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Fat Shame: perché tanta paura del corpo grasso?

In copertina: Immagine di Fernando Botero

Nelle librerie è uscito uno dei primissimi libri sul fatshaming, “Fat Shame, Lo stigma del corpo grasso” edizioni Tlon. Una grossa novità e un grande passo avanti per la letteratura in Italia, proprio perché prima di allora non si trovavano libri scritti in italiano sulla tematica

Ci sono molti profili Instagram che trattano la tematica della body positivity (quella vera!) e della fat acceptance (=accettazione del grasso), ma la carta stampata da sempre un senso di fermezza, come se la questione debba essere finalmente e seriamente affrontata. E in effetti è così. E’ arrivato il momento.

Ecco perché cerco di spiegare qui che cos’è la Body positivity e soprattutto perché c’è tanta paura del grasso.

Cos’è la Body Positivity?

La Body Positivity (= positività del proprio corpo, o meglio ancora il sentirsi bene a proposito del proprio corpo e di come appare) è un movimento nato nella seconda ondata del femminismo, in cui la questione “corpo” è iniziata a far parte delle tematiche del movimento. Il messaggio principale era, ed è tutt’ora, di accettare il proprio corpo come si è, senza dover per forza seguire uno standard di bellezza tossico imposto e quindi rispetto, inclusione e superamento degli stereotipi.

Non promuove l’obesità ma dà spazio ai corpi che esistono. In Italia è iniziato a diffondersi intorno agli anni 2000 ma aveva una connotazione tutt’altro che politica e militante come in America. Infatti gli slogan della Body Positivity sono stati ripresi dalle multinazionali e dai brand come claim pubblicitario: “La Donna Vera ha le curve”, “Amati così come sei!” (si, però fino alla 46! dalla 48 in su difficilmente riusciamo a trovare pantaloni o vestiti nei negozi mainstream) e lo spopolamento della parola “Curvy”.

Tutto molto bello, è giusto e normale che le evoluzioni avvengano gradualmente, ma ora bisogna fare un passo avanti. Perché oggi la Body Positivity di oggi ha ridotto il tutto ad hashtag, indirizzato a donne “normopeso” con qualche difettuccio da accettare. Ha semplicemente allargato il range di accettazione, la “gabbia dorata” degli stereotipi di bellezza. Quando infatti alcuni brand dicono “La Vera Donna ha le curve” è uno slogan altamente tossico, poiché è un ricreare un ulteriore stereotipo di bellezza e di femminilità, calibrandolo al periodo storico, ma che però non dovrebbe esistere.

Le cosiddette “vere donne” sono anche quelle normopeso, magre, magrissime, senza una gamba o un braccio. Tutte le donne sono semplicemente donne, o possono essere anche altro, e siamo valid* tutt* allo stesso modo.

La vera Body Positivity è un accettazione (o meglio visibilizzazione) totale di qualsiasi corpo, proprio perché non accetta alcun stereotipo. Non esiste un “corpo non conforme” o “corpo conforme”. Esistono semplicemente i corpi. Ogni corpo è valido così com’è, degno e meritevole di essere vissuto in massima tranquillità: bisogna smantellare la bellezza come valore fondamentale per stare bene al mondo e vivere quindi serenamente nella società.

Cerca di cambiare la rappresentazione dei corpi annientando poco a poco qualsiasi ideale maschile di bellezza introiettato nella cultura pop.

La Fat Acceptance

La Fat Acceptance è un concetto che fa parte del movimento della Body Positivity. In italiano può essere tradotto come “l’accettazione del grasso” ed è un processo di smantellamento del canone di bellezza imposto. Tutt* noi sappiamo benissimo che lo stereotipo della bellezza impone la magrezza, sia per gli uomini che per le donne (ma per le donne lo stigma è accentuato poiché è compito della donna essere bella per lo sguardo maschile).

