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La Cineteca In Fiamme

Un presidente revisionista, i dipendenti licenziati a manifestare davanti ai cancelli chiusi, burocati corrotti e una attrice di telenovelas – cosa sta accadendo al piú grande archivio filmico dell’America Latina?

Anche se di primo acchitto il nome non vi dirá niente, Regina Duarte é uno dei volti piú teletrasmessi del pianeta. La Duarte é stata la regina indiscussa delle telenovelas, lunghe serie tv che si dipanavano tra intrecci familiari e sociali, tragedie, matrimoni e funerali ad alto tasso di lacrimositá, e che negli anni Settanta e Ottanta, anche in Italia, sono state di gran lunga il prodotto audiovisivo brasiliano piú visto nel mondo.

La storia che vi stiamo per raccontare potrebbe assumere i contorni di una telenovela, se non altro perché ad un certo punto appare pure lei, la Regina, se non fosse per il crudo e tragico realismo con cui dovremo fare i conti, visto che si parla di centinaia di posti di lavoro a rischio, e dell’ereditá culturale ed audiovisiva di un paese, il Brasile, fortemente a rischio.

Dall’insediamento di Jair Bolsonaro ad oggi, le scelte scellerate della politica brasiliana hanno fatto molto spesso capolino anche sui giornali occidentali. Non é questa la sede per ponderare sulle battute infelici del premier verdeoro sui revisionismi nei confronti della dittatura della Giunta Militare brasiliana, la famigerata Quinta Repubblica tra il 1964 e il 1985, o le sue orribili freddure sui diritti LGBTQ+, qui mi soffermeró principalmente sulle sue decisioni in materia di gestione culturale e sull’affaire, che ormai ha preso le proporzioni di un caso internazionale, legato al destino della Cinemateca Brasileira.

Da diversi mesi le voci si susseguono parlando di una ‘occupazione militare’ della sede della Cinemateca a San Paolo, della sua preziosa e fragile collezione filmica messa a repentaglio, di manifestazioni di massa – i piú di 150 dipendenti sono stati ‘sospesi’ – e di gesti di solidarietá provenienti da personalitá del cinema mondiale come Martin Scorsese e Walter Salles.

La FIAF – Fenderazione Internazionale degli Archivi di Cinema – ha raccolto in una sessantina di videomessaggi di sostegno da parte dei colleghi di tutto il mondo agli archivisti brasiliani licenziati, e questa torcida ha un bersaglio d’eccezione a disposizione, ovviamente quello di Bolsonaro.

L’ultima gaffe del politico dalle origini venete sulla questione Cinemateca é una scena madre che difatti meritava il coinvolgimento di una attrice del calibro di Regina Duarte.

L’anno scorso il governo di Bolsonaro ha ridimensionato il Ministero della Cultura, trasformandolo in un sottosegretariato all’interno del Ministero del Turismo (come nell’Italia degli anni Ottanta, il famigerato ‘Ministero del Turismo e Spettacolo’, ma un filino peggio….). Si sa che in generale i regimi conservatori hanno grande difficoltá a reperire personalitá della cultura disposte ad occupare uno scranno per loro conto. Bolsonaro nominó come sottosegretario alla Cultura proprio la Duarte, da sempre figura fortemente filo-governativa.

Alle dimissioni di Regina, Bolsonaro le disse: “mi dispiace, avrei voluto farti il regalo di nominarti direttrice della Cinemateca Brasilera”, se non per questioni di formazione – visto che il massimo del suo valore artistico é stato riempire il palinsesto pomeridiano di Retequattro… – quantomeno per facilitá logistiche, visto che Regina Duarte é originaria di San Paolo, la cittá dove é insediato l’archivio. La Duarte é lusingata, ma non se ne fa niente, fondamentalmente perché: 1) non é compito del primo ministro assegnare ruoli di dirigenza nella istituzione perché non direttamente afferente al governo e 2) alla Cinemateca Brasilera non esiste neanche il ruolo di direttore, e questo Bolsonaro manco lo sapeva…

La buccia di banana su cui é caduto Bolsonaro ricorda vagamente quella di Giorgia Meloni che, protestando davanti al Museo Egizio di Torino per una iniziativa legata all’uso e alla promozione della lingua araba, minacció il direttore Christian Greco, di gran lunga il miglior egittologo italiano, dicendogli “ci ricorderemo della sua nomina quando andremo al governo”. Peccato che, come giustamente Greco dichiaró il giorno successivo allo ‘scontro’, il Museo Egizio é una Fondazione d’Arte con diversi soci, tra i quali il Ministero dei Beni Culturali non figura.

