ANITA BAKER: ANDATA E RITORNO PER DETROIT
Forse era per mimetizzare il grigiore dell’esistenza, oppure era solo un vezzo per far risaltare la sua pelle color caramello che Anita Baker da giovane si vestiva sempre di bianco: fatto sta che era tutto un tripudio di seta, maglia e jersey di colori luminosi.
La bellissima Anita Denise Baker, classe ’58, rientra perfettamente nel prototipo di cantante dall’infanzia difficile, quasi a conferma che gli artisti più talentuosi prima di raggiungere la vetta debbano fare i conti, o con la povertà o con i tormenti dell’anima.
Ma per capire Anita bisogna capire la sua città, Detroit. Il Lower West Side era probabilmente uno dei più antichi quartieri neri, separato dal ricco East Side attraverso un confuso incrocio di strade che ospitavano un coacervo di locali e night club. Qui si rintanavano strambi avventori che poi sarebbero rientrati a tarda notte nei loro grigi quartieri affacciati sul lago St. Clair per farsi la loro buona dose quotidiana di degrado.

Dopo la trasformazione della città, fondata da un gruppo di cacciatori di pellicce francesi, in polo dell’industria automobilistica, a Detroit si riversò una miriade di immigrati in cerca di lavoro, in particolare neri, i quali arrivarono a superare il 30% della popolazione.
La questione razziale negli anni ’60 si materializza in particolare attraverso la discriminazione abitativa che ammucchiava gli immigrati in una successione di case tentacolari. Si dava la precedenza affittando case agli immigrati anglosassoni. Poi c’erano gli italiani, i greci, gli ebrei, gli ispanici, e in fondo alla scala sociale gli afro americani. Sono gli anni della terribile sommossa del 1967 ma anche quelli dell’elezione di Coleman Young, il primo sindaco nero.
Anita nasce in quest’epoca, e quando ha solo due anni viene abbandonata dalla madre davanti all’abitazione di Mary e Lewis Granville, una famiglia modesta e molto religiosa con già 5 figli. I Granville crescono la bambina come se fosse loro figlia senza mai rivelarle nulla del crudele abbandono.
Prima ancora che imparare correttamente a leggere la piccola Anita viene incoraggiata dai genitori a destreggiarsi nel canto. É nei cori di chiesa che, pur non emergendo sugli altri, acquista dimestichezza col pubblico. Impara a cantare senza prendere lezioni di canto, ma la passione per la musica comincia a farsi strada nel suo animo. A casa ascolta a profusione i dischi del padre tentando di ricalcare gli acuti delle cantanti.
Proprio mentre la sua vita sembra scorrere tranquilla, con l’affetto della famiglia, la scuola e la passione per il canto, avviene uno sconvolgimento che cambierà completamente le sorti della giovane. Quando ha solo 12 anni entrambi i genitori muoiono a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra. É a quel punto che Anita, attraverso la sorella maggiore che diventerà la sua madrina, scopre l’esistenza di una madre biologica.
Anita vive in modo tragico la scoperta di quell’abbandono, definendolo “un dolore brutto, anzi terribile, a causa del quale mi ci è voluto molto tempo per trovare un briciolo di pace nel mio cuore”.
Ad ogni modo, ha inizio la seconda fase, quella dell’adolescenza inquieta, con brutte frequentazioni ed espulsioni continue da scuola. E il contesto sociale, come ho scritto sopra, non è dei migliori: sono gli anni dell’eroina, del crack, dei disordini sociali, dei neri incazzati e dell’esercito a riportare l’ordine nelle strade. Detroit negli anni ’70 conquista l’infame primato di città col maggior numero di omicidi, chi può permetterselo scappa lontano. “Tell me what should I do to be saved” è la scritta che campeggia su un edificio della città che verrà ri-battezzata “The ghost town”.
La stessa Baker, anni dopo, ammetterà di non aver mai voluto partecipare alle rimpatriate con gli ex compagni di scuola perché “la maggior parte erano ex drogati sdentati”.
É in questo tessuto disagiato che cresce e si sviluppa l’arte della nostra Anita che nella terza fase della sua vita vivrà anche la parabola ascendente della sua città, ma ci arrivo dopo. A 16 anni comincia ad esibirsi come cantante nei night club per un pubblico eterogeneo di portoricani pelle e ossa, italiani nostalgici della lirica, artisti neri della downtown e solitari privi di stile che arrivavano in camicia e se ne uscivano col cappotto di qualcun altro.
