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scrivania vuota durante covid

La Quarantena Lo-Fi: Pur essendo la situazione simile a quella di Marzo, è drasticamente diversa

Potremmo starci avviando verso una nuova quarantena. Potremmo, ma non è certo né chiaro. Sono tre settimane che viene detto “il 9 chiudono tutto”, “il 16 chiudono tutto”, “a dicembre chiudono tutto”; le persone non sanno più cosa fare.

Non si sa come muoversi, non si sa chi vedere e chi non vedere, se tornare alla propria città, a casa dei genitori, se fidanzarsi prima che sia troppo tardi, se divorziare prima che sia troppo tardi. Pur essendo la situazione simile a quella di Marzo, è drasticamente diversa, per tutti: la gente ha subìto grandi perdite in termini di economia, di lutti, di rotture, di salute mentale, di occasioni. Siamo esausti, quasi fatalisti.

La cura, l’attenzione che la maggior parte degli italiani aveva allo scoppio della pandemia è andata scemando sempre di più; chi per rassegnazione, chi per ripicca verso l’ignoto, chi per disperazione, ha lasciato le redini della precauzione prendendo decisioni imprudenti che vanno contro i vari DPCM, accettando la possibilità di essere contagiato piuttosto che quella di marcire.

Sicuramente è un comportamento egoista, sleale e irrispettoso verso chi sta mettendo la propria vita in prima linea, e verso chi ha dovuto sottomettersi a sacrifici enormi pur di fare la propria parte, e chi scrive non intende in alcun modo avallarlo o condonarlo, ma solo riportarlo come sentimento popolare esistente e, va ammesso, almeno un filo comprensibile. Sbagliato, ma comprensibile.

E’ stato un periodo duro, quello della quarantena, soprattutto per chi è rimasto chiuso separato dai propri cari, ma anche per chi è rimasto confinato con essi, in situazioni familiari abusanti e distruttive.

Sotto molti aspetti, per quanto riguarda chi scrive è stata un’esperienza ricca di paradossi quotidiani. In qualità di persona affetta da disturbo ciclotimico, ossia una forma “lieve” di bipolarismo (per quanto il bipolarismo possa essere considerato lieve) a tendenza depressiva, vedere l’intera popolazione lanciata in quelle che sono le caratteristiche di un episodio depressivo prolungato ha comportato un minuscolo senso di rivalsa nei confronti di tutti coloro che affermano che la depressione non sia considerabile una vera disabilità.

La reclusione, il desiderio di fuga dalla realtà delle cose, l’impossibilità di godere normalmente della vita sociale, la disperazione di non sapere quando finirà; quello che le persone neuro-tipiche hanno sperimentato in quei giorni è quello che le persone con neuro-divergenze di vario tipo sperimentano nella propria quotidianità, senza necessità di un DPCM o di una pandemia globale, ma solo in funzione del disturbo. Insomma, tornando al punto iniziale, per chi scrive la quarantena non è stata troppo differente da un banale Marzo qualunque, o Aprile qualunque, o Maggio qualunque. Il paradosso numero uno è proprio questo: essere la persona più preparata e più a proprio agio, il medico sull’isola.

Il paradosso numero due, è il senso di libertà dato dall’impossibilità fattuale di adempiere a quei compiti che la società richiede per essere considerati parte di essa, la libertà dall’idea di non essere adeguati, adatti, di non poter contribuire secondo i canoni standard.

Una libertà mai provata prima, sentire il peso angosciante della propria incapacità (non necessariamente reale) sollevarsi, finalmente, perché in qualche modo condiviso con tutti, uniti sotto lo stesso macigno.

Il paradosso numero tre è quello della speranza. All’inizio del lockdown, l’Italia si è affacciata per cantare l’inno nazionale, ci si organizzava per stabilire una scaletta delle canzoni italiane da cantare a squarciagola dalla finestra per dirsi l’un l’altro “non mi vedi, ma sono qui”. Certo, per molti versi è stato un trionfo di buonismo e ipocrisia, non mentiamoci; sapevamo tutti che si sarebbe presto tornati all’individualismo e alla pratica del mors tua vita mea.

Ma in quel momento, in quei giorni, il vicino di casa che ha iniziato a suonare la fisarmonica in balcone ha significato davvero qualcosa, soprattutto per chi era totalmente solo.

La speranza era quella che, a fine lockdown, avremmo trovato un mondo nuovo. Si sono trovati modi per continuare a lavorare a distanza anche laddove prima era stato definito impossibile, andando a cambiarne regole e concezione e smascherando la discriminazione nel mondo del lavoro per donne e disabili con la scusa che, se l’una dovesse rimanere incinta e andare in maternità o l’altro non avesse possibilità di recarsi in ufficio, costituirebbe un problema irrisolvibile per l’azienda.

Ed è qui che il mondo gira: messa in luce questa problematica insieme alla sua innegabile soluzione, nasce, dall’unione delle brillanti menti di Isabella Borrelli, Michela Cella, Nelson Esposito, Mariangela Rulli e Giusy Sica, “Decretiamo Parità” (decretiamoparita.com), un potente Transformer di competenze tutte moderne con il progetto di innovare il settore lavorativo e facilitare l’inserimento, o il reinserimento, delle neo-mamme. Seppur momentaneamente circoscritto alla questione della parità di genere, la proposta intende, a lungo termine, creare un cambiamento tale da poter coprire tutte le disparità.

