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Intersezionale

uomini contro coccodrilli

Il Presidente è un bravo ragazzo

Ascolto suggerito: Willy Peyote, “Metti che domani”. Sindrome di Tôret, 451, 2017.

Di Francesco Spiedo

Oggi inizia il secondo anno di guerra. 

E sono due anni che non vado più a squola, forse le maestre sono morte e meglio così che erano vecchie. Le mie amiche mi hanno scritto su WhatsApp per farmi gli auguri, Adele mi ha mandato una foto: c’era gente magra come le modelle, però lei aveva tipo dei lividi sugli occhi. Forse non se la passa tanto bene perché è mezza nera. Neanche qua va tanto bene: hanno razzionato il riso, non c’è più pasta e neppure caffè.

Papà porta queste notizie la mattina quando invece di andare ad aprire il negozio deve correre alla Cooworking del paese a leggere i commenti su Facebook dei nostri aleati. Da due mesi è finita la carne in scatola e non ci sono neppure più verdure. Qualcuno, se a fortuna, corre a rubare le patate dai terreni abbandonati, ma scoppiano le mine e ci sono le pattuglie: hanno dei mantelli neri e lunghi, pure se non piove mai, e dei bastoni lunghi e ti fanno le foto in fragranza di reato.

Se ti prendono ti portano nei mattatoi e ti strappano la pelle, ti fanno a pezzi e ti cucinano per darti in pasto alle legioni di fucilieri e avvoltoi che combattono per la Nazzione. Lo dice la mamma ogni volta che voglio uscire a giocare, oppure voglio il tablet per vedere i video: il mattatoio, le bombe e le sentinelle mi fanno passare la voglia e resto a casa, mentre le bombe fanno mi fanno girare la testa. 

Sotto terra, però, si sta bene, al caldo e al sicuro. In questo buco sotto la cantina, nel sotoscala di un palazzo di sei piani, c’è tutta la mia famiglia e un paio di bambini che non parlano ancora. Non lo sappiamo da dove vengono però stanno qua e piangono ogni volta che le sirene del coprifuocco scattano, suonano e rimbombano nelle strade deserte e nei negozi con le vetrate sfondate. Gli allarmi fanno tremare le ossa e i palazzi. 

Papà ha trovato due cappotti, li ha tolti a qualcuno che stava per morire in fila alla Mensa del Popolo, non gli servivano più, ha detto, e adesso stiamo caldi nel nostro buco sotto la cantina. 

Per la tua razione devi scattarti un selfie e taggare il Ministero, però è sempre più difficile avere linea e un cellulare carico: così si muore di fame, dice la mamma. Noi abbiamo il generatore nel buco però comunque non li posso guardare gli episodi delle serie: sono stati sospesi, tutto cancellato, vanno soltanto quelle vecchie che ho già visto. Ogni tanto giochiamo a “indovina la bomba”: scommetiamo se il missile colpisce e fa cadere un palazzo oppure no. Chi perde va a letto senza cena ma qualche volta ci finisce anche chi vince, per compasione. 

Oggi è il mio compleano, come due anni fa. 

Eravamo nella casa della montagna, c’erano anche gli zii e i nonni: stavo scartando i reggali e mamma divideva la torta e la metteva in piattini di plastica viola con il disegno di Topolina: mi piaceva Topolina quando ero piccola, adesso sono grande e mi vergognio. La torta era ciocolata e fragola, con tutta la panna sul bordo e c’era scritto Tanti auguri Anna perché era la torta del mio compleano. Mio fratello rubava il prosecco dai bicchieri poi qualcuno ha urlato qualcosa, qualcun altro ha detto di stare zitti e poi abbiamo visto tutti quel sorriso. 

Abbiamo riso mentre la voce parlava e abbiamo affondato le forchette nelle fette di torta. Non me lo ricordo quando poi mamma ha iniziato a piangere e nonno ha iniziato a dire che lui non aveva fatto la Resistezza per morire così. Nonna pure piangeva perché il nonno si era fatto rosso come i piattini con la torta. Avevo preso un’altra fetta perché tutti guardavano la televisione e nessuno mi sgridava se mangiavo un’altra fetta: mia madre non mi ha detto non mangiare che ti fai grassa, ma mi ha dato un bacio e ha detto prendine ancora cuando ha visto che mangiavo la seconda fetta. Non ha detto non si fa, fai mangiare anche gli altri che sembra brutto e mi ha dato pure due fragole. 