L’ingresso accoglieva gli avventori con una densa nuvola di fumo di sigarette e marijuana, mentre il chiacchiericcio veniva continuamente interrotto da sirene di pompieri e volanti della polizia. Niente, assolutamente niente, avrebbe lasciato presagire che sarebbe potuto accadere qualcosa di pazzesco nella vita di quella ragazzina solitaria che per allontanare i maschi importuni dice “Quando non canto la mia vita è vuota, cantare è meglio che fare sesso”.
Ma per qualche strana ragione tutto sembra piatto e immobile, la carriera canora non decolla, nessun apprezzamento o soddisfazione, e mentre Anita fa altri lavori saltuari, la sera passa da una band all’altra (“Ogni volta che ci esibivamo da qualche parte c’era un musicista tra il pubblico e io sarei finita nella sua band”). Quando consegna dei demo i discografici la definiscono noiosa, una cantante mediocre.

Il suo stile è troppo di nicchia e lei, uno scricciolo alto un metro e quarantanove, verrebbe schiacciata dall’ingombrante personalità di altre due artiste della black music che stanno andando per la maggiore: la regina degli acuti stilistici Whitney Houston e la sensuale e dirompente Donna Summer. Le stazioni radio fanno passare i loro pezzi ogni 11 minuti.
Ma Anita è altro. Il suo è un pop molto più sofisticato e policromo, plasmato dall’R&B, dal soul e dal jazz; non è fatta per le masse urlanti. La sua intensità interpretativa, la voce raffinata e la maturità che si respira già nei primi testi la rendono diversa e in anticipo sui tempi. Dovrà passare ancora qualche anno prima di far sbocciare il proprio talento con l’album The Songstress del 1983, mentre il meritato riconoscimento e la consacrazione internazionale arrivano al secondo album Rapture.
Baker imbastisce album di ballate fusion, con strumentazioni sofisticate e arrangiamenti musicali senza eccessive sovrastrutture, che esaltano al massimo la sua voce limpida da contralto. Diventa l’artista che meglio rappresenta la musica colta del soul e del jazz, i critici definiscono le sue “canzoni d’amore da ascoltare davanti al fuoco”, e con le recensioni positive arrivano i tanto desiderati riconoscimenti. Baker diventa produttrice esecutiva di tutti i suoi album. Fino all’annuncio, nel 2018, del ritiro dalle scene con una serie di concerti per chiudere il cerchio ad una carriera trentennale.
Anita Baker, forte dei suoi successi, si è presa la sua rivincita ed è tornata a vivere nella sua Detroit. Sia lei che la città si sono liberate dalla zavorra di un tempo: la prima si è riconciliata con i tormenti del passato, la seconda è rifiorita con i suoi bei quartieri della classe medio-alta americana. Anita è tornata alle origini, nella città dove, tra gioie e dolori, è nata la sua meravigliosa stella. E lo ha fatto in grande stile, indossando gli immancabili tacchi a spillo.
Link video “Body and Soul” vincitore nel 1986 dei Grammy Awards https://www.youtube.com/watch?v=7IwIUYSE5Tg
Rita O.
Splendido articolo.
R&B e jazz non sono i miei generi musicali preferiti, ma dopo quanto ho letto, mi viene proprio voglia di conoscere la musica di questa artista, di cui mi era noto solo il nome.
Grazie!
Gabriele
Bellissimo articolo che fa onore a una grande cantante. Mi avete fatto fare un tuffo nel mio passato.
(ps: il link del video non si apre)
Lorenzo
Grazie Agata…per qualche minuto non ero più a casa mia ma in qualche locale fumoso di Detroit, entrato solo con una consunta camicia per uscire poi con il cappotto di qualcun altro…
Andrea B.
Una storia raccontata con grande empatia, ho apprezzato il parallelo con la città, è un modo di fare giornalismo che apprezzo e che ricorda quello di una volta, ahimè, sulla via dell’estinzione.
Genevieve Makaping
Magnifico articolo! Cara Agata mi piace il tuo stile così confidenziale, rispettoso, autorevole. Grazie 🤩
Diana
Great and beautiful!