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Intersezionale

donna che piange con una pianta morta

Le regole che dividono la scuola, il mare che divide le terre

Ho 25 anni e faccio l’insegnante. Ho preso servizio in una scuola elementare di Milano circa un mese fa ormai.

La stessa scuola tanto discussa in questi mesi e che il Governo italiano ha saggiamente mantenuto aperta.

Mi trovo in una situazione completamente nuova ma con delle regole ben precise volte soprattutto a contenere la diffusione del contagio da covid-19.

Inizialmente le regole erano “morbide” ma con il crescere dei contagi e le promulgazioni dei nuovi D.P.C.M., sempre più duri e rigorosi, si è passato, ad esempio, dal cambiare la mascherina una volta al giorno durante le ore scolastiche, a due volte al giorno, con cambio successivo al pranzo.

All’inizio dell’anno scolastico era permesso abbassare la mascherina solo se seduti al banco, poiché già distanziati l’uno dall’altro di un metro e delimitati dai margini sul pavimento in cui dovevano essere precisamente posizionate le gambe. 

Progressivamente sono state adottate più restrizioni: oggi la mascherina non può MAI essere abbassata o rimossa se non al momento della refezione, ovviamente per necessità e per l’esatto tempo del pasto e non oltre, senza parlare.

Immaginare come si sentano i bambini, che alla fine bambini sono, con l’introduzione di tutte queste” brutte” regole che evitano non solo il contatto con la compagna o il compagno nel momento ricreativo, ma anche l’interruzione del dialogo e della socialità in una situazione che hanno sempre vissuto con naturalezza nella quotidianità scolastica. 

La nuova disposizione banchi è talmente ordinata e distanziata che al momento della ricreazione i bambini hanno meno spazio per giocare, non possono correre perché ci sono stati episodi di innocue cadute che si sono trasformate in vere e proprie lesioni a causa dei banchi. Non possono toccarsi, fare un banale trenino per la classe, nulla.

Si eliminano i banchi a coppie, si eliminano gli abbracci, non si può prestare la cancelleria se la compagnetta o il compagnetto non ce l’ha escludendolo così da parte costitutiva della lezione.

Non si può prendere la mano in fila. Entrate scaglionate e divise per grado e sezioni; banchi divisi, bagni divisi, come mense divise, classi divise.

Una scuola, quindi, eccezionalmente investita da un’ondata di regole che dividono, come il mare che divide terre apparentemente simili tra loro ma economicamente divise, come vengono divise le frontiere, i confini e le madri dai propri figli e figlie nel tentativo di migrare verso una prospettiva migliore. Ho negli occhi una brutta notizia, ma devo entrare a scuola. Devo metterla da parte.

Entro a scuola e non vedo l’ora di vedere le mie bambine e bambini, ma sono evidentemente scossi da tutte queste regole, sono divisi tra loro come da noi insegnanti, come io devo dividermi da loro quando entro in classe e corrono ad abbracciarmi, contenti di rivedermi.

Ma nonostante sappiano sia una regola, trasgrediscono, lo fanno lo stesso: non si dividono e vengono insieme.

Ripeto che non devono farlo ma continuano per svariati minuti in questo abbraccio meravigliosamente pieno e innocente. Mi ritrovo nella situazione dove vorrei stringerli, prendere l’energia di un abbraccio infantile ma mi ritrovo a riprenderli per avere trasgredito quella regola, la più brutta tra tutte: quella della naturalezza e della dimostrazione dell’affetto. Importante come tutto quello che accade in una scuola, nella sfera emotiva di una studentessa o di uno studente.

Percepisco attraverso questi gesti dell’abbraccio e tanti altri una scuola che, invece, a dispetto delle regole che dividono, fa ciò che le è proprio: unisce; continua; lotta; resiste. Per insegnare e stimolare curiosità a chi di più eccezionale e prezioso possa esistere al mondo e nella nostra società.

Ma nell’entrare a scuola non vedo solo questo, ho negli occhi ancora la notizia che ho letto poco prima scorrendo svogliatamente lo smartphone e che non sono riuscita del tutto a mettere da parte: l’ennesimo bambino morto in mare alla sola età di sei mesi.

Sono fortemente provata ma devo provarci ancora, devo comunque provare ad essere positiva, perché c’è bisogno, perché tutto ciò che esprimerò sarà assorbito dagli studenti e studentesse come una spugna, perché la situazione è per loro già molto pesante.

La giornata continua e poi finisce e tutto sembra andar bene. Le bambine e bambini sono sereni, nonostante tutto, e gli insegnanti soddisfatti. Guardo i “miei” bambini imboccare l’uscita e quasi tutti corrono ad abbracciare la mamma o il papà. Ed ecco che in un attimo si riapre la stanza della mente che avevo chiuso per stare con i bambini. Un bambino di appena sei mesi, oggi, ha perso la vita in mare. 

Non è più riuscito, in quel viaggio così oscuro per lui, ad abbracciare la sua mamma che in un grido disperato lo cercava in acqua.

Penso che ci sono condizioni, in larga misura non dipendenti da noi, che ci dividono. Che dividono i miei bambini che stanno correndo ad abbracciare i genitori, da altri bambini. Penso che troppo si scarichi la responsabilità su Organizzazioni non Governative laddove è compito delle autorità internazionali tentare di ridurre queste divisioni. Tentare, cioè, di dare una possibilità a dei bambini che scappano per crescere sereni, vogliosi e curiosi di studiare, con le pagelle cucite addosso, o addirittura a neonati che hanno appena aperto gli occhi alla vita e a questo mondo sconosciuto. 

Ma i “miei” bambini sono lì a dimostrarmi ogni giorno che loro hanno una resilienza che non hanno gli adulti e che sono in grado di mostrare a me, la loro maestra, un mondo migliore di quello che vedo io nel mezzo di una pandemia, nel momento più duro per tutti che io ricordi. 

Alle insegnanti e insegnanti, Ad Alan Kurdi, a Joseph e a tutte le bambine e bambini che sono state divisi dalle acque del mare che li ha cullati e fatto chiudere gli occhi a questo povero mondo divisorio che dovrebbe prendere esempio e un po’ di innocenza da loro.

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