopo mesi di risintonizzazione sui bisogni essenziali, le persone in strada davanti alle saracinesche ancora abbassate aspettano le loro occasioni, ricercando un tipo di esperienza di cui per troppo tempo sono stati costretti a privarsi. Non che consumare, in tempi di quarantena, fosse impossibile. I consumatori sono diventati più digitali, i grandi colossi industriali lo hanno capito e stanno già mettendo in atto la lezione imparata. Per esempio, il gruppo Inditex – cui fanno capo i brand Zara, Pull&Bear, Stradivarius, Bershka, Oysho, Zara Home, Massimo Dutti e Uterque – ha già reso nota la decisione di chiudere 1200 shop fisici tra Europa e Asia e investire maggiormente nell’e-commerce. D’altronde, se la soddisfazione del consumatore deve essere immediata, producendo immediato appagamento seguito da altrettanto immediate irrequietezza e insoddisfazione, cosa c’è di meglio dell’istantaneità di un click?

Normalità dei consumi

A ben vedere, lo spartiacque della pandemia, nei mesi passati, è stato proprio questo: c’è un prima – fatto di solitudine, smart working flessibile nei migliori dei casi, disoccupazione e lavoro senza garanzie sanitarie nei peggiori, reclusione fisica e contatti sociali azzerati – e c’è un dopo.

Fatto di non meno isolamento, non meno logorante, e pone al centro l’essenzialità del consumatore e l’inutilità della persona. Non a caso, l’importanza di avviare il disgelo post lockdown non è stata compresa ponendo, tra le questioni principali, la tenuta psicologica della popolazione. Le ragioni in grado di farsi davvero ascoltare e capire avevano più a che fare con il mercato. Con la necessità di ripristinare, nel minor tempo possibile, un’economia dai ritmi frenetici, fatta di bulimici consumi.

Nella normalità approssimativa riconquistata si è incoraggiati, ora più che mai, ad acquistare, comprare, consumare velocemente, “far girare l’economia”. Chi consuma, concedendosi soprattutto il lusso e il superfluo dopo mesi di file al supermercato per scorte di lievito e carta igienica, collabora sostenendo un sistema minacciato da una crisi economica totalmente originale e, dunque, è più utile di chi rifiuta questo modello di consumo, connotato da un profondo disprezzo delle materie e delle risorse.

Questa dinamica si esprime chiaramente anche nella paradossale riapertura di attività commerciali fortemente connesse a una dimensione di socialità, delle quali si è pretesa la spoliazione del loro naturale aspetto ludico, pur preservandone l’occasione di consumo. I presupposti con cui il governo aveva approntato le linee guida per la riapertura delle discoteche a discrezione regionale – linee guida disattese anche dalla naturale funzione dei locali in questione –, viaggia in questa direzione.

L’altro spartiacque: l’estate, seguito da un nuovo autunno e una nuova ondata di contagi.

Il lockdown limitato nel quale stiamo vivendo, nel momento di redazione di questo articolo, ribadisce la funzione produttiva dell’individuo, chiamato a restare in casa, in isolamento, dall’orario di fine servizio in poi.

Finita la prima esperienza straniante del lockdown, il mondo, con i suoi ritmi, ha tentato goffamente di assumere nuovamente le forme di prima, laddove, in mancanza del dopo, sono state le persone a non esserne più capaci.

La dimostrazione della precarietà della normalità, così come l’abbiamo sempre intesa, ha determinato l’incapacità di proiettarsi oltre un marzo incredibile, ripartendo dai progetti che a febbraio parevano proiezioni precise e che oggi non sembrano avere più senso.

Ed è impossibile nascondere la spaesatezza nell’osservare una realtà che ricomincia a muoversi vorticosamente come se niente fosse cambiato, come se gli individui non avessero sperimentato nuovi modi di vivere durante il lockdown.

Come se, in questa parentesi, non ci si fossimo guardati in faccia per ritrovarci isolati, esausti, stanchi.

E così, in questa normalità estraniante, ci si sente ancora più soli. Schiacciati dalla sensazione che, dopotutto, deve esserci qualcosa di sbagliato dietro l’incapacità di voltare pagina, gettarsi con entusiasmo in questo simulacro di normalità, salire, scanzonati, sulla stessa giostra alienante di sempre, che riprende il suo corso fatto di decibel assordanti e ritmi vertiginosi.