Non a caso, molto spesso si usa la parola “grasso” come insulto: se qualcuno vuole essere cortese nei confronti di una persona con un corpo grasso infatti si dice “cicciotella”, “pienotta”, “robusta” e mai “grassa”, proprio perché considerata una parola offensiva.

Come dicevo prima le evoluzioni possono e devono essere fatte gradualmente. Un primo passo per cambiare le cose e quindi accettare la grassezza (cercando quindi di fermare anche il fat shaming [=discriminazione del grasso, e non vergogna del grasso]) è iniziare ad usare la parola “grasso” come parola neutra e non in senso negativo, soprattutto dalle persone grasse. Anche qui c’è il bisogno di una “lotta linguistica” per far cambiare l’accezione negativa alla parola, come lo è stato per la parola queer.

Bisogna riappropriarsi del termine. Grasso è un aggettivo descrittivo, esattamente come “magro”, “biondo”, “alto”. Si pensa sempre che avere un corpo grasso implica essere meno bell*, e quindi di serie B. Ma è proprio da questo automatismo inconscio che si può fare la differenza ed abbattere questo stereotipo.

Più in generale, bisognerebbe prima di tutto avere più rispetto per il corpo altrui e smettere di focalizzarsi su come gli altri appaiono, commentandolo, sia ad alta voce che tra se e se.

(Parlai di questo anche nel mio scorso articolo sul catcalling, dove il commentare il corpo altrui è una forma di potere imposta verso l’altro).

Ognuno è libero di trattare il proprio corpo come si sente e come può, e nessuno ha il diritto di giudicarlo. Fare osservazioni sul peso altrui e sul corpo non fa bene né a chi le fa né a chi li riceve poiché è una vera e propria forma di prevaricazione dello spazio emotivo dell’altra persona.

E questo viene fatto soprattutto a chi ha dei chili in più, meno per chi ne ha di meno.

Questo fenomeno può essere considerato una vera e propria grassofobia: il corpo grasso viene considerato come uno stigma perché disturba, perché non è conforme alla normalità e questo spaventa. Immaginatevi se iniziassimo ad accettare l’essere grasso, in cui nessuno giudica più il corpo altrui e le persone grasse iniziassero ad amarsi, accogliere ed essere felici nel proprio corpo: metteremmo in discussione la scala del privilegio sociale e gli sforzi che le persone fanno per attenersi ad essa. Ma soprattutto, disintegrare tutto quel sistema capitalistico che regge la Diet culture, in cui per essere magri e in forma bisogna spendere soldi in cibo proteico e creme snellenti.

Sforzi inutili e soldi sprecati per raggiungere una perfezione irrealistica imposta dalla società, per giunta.

Thin Privilege

Un altro concetto collegato con la Body Positivity e la Fat Acceptance è il Thin Privilege, cioè il privilegio sociale di cui tu godi nel momento in cui sei magr*.

Chi è magro viene considerato di più e meglio rispetto alle persone persone grasse, sia in ambito lavorativo, in cui le persone grasse vengono considerate meno intelligenti, meno attive e irresponsabili, sia a livello sociale, sia in ambito medico.

Ma anche per quanto riguardano le questioni di tutti i giorni, quindi la scelta dei vestiti (come dicevo prima, la 46 va bene, ma già la 48 sognatela!), i posti nei mezzi pubblici e così via.

Sono dei privilegi invisibili, esattamente come il privilegio del MBE (maschio bianco etero) rispetto alle donne, e chi dimagrisce se ne accorge istantaneamente.

La società ci ha inculcato questo tossico pensiero che essere grassi significa essere un fallimento perché non riusciamo a cambiare il proprio corpo normalizzandolo, che non ci sforziamo nel rientrare nel canone, e ciò comporta nel favoreggiare chi non è grasso che invece ha lottato per rientrare nello standard.