Peró, fatte le canoniche quattro risate sull’incompetenza dei politici, al di qua e al di lá dell’Atlantico, quando si parla di cose di cultura, se non é Bolsonaro a comandare direttamente sui destini di quell’archivio, tanto da non poterci piazzare al comando la sua vecchia e stimata amica, cosa sta accadendo veramente alla Cinemateca Brasilera? E le proteste globali del mondo del cinema, sono a questo punto mal indirizzate verso di lui?

Facciamo un salto indietro nel tempo e cerchiamo di ricostruire la situazione fino a qui.

Partita come un cineclub nel 1940, e poi come una sezione del Museo d’Arte Moderna di San Paolo, la Cinemateca Brasilera si costituisce nel 1956, grazie all’impegno di Paulo Emílio Sales Gomes, giá studente di filosofia e militante di Juventude Comunista sfuggito al carcere, che durante un esilio forzato a Parigi conoscerá l’operato e la persona di Henri Langlois, fondatore della Cinematheque Francaise, e ne verrá fortemente ispirato.

Nata come associazione senza scopo di lucro, la Cinemateca cambierá spesso ragione sociale, seguendo le tortuose correnti della burocrazia brasiliana: nel 1984 viene stata incorporata nel governo federale come organo del Ministero dell’Istruzione e della Cultura, mentre nel 2003 passa alla Sottosegretariato all’Audiovisivo del Ministero della Cultura. Il passaggio é cruciale – avviene durante il primo mandato di Luiz Inácio Lula da Silva – perché lo status della Cinemateca passa da ‘museale/archivistico’ a piú strettamente legato ai destini dell’industria cinematografica.

É in apparenza una ottima scelta, perché arrivano finanziamenti e riconoscimenti, ma il regime ‘industriale’ comporta anche scossoni, indagini, sospetti di corruzione. Nel 2013 c’é un primo golpe dove vengono licenziati 138 dipendenti e azzerato il consiglio di amministrazione, sospettato di pratiche poco lecite. Poi, nel 2016, arriva un disastro vero e proprio.

Uno dei magazzini della Cinemateca contenente delle pellicole nitrato va a fuoco, il fumo nero di mille film in fiamme verrá filmato dall’alto e trasmesso dai telegiornali di mezzo mondo. Non é la prima volta che l’archivio passa alle cronache per una esplosione ( altri tre incendi di nitratro erano accaduti nel 1957, 1969 e 1982), ma essendo la precedente gestione giá sotto scrutinio, venne richiesto a gran voce un altro cambio al comando.

Qui si compie un secondo errore, perché al posto di tornare sui suoi passi verso una vocazione archivistica, la Cinemateca viene data in gestione alla Acerp (Associação de Comunicação Educativa Roquette Pinto), fondamentalmente una casa di produzione televisiva di Rio de Janeiro afferente al ministero dell’Educazione che si occupa di programmi di divulgazione.

É con la Acerp che Bolsonaro, insediatosi il primo gennaio 2019, entrerá presto in conflitto, colpevole di produrre “programmi di sinistra” per le stazioni televisive brasiliane. I contratti di gestione tra Acerp e Governo Federale vengono riveduti, compreso quello che prevedeva uno stanziamento annuo di 12 milioni di Real (circa 2 milioni di Euro) per il finanziamento della Cinemateca. Con l’arrivo della crisi del Covid, i rubinetti del governo fermano la fuoriuscita di fondi, e la Acerp sará costretta a licenziare i 152 dipendenti della Cinemateca, in quanto semplicemente non ha piú i soldi per pagare i loro stipendi.

