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Aborto legale

Scegliere è libertà: “ho abortito e sto benissimo”

Perché l’interruzione volontaria di gravidanza è ancora uno stigma

“Quando sarai madre capirai”: più o meno queste le parole che, con gradi di sfumature e intensità ogni volta diverse, definiscono l’unica storia nella mia vita e in quella di tante donne.

“Dato che avevo letto solo libri in cui i personaggi erano stranieri” scrive Chimamanda Ngozi Adichi, “mi ero convinta che i libri, per loro natura, dovessero avere personaggi stranieri, e dovessero parlare di cose con cui non potevo identificarmi”. Lo stesso accade con la maternità e la convinzione che, nella storia delle bambine della mia generazione, prima o poi arriva: l’istinto materno, inesorabile, assolve e perdona. 

Non vuoi figli? Sei troppo giovane per dirlo. Lo dici ad alta voce? Sei egoista. “Voglio forse dei figli perché desidero essere ammirata come il tipo di donna ammirevole che ha dei figli? Perché voglio essere vista come una donna normale? Una donna non solo con un lavoro ma con il desiderio e la capacità di allevare dei figli?  Non voglio essere l’idea che qualcun altro ha di me?” (Sheila Heti, Maternità): guai a interrogarsi.

Scegliere la sinossi e il destino di una storia collettiva, non è solo “raccontare la storia di un’altra persona” ma farla diventare la storia definitiva di quella persona. Appropriarsi di un singolo racconto per collettivizzarlo significa appiattirlo e, questa, è una questione di potere perché “l’unica storia crea stereotipi e il problema degli stereotipi non è che sono falsi, ma che sono incompleti. Trasformano una storia in un’unica storia”. 

Le donne polacche, in queste settimane, stanno provando a scrivere un’altra storia: in seguito alla sentenza della Corte costituzionale polacca, che ha reso illegale l’aborto anche nel caso di gravi malformazioni del feto, si è tenuta a Varsavia una delle più grandi manifestazioni della storia del Paese. Così facendo, la Corte ha ulteriormente ridotto il diritto di interruzione di gravidanza, restringendolo a un solo caso: l’aver subito violenza sessuale.

Ma le piazze hanno bloccato il governo che, guidato dal partito di destra Diritto e Giustizia, prende tempo e ritarda la pubblicazione della norma sulla gazzetta ufficiale, già prevista entro il 2 novembre. L’unica storia non è ancora sancita ma, esattamente come le battaglie italiane degli anni 70 per la depenalizzazione dell’aborto, anche le battaglie dei nostri giorni rivelano tutte le contraddizioni di un mondo profondamente diviso. L’aborto rimane uno stigma. 

C’è un questionario da compilare prima di un’interruzione di gravidanza e un colloquio dedicato, in cui occorre dimostrare che, sì, abortire è quello che vuoi fare. La tua volontà è un quadro clinico dalle coordinate precise in cui è possibile incappare nella domanda “senti il bisogno di suicidarti?”. Ma questa non è l’unica storia e, come si legge in una delle numerose testimonianze raccolte dal progetto “IVG, Ho abortito e sto benissimo”, “l’aborto è l’unica volta in cui ho visitato un medico e mi sono sentita come se mi ascoltassero e mi coinvolgessero nel processo. Mi stava responsabilizzando. Questa è l’unica parola per come ci si sentiva nel dare gli strumenti e la fiducia per fare ciò che volevo fare su un problema molto personale”.

L’unica storia possibile sull’aborto è quella autentica, soggettiva e personale: “IVG, Ho abortito e sto benissimo” scardina la retorica del dolore associata all’aborto partendo dalle esperienze personali. Come racconta la dottoressa Elisabetta Canitano, curatrice del progetto e presidente dell’associazione no profit “Vita di Donna, il blog riprende il format francese “IVG, je vais bien, merci” e vuole accogliere testimonianze di donne che hanno abortito e che non lo hanno percepito come un evento traumatico: “tra le narrazioni tossiche legate all’aborto” spiega Canitano, “fioccano online contenuti falsi che parlano erroneamente di temibili conseguenze dell’ aborto come il suicidio o il tumore della mammella. Si tratta di fake news, vere e proprie bugie: basti pensare che in Francia, Holland ha promulgato una legge che vieta di far circolare falsità sull’aborto in modo da poter oscurare i siti che parlano di queste fantomatiche conseguenze”.

Le donne possono tranquillamente abortire e stare benissimo per tutta la vita, eppure questa verità – concreta e testimoniata –  non basta a decostruire lo stigma che, come specifica Canitano, “si esplicita tutte le volte in cui si parla di aborto usando parole come sbaglio, dolore, incidente, esperienza terribile, sconfitta”.

My body, my choice: l’autodeterminazione non è concessa alla maternità e, dall’occupazione fisica e simbolica del proprio spazio di parola, riparte la battaglia che riguarda i corpi delle donne.