Purtroppo non è una colpa, ma un semplice dato di fatto. Non è colpa della persona magra avere questo privilegio, esattamente come l’uomo bianco etero non ne ha.

Ma quanto aiuterebbe riconoscere questo privilegio per iniziare disinnescare questo dislivello? Tantissimo.

E la salute??

Tra le varie obiezioni sulla Fat Liberation (quindi al completo rovesciamento dei canoni estetici) è la questione della salute.

Prima di tutto ci tengo particolarmente a farvi sapere una cosa, spero che questo non vi sciocchi: il femminismo non tratta di salute. Si occupa di moltissime cose, ma non di tutto.

(Sorry but I’m not sorry)

Però si, è un argomento molto complesso, ma vale la pena parlarne (ci provo).

Obiettare la Fat Liberation con la questione salute è un atto di benaltrismo vero e proprio, poiché va a puntare l’attenzione su una questione individuale dimenticando un dilemma molto più radicato e complesso nella società. Un po’ come quando si parla di molestie e alcun* rispondono “eh ma mica tutti gli uomini!” No, non tutti gli uomini molestano, ma stiamo parlando delle vittime, dei carnefici ne abbiamo parlato per millenni, quindi ora basta.

Il punto focale del movimento non è imporre l’obesità a tutti i costi, che non avrebbe senso, bensì di eliminare lo stigma che la società ha imposto sui corpi non conformi a certi standard.

Anche perché esistono diversi studi che affermano che le diete non funzionano per migliorare la salute fisica ma solo ed esclusivamente per perdere peso velocemente. Eppure queste diete sono socialmente accettate, proprio perché viviamo nella “Diet Culture”. Non vedo MBE (ma anche donne) che criticano ferocemente una dieta da 600 kcal al giorno come lo fanno invece con una donna grassa in costume. Ciò avvalora semplicemente la nostra tesi.

Pensate davvero che vivere in una costante di privazione del cibo sia sano? No, però è socialmente accettato.

Non si può evincere niente sulla salute di una persona in base al suo peso corporeo,a meno che avete uno screening sottocutaneo per leggere i valori del sangue di quella persona attraverso un semplice sguardo. E io non credo che esista.

Inoltre, la salute non può nemmeno più essere considerata un valore morale in quanto anche l’accesso alla sanità è un vero e proprio privilegio.

Essere in buona salute è un diritto, non un dovere, quindi nessuno può colpevolizzare chi non è in buona salute qualora non lo fosse per scelta o per costrizione. Infatti anche il mantenersi in buona salute dipende molto dalla classe sociale e lo stile di vita che ci si può permettere. Chi ha la possibilità di pagarsi la palestra, avere tempo di andarci, pagare del cibo sano (che costa di più del cibo spazzatura, che prova il legame tra capitalismo e diet culture…) e avere una vita con minor stress e tempo libero non è da tutti.

Soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria mantenersi in ottima salute è importantissimo, ma con le palestre chiuse e il disincentivamento agli spostamenti, chi realmente si può permettere un tapis-roulant in casa? Comprarlo e avere spazio in casa?

Stare in salute e preservarla non significa imporsi di non mangiare e stare in costante pena per i propri addominali.

Mangiate della cioccolata, se vi fa stare un po’ meglio.

Fate pilates o yoga a casa se vi rilassa.

Fate tutto ciò che vi fa stare bene, a patto che non rechi danno al prossimo.

E ricordatevi solo che alla fine di questo tunnel non importa se ne esci con qualche chilo in più, o meno.

Importa chi sei tu.

Benedetta La Penna è una scrittrice, speaker radiofonica e attivista femminista di Pescara. Collabora con diverse testate nazionali come BL magazine, dove cura la rubrica sul femminismo intersezionale e Pressenza, dove racconta della situazione dei diritti umani e civili in zona Pescara e dintorni. È autrice e speaker del programma “Stand up! Voci di resistenza” su Radio Città Pescara Popolare Network”.

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