Eppure, le scorie di due mesi di lockdown non sono granelli di polvere, non basta una scrollatina per riassestarsi e tornare quelli di prima. Il “ritorno alla normalità” ha significato, di fatto, che il tempo ricominciasse a muoversi con i propri ritmi, ostentando noncuranza verso chi doveva, e deve ancora, riprendere fiato, prima di riuscire ad adeguarsi nuovamente alla sua frenesia.

D’altronde, i drammatici effetti psicologici del lockdown li ha sperimentati la persona, non il consumatore che c’è in lui. La soluzione suggerita per compensare questa fragilità è, ancora, lo spensierato perseguimento dell’estetica del consumo.

Eppure, di questi granelli di polvere non è facile liberarsi servendosi delle infinite occasioni disponibili in un centro commerciale.

La documentazione sulle conseguenze dell’isolamento sociale vissuto durante altre epidemie aveva già indicato i rischi in corso, pur con alcuni limiti: in una review pubblicata da Lancet – basata su 3166 pubblicazioni scientifiche che analizzano oltre 20 studi, incentrati sulle misure di contenimento della diffusione di virus come quello della Sars o dell’Ebola – viene registrata l’insorgenza di disturbi emozionali, depressione, stress, umore basso, irritabilità, insonnia, sintomi da stress post traumatico, rabbia, esaurimento emotivo1)).

Uno studio recente sugli effetti del lockdown in Spagna, Italia e Regno Unito, ha messo in luce una situazione allarmante: oltre il 59% dei partecipanti italiani ha confessato di aver sperimentato periodi di depressione durante l’isolamento, perdendo fiducia e speranze nel futuro. Viene indicata la correlazione tra vulnerabilità sociale e rischi per la salute mentale dei partecipanti all’inchiesta, con un 41% di persone a rischio in Italia2)).

Dopotutto si parla di un paese già profondamente spaccato da disuguaglianze sociali ben prima del Coronavirus, dove già prima della pandemia la mobilità sociale ristagnava e dove, secondo Oxfam, nel 2018 il 20% più ricco tra gli italiani godeva del 72% dell’intera ricchezza del paese e il 5% più ricco possedeva, da solo, la quota di cui il 90% più povero era titolare3)).

La crisi, senza ripensare il modello economico, esacerberà queste disuguaglianze con le prevedibili conseguenze, comprese quelle sulla salute mentale delle fasce più fragili.

La Società Italiana di Psichiatria segnalava a maggio come oltre un milione di italiani fosse colpito dalla “sindrome della capanna” e come l’incertezza del futuro, insieme alla precarietà del lavoro, potessero favorire l’insorgenza di psicopatologie e disturbi dell’adattamento anche nei mesi successivi. Infatti, a più di sei mesi dalla riapertura del 18 maggio, l’autunno porta con sé nuove angosce, come si evince dallo “Stressometro” elaborato dall’ Istituto Piepoli per l’Ordine degli Psicologi. Secondo lo studio, il 34% degli italiani presenterebbe livelli di stress elevato, sia per un’ulteriore innalzamento dei contagi con l’inverno, sia per l’indeterminatezza del futuro.

La minaccia di un secondo lockdown, gli esercizi commerciali che tornano a chiudersi (con il severo rischio di non riaprire mai più), la possibilità di perdere il lavoro e gli sforzi di una vita, la connotazione di pericolosità che contraddistingue sempre più nettamente la dimensione sociale, inaspriscono questa pervasiva sensazione che nulla abbia più senso. Tranne quello di colpa, che percepiamo ferocemente appena sentiamo di aver cessato di essere performativi e di aver assolto la nostra funzione di consumatori, cresciuti, come siamo, nella società della prestazione.

Una società che ha inculcato l’idea che il valore delle persone sia assimilabile alla realizzazione sociale (oggi, più che mai, il prestigio e l’approvazione può agevolmente essere accumulabile e quantificabile in likes e followers) e professionale.

In cui, alla positività del poter-fare, del progetto, dell’iniziativa e della motivazione, si contrappone, citando il filosofo Byung-Chul Han4), il “non-essere-più-in-grado-di-poter-fare”che “conduce a un’autoaccusa distruttiva e all’autoaggressione”. Uno auto-smascheramento vissuto come un disonore: dall’incapacità di mostrarsi all’altezza delle aspettative imposte dalla società, si ricava solo un profondo senso d’inadeguatezza. E nella società che si ripete ossessivamente le parole chiave del successo – realizzazione, felicità, fama, approvazione, “nulla è impossibile e se pensi positivo puoi farcela” – lo stesso provare sofferenza e respingere questa narrativa sembra motivo di vergogna. E invece, è l’ultimo inidizio di umanità.