Anche oggi è il mio compleano, ne compio dodici e non ricordo più com’è fatta una torta: il ciocolato è terminato il sesto giorno di guerra, quando ci hanno invasi. Queste cose le so perché le dice papà. Capisco metà di quello che dice con le orecchie e l’altra metà con lo stomaco, ho una fame che mangerei anche i broccoli o gli spinaci. Mamma dice che è tutta colpa dei nemici del paese, di questa banda di delincuenti che per anni hanno rubato e adesso ci costringono alla fame. E io ho una fame. È colpa degli altri, non del Presidente, dice la mamma. 

Il Presidente è un bravo ragazzo, il sorriso onesto e sincero. 

C’era la sua faccia nella televisione, due occhi grandi come i bottoni dei cappotti che ha rubato papà e parlava con parole che facevano pensare a uno scherzo. Sembrava un comico un po’ triste, un pagliaccio con poca voglia di far ridere. 

Me lo ricordo uguale uguale quello che diceva, perché era il mio compleano e stavo mangiando la torta.

Amici italiani, fratelli. Abbiamo appena concluso l’incontro d’urgenza con il Ministro degli Esteri e quella che sembrava l’ennesima fake news dei nostri avversari politici purtroppo è verità. 

Durante il mio incontro con il Presidente americano e i suoi generali è stato proiettato un lungo filmato in lingua inglese e senza sottotitoli. Sembrava il solito film di guerra che piace tanto a quelli di Hollywood, così ho dormito.

(Noi italiani che abbiamo fatto la storia del cinema non possiamo subire più di due minuti del solito palestrato che spara ai cinesi nella giungla). 

Da Presidente a Presidente abbiamo intavolato una breve chiacchierata sul film appena terminato, il mio corrispettivo ha posto qualche breve domanda e io per non sbagliare ho detto sempre: “Yes, sir”. 

(Se uno vi fa vedere un film cosa credete che vi chiederà subito dopo? Ti è piaciuto? Bravo l’attore, eh? Ho fatto bene a produrlo? Vinciamo l’Oscar? Ho detto Yes, sir per educazione e perché non avrei saputo che altro dire).  

Pare, e purtroppo dobbiamo confermare, che in realtà il Presidente mi stesse chiedendo di entrare in guerra e le carte che mi ha fatto firmare non erano destinate alla premiere europea del film.

(Avevo già contattato una ditta che fa lavori, persone che conosco, avremmo rimesso in sesto il Colosseo per una grande anteprima). 

Quelle carte erano una dichiarazione e io ho dichiarato. Ho firmato per la guerra. Quindi, siete in guerra. È una spiacevolissima situazione, ma non si può in alcun modo tornare indietro: ci sono delle penali pesantissime. 

Adesso tocca agli italiani darsi da fare. Ho scritto subito un tweet al Ministro degli Interni e provvederemo al più presto al reclutamento delle forze giovani e aitanti di questo paese. Ci hanno ingannato perché hanno paura di noi, della nostra storia e della nostra lingua, ma noi aiuteremo i nostri amici americani a vincere questa guerra e loro ci lasceranno i diritti per un grande film. Ho già l’accordo, fa parte di un audio WhatsApp che ho scambiato con la sua segretaria. 

Non disperate! Difendete l’Italia e l’italiano, difendetela dagli aggressori. Lasciate le scuole, lasciate le fabbriche, imbracciate il fucile. Fatelo per l’Italia. Tanto la guerra dura sei giorni, domenica prossima saremo già tutti sul divano. L’abbiamo promesso, l’abbiamo ottenuto: la domenica non si lavora. L’Europa ci rispetterà. 

La faccia del Presidente non l’abbiamo più vista in televisione e dopo due mesi non c’era più neppure la televisione. Le bombe continuano a piovere e noi a scommettere. 

Oggi inizia il secondo anno di guerra ed è il mio dodicesimo compleano: la mamma ha preparato doppia porzione di riso. Per me c’è anche l’olio, è il mio regalo. 

Francesco Spiedo

Nasce da madre ansiosa e padre operaio. È copywriter per 193liquidartgallery, collabora come consulente editoriale con Ammatula e lavora come ghostwriter (non si può dire per chi). Partecipa all’esclusiva competizione “Pubblica un racconto al mese” con il record di 14 mesi di fila: i suoi racconti sono comparsi su Crapula, Verde, Pastrengo, GradoZero, Lahar . Ha curato l’antologia Non ci resta che scrivere in occasione della V edizione di Ricomincio dai Libri (fiera del libro di Napoli) e ha portato in scena la sua prima commedia Così non si va avanti. Ha scritto per Typee, Bookabook e MollyBrown. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo Stiamo abbastanza bene (Fandango Libri). Ha frequentato un master in scrittura creativa ed è istruttore di arti marziali. Laureato in Ingegneria non farà mai l’ingegnere, promesso.

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrivista.it

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