Oltre alla possibilità di reperire informazioni su contraccezione e IVG, il blog è un luogo di espressione libero da ogni pregiudizio: “ma allora si può dire? Non sono costretta a dire che sto male? Perché io sto benissimo, grazie per aver creato un posto dove posso dirlo”. Eppure, come spesso accade quando si rimette al centro l’esperienza dei corpi, le reazioni sono ambivalenti, eterogenee, contrastanti: “le testimonianze raccolte”, racconta Canitano, “hanno spiazzato anche molte donne impegnate nelle lotte, convinte che il tentativo di veicolare un’altra storia e discostarsi dalla codificazione condivisa potesse danneggiare le battaglie portate avanti”. 

Ma non dare voce e spazio a una narrazione che esiste significa censurare e relegare le donne alla funzione generativa come unica funzione valida, “come se di nuovo non potessero avere un destino proprio che non sia riprodurre la specie e allevare la prole, attività che le definisce e le giustifica di fronte al mondo”. E, allora, è la sessualità femminile a fare paura? 

La dott.ssa Canitano, che ha come punto centrale della sua attività l’informazione scientifica e libera su vari argomenti che riguardano la vita riproduttiva e la salute delle donne, non ha dubbi e parla di tabù: “la libera sessualità delle donne lo è ancora. Si condanna l’inizio precoce dei rapporti e non si sa cosa vuol dire precoce. Si condanna la mancanza di precauzioni, ma quando un uomo si mette a rischio tutti applaudono e quando lo fa una donna tutti fischiano”.

Il doppio standard presidia anche il giudizio sulla sessualità e – lo stigma sull’aborto – ne è conseguenza esplicita. La libera scelta della maternità non comporta solo l’autonoma decisione se essere o non essere madre, ma la rottura dell’identificazione di sessualità e riproduzione: “con la fine dell’equazione natura femminile=maternità è l’intera sfera della sessualità femminile che esige di essere rivisitata alla luce della dinamica del desiderio e della soggettività del desiderio” (Francesca Izzo, Maternità e libertà).

E, in questo contesto, la pratica femminista ha la sua responsabilità e importanza:

“dal mio lavoro e dall’attività portata avanti con Vita di donna, ho tanti racconti che possono provarlo. La storia che mi ha colpito di più è stata quella di una giovane ragazza, che ha avuto due aborti volontari a un anno di distanza circa. Durante il controllo mi ha guardato e mi ha chiesto, con aria speranzosa, «ma tu sei femminista?». Aveva bisogno di trovare in me una sorella, non qualcuno che la giudicasse. Ovviamente ho risposto «Certo!» e il suo viso si è illuminato.” E, sull’obiezione di coscienza, la Canitano precisa che “è una richiesta di non ottemperare a una legge dello Stato per motivi personali. Diventa problematica quando viene usata come un’arma religiosa e politica contro l’applicazione della Legge 194/78. Basterebbe vietare che gli obiettori si occupassero per esempio di diagnostica prenatale e quindi di aborti terapeutici, per ottenere una legittimazione dei medici che applicano la legge”.

In questa direzione, “Ivg, ho abortito e sto benissimo” e “Vita di donna” collaborano con la rete di “Obiezione respinta”, un progetto di mappatura dell’obiezione di coscienza in Italia formata da persone che “hanno e non hanno necessariamente dovuto affrontare lo stigma dell’aborto e l’obiezione di coscienza nelle loro vite.”

La situazione d’emergenza delle ultime settimane ha rimesso in luce i problemi legati all’interruzione volontaria di gravidanza, già complessi per l’alto numero di obiettori di coscienza. Mancano procedure chiare su tamponi ed eventuale positività delle donne che vogliono abortire e non è garantita l’attuazione delle nuove linee di indirizzo ministeriali sull’aborto farmacologico: “abbiamo ricevuto molte segnalazioni da parte di donne che devono praticare un’interruzione di gravidanza e, risultate positive al coronavirus, vengono rifiutate dagli ospedali senza la garanzia di poter effettuare l’aborto” racconta Canitano. Per questo motivo, “abbiamo scritto una lettera da mandare alla direzione sanitaria quando non si riesce ad ottenere un aborto perché si è Covid positive, ricordando che comunque è un diritto abortire e non si può far scadere il tempo se la donna si è presentata nei termini di legge”. Il modulo si può scaricare qui e, come sottolinea Canitano, “è importante che la rete di aiuto sostenga le donne sia per l’aborto volontario che per il terapeutico per motivi fetali e materni. Il grande misconosciuto della nostra sanità, quello per cui è morta Valentina Milluzzo a Catania”.

L’unica storia, questo, non lo ha raccontato. Per questo, riappropriarsi di una narrazione sull’aborto che restituisca il personale sentire di chi lo vive, è una pratica urgente e necessaria. Potente e politica. Scegliere è libertà.

Origini pugliesi, anima cosmopolita e cuore romano. Giornalismo e politica. Digital, content e management insieme: quando dico a mia nonna che di professione faccio “la content manager”, lei non capisce. Per questo, ho rimediato con una laurea in comunicazione digitale e un master in giornalismo politico-economico. Non credo alle definizioni, ma al potere delle parole che nominano. Prima femminista dichiarata della mia famiglia, non l’unica. Sostengo il women empowerment nella vita e in radio. “Le Ragazze stanno bene” è il mio format e il mio posto felice. Su Instagram, faccio cose e vedo gente: @nicolettalaba.

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