Crisi sanitaria, crisi ambientale: prendersi cura della comunità

Eppure, se c’è una lezione che il consumatore ha imparato, durante il lockdown, è che si può vivere risintonizzandosi sull’essenzialità dei bisogni e sul silenzio. Che, in situazioni straordinariamente eccezionali, il meccanismo sociale su cui si regge la tendenza al consumo sempre più veloce, polifagico e ostentativo, è destinata a indebolirsi. Che tanto di ciò che desideriamo è semplicemente superfluo e che per poter godere di un benessere condiviso ciò che serve, dopotutto, è legato all’economia fondamentale. E questa è una dimensione di consumo molto più a misura d’uomo.

Ciò che è mancato, più dell’acquisto dell’ennesimo vestito usa e getta o dell’ultima novità hi-tech, è la comunità, il rapporto umano non mediato dalla tecnologia, una zolla verde, uno spazio all’aperto, uno sfogo esterno per sottrarsi dalle proprie scatole di cemento. Forse, la traccia da seguire per ridisegnare una nuova normalità, per ripensare le nostre città e le modalità con cui esercitiamo il nostro ruolo di consumatori, è questa.

L’invito ad aggrapparsi disperatamente alla capacità di consumare come e quanto prima, per tentare di limitare i danni del ristagno economico, è doppiamente fallace: trascura una crisi altrettanto urgente, quella ambientale. Rimasta sullo sfondo, in questi ultimi mesi, oscurata dalla crisi sanitaria, prima, dalla crisi economica poi.

L’irresponsabilità dei ritmi di produzione e di consumo occidentali è ormai evidente, così come i rischi rappresentati dal modello corrente che condurrà, in assenza di inversioni di rotta, all’esaurimento di risorse pari a tre pianeti nel 2050. La normalità auspicata non può essere quella in cui “circa la metà delle emissioni totali di gas a effetto serra e più del 90% della perdita di biodiversità e dello stress idrico sono determinati dall’estrazione di risorse e dai processi di trasformazione di materiali, combustibili e alimenti”5)).

Per reggersi, questo modello di consumo si basa necessariamente sulle disuguaglianze sociali: secondo stime Oxfam, la metà più povera della popolazione mondiale (circa 3.5 miliardi), quella che abita nei paesi più vulnerabili e meno preparati agli effetti dei cambiamenti climatici, è responsabile solo del 10% delle emissioni globali associate ai modelli di consumo individuale. Di contro, il 50% delle emissioni globali può essere attribuito al 10% più ricco del pianeta, “che in media ha un’impronta di carbonio 11 volte più elevata della metà più povera della popolazione globale e 60 volte quella del 10% dei più poveri”6).

Alla normalità distopica, è arrivato il tempo di preferire una nuova normalità. Un posto in cui sia possibile prendersi cura della comunità, in cui porre al centro le persone prima dei consumatori, animate da pulsioni emotive non monetizzabili. Una normalità in grado di guarire le ferite e ripensare il futuro.

Note

Note
1 S. K Brooks, R. K Webster, L. E Smith, L. Woodland, S. Wessely, N. Greenberg, G. James Rubin “The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence”, Lancet, 14/03/2020 (https://www.thelancet.com/action/showPdf?pii=S0140-6736%2820%2930460-8
2 Open Evidence, Study on the effects of COVID 19 and lockdown in Italy, Spain, and United Kingdom. First Wave, (https://open-evidence.com/wp-content/uploads/2020/05/20-05-10-COVID19-Open-Evidence-1-wave-EN.pdf
3 Oxfam International, Public good or Private Wealth? 2019 (https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2019/01/bp-public-good-or-private-wealth-210119-en.pdf
4 Byung-Chul Han, La Società della Stanchezza, Nottetempo, 2020
5 Pandemia e alcune sfide green del nostro tempo, Green City Network, Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile (https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/wp-content/uploads/dlm_uploads/Dossier_Pandemia-e-sfide-green-del-nostro-tempo-web.pdf
6 Oxfam Italia, Disuguaglianza climatica, 2015 (https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2015/12/mb-disuguaglianza_clima_021215-IT.pdf).

Nata una ventina di anni fa a Roma; cresciuta a pane, Peanuts, Ramones, e poi laureata in Storia e Politica Internazionale. Scrive da sempre, soprattutto sotto effetto di rabbia. Dal 2013, sul web, anche di calcio, di politica e di questioni di genere. Fermamente convinta che il femminismo o sia intersezionale, oppure non sia

Post a Comment