In altri tempi questi fatti lasciano presagire, visto lo ‘storico’ dei fatti della Cinemateca, che presto – probabilmente alla fine dell’emergenza legata alla Pandemia – ci sará un ennesimo passaggio di consegne, il quarto solo nell’ultimo ventennio, quasi un destino delle collezioni riposte nell’ex-mattatoio municipale di San Paolo, sballottate da un ministero all’altro, tra burocrazia e politca.

Ma stavolta ci sono i social media ad incendiare gli animi della protesta e a farle raggiungere livelli globali, e soprattutto lui, l’ex-militare, al parlamento dal 1991, brasiliano di seconda generazione, i nonni paterni originari di Anguillara Veneta: Jair Bolsonaro.

Ecco che quindi le visite degli ufficiali giudiziari per il rituale scambio di chiavi degli edifici e i metronotte piazzati a controllare la sicurezza dei depositi assumono l’ombra sinistra di una giunta militare pronta al colpo di stato.

Le visite, spesso rassicuranti, di politici in trasferta a San Paolo – non dimentichiamoci che il governo é a Brasilia, a piú di mille chilometri di distanza dal quartiere di Vila Clementino dove sono le sale, gli uffici e gli archivi della Cinemateca, e questa distanza geografica é costata non poco – con le loro battute collegate alla memoria del Brasile da ricostruire partendo dai cinegiornali di Canal 100, che dal 1958 al 1986 hanno raccontato il paese sul grande schermo partendo dalla sua gloria piú fulgida, quella Seleção Brasileira che ha vinto cinque mondiali di calcio e regalato stelle a tutti i campionati del mondo, vengono vissute con il terrore di una potenziale manipolazione orwelliana della Storia, per rinverdire i fasti della Dittatura militare che tanto piace ricordare a Bolsonaro.

Soprattutto, si teme un altro incendio, anche perché ce ne sono giá stati comuque quattro, con o senza l’ingerenza di dittature o politici. Purtroppo il nitrato non si preoccupa troppo di chi sta al comando.

Fermo restando che la figura di Bolsonaro é comunque da condannare, contro chi dovremmo dunque protestare per quello che sta avvenendo oggi alla Cinemateca Brasilera?

Dovremmo protestare per la faciloneria con cui si gioca all’incastro con le istituzioni culturali, sballottandole da una gestione all’altra come se non ci fosse una dignitá nella loro storia, nella loro vocazione e in quella dei loro dipendenti.

Dovremmo protestare con le istituzioni culturali stesse, che spesso inseguendo il privilegio o il finanziamento o la protezione politica, mettono a repentaglio la loro stessa sicurezza e quella dei loro dipendenti.

Dovremmo protestare con i dipendenti che fanno buon viso a cattivo gioco, e pur di mantenere il loro posto di lavoro, che dovrebbe essere un diritto guadagnato in base alle loro capacitá e competenze raccolte sul campo, accettano di veder recisi contratti statali o para-statali per vedersi assunti in fantomatiche fondazioni senza storia e buone solo per far girare meglio capitali pubblici e privati che peró non entreranno mai nelle loro tasche.

Questa telenovela sugli ultimi quattro lustri di gestione della Cinemateca Brasilera non é altro che l’ennesima cartina di tornasole sulla malagestione delle risorse culturali e archivistiche, cosí troppo poco interessanti fino a quando non diventano la passerella o lo scoop per un lancio sensazionalistico, al di qua o al di lá delle strumentalizzazioni politiche.

Anche perché questo genere di situazioni purtroppo non si trovano solo in Brasile, come ho cercato di tratteggiare nell’articolo, ma sono all’ordine del giorno anche in Italia e nella civilissima Europa.

(Un ringraziamento speciale al Dott. Alessandro Mazza per le nozioni di cultura brasiliana e le traduzioni dal portoghese)

Massimo Benvegnú, critico e programmatore cinematografico, docente di Legislazione e Sicurezza dei Media all’Universitá di Udine. Collabora con diversi festival ed istituzioni culturali italiane ed estere.

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