Il paradosso finale è un’estensione del terzo più che un quarto a sé: l’entusiasmo. Nella situazione di terrore, paura, dolore, incertezza in cui il mondo versava e versa tutt’ora, non si poteva fare a meno di percepire un sottilissimo velo di entusiasmo, di curiosità umana, di creatività.

Un’emozionante nuova era, una distopia surreale, la sensazione inedita di essere davvero dentro la storia, di starla attraversando, di star avendo una rilevanza a lungo termine, con gli sforzi della protezione civile, il personale medico che instancabile salva vite e sì, si trova costretto a prendere decisioni devastanti ma necessarie, con gli studenti fuori sede che tentano di tornare a casa tramite intricati puzzle di biciclette, treni regionali, autobus e pullman pur di evitare di essere presi e riportati indietro, con le soluzioni che tanti giovani hanno cercato, trovato, creato per rendere questa crisi una einsteiniana culla per il progresso; una ventata d’aria fresca per i Millennials tacciati di irrilevanza, di pigrizia e di choosiness (sì, ce lo siamo proprio legati al dito).

Per quanto il prossimo paragrafo possa sembrare un peccato di leggerezza, non è assolutamente inteso come un’affermazione canzonatoria, ma come un’onesta dichiarazione di amore per il genere umano.

Chi scrive, vittima senza dubbio di uno spirito romantico, si è trovato ad attendere con trepidazione il prossimo capitolo di questo romanzo imprevedibile, come fosse la storia di un altro pianeta, di una tribù sconosciuta, guardandola da una distaccata ma empatica distanza: cosa si inventerà l’umanità stavolta?

In che modo questa gramigna ambulante si adatterà al nuovo ambiente, a quali inaspettate, immaginifiche cose darà vita? Dopo la stampa, il computer, Internet, dopo aver imparato a utilizzare i propri mezzi preesistenti per creare nuovi modi di stare insieme (checchè se ne dica, l’uomo è un animale sociale che va nutrito di taralli e spritz), qual è stata, quale mai sarà stata la risorsa più basilare e più naturalmente umana a cui si è ricorsi?

La musica, ovviamente; nello specifico, la Lo-Fi.

Ad un certo punto, su Youtube hanno iniziato a fiorire remix dei discorsi del Presidente Conte, del Presidente della Campania De Luca, del Presidente del Veneto Zaia, e di tanti altri personaggi politici e mediatici salienti intervenuti sul tema; sono stati adattati a questi suoni imperfetti, ruvidi, distorti e rilassanti, che hanno aiutato tramite la loro ironia molte persone a sostenere il confinamento con uno spirito più leggero, più scanzonato.

Un toccasana inaspettato di cui non si sapeva di avere bisogno che è stato generosamente elargito da vari canali, il più saliente senza dubbio è “Shunsuke Nakamura”, fondato da Francesco Frigerio e Matteo Colciago. Quel che più colpisce sono alcuni commenti, brevi o lunghi, che trasmettono tutti la stessa strana sensazione, ossia una pre-nostalgia, o una nostalgia al contrario: “Quando lo riascolterò tra trent’anni mi metterò a piangere”, “Nel 2096 verrà tirato fuori da un archivio storico” o il più poetico “Una dolce melodia riecheggiava nell’ormai lontano 2020. Il dolce declino di un mondo ove unione globale era la parola d’ordine. Le avanguardie tecnologiche del tempo caratterizzarono la nascita aleatoria di nuove forme d’arte.[…]Benvenuti a “Uno Sguardo al Passato, oggi parliamo dei nostalgici Anni Venti”, da cui risulta chiaramente una consapevolezza fantasma del fatto che quella della quarantena è stata un’esperienza quasi incredibile, da raccontare in ogni modo, con qualunque mezzo, perché in un certo senso straordinaria, che non significa necessariamente bella, ma fuori da quello che ci si sarebbe aspettati dalla vita; e l’arte, perché di arte si tratta, è il miglior testimone.

Un’altra recente invenzione distopica che merita riverente menzione è la Sala degli Abbracci. Prima in Veneto, nella casa di cura Domenico Sartor, ora anche a Parma, nella residenza Villa Carlotta sotto la direttrice Zacchè, si sono adibite delle stanze, divise in due da un telo di materiale plastico con fori da cui partono guanti, per permettere ai visitatori e ai residenti di abbracciarsi e di sentire il calore umano dei propri amati, irraggiungibili oltre il plexiglas che nel migliore dei casi era stato installato per potersi quantomeno vedere. Dolceamaro soprattutto per chi, come chi scrive, non ha avuto la fortuna di poter usufruire di questo servizio, ma indubitabilmente inestimabile per chi può avvalersene ora.

Ora. La differenza, come detto, è la speranza, e la certezza che se si dovesse ritornare alla chiusura totale, stavolta sì, sarebbe catastrofico molto più di quanto non sia stato prima. E se chi legge sperava di poter avere da questo articolo qualche spunto per la soluzione, con rammarico di entrambi, non è così.

Ad ogni modo, il vicino non ha più smesso di suonare la fisarmonica in balcone.

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