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I “dublinati” , ecco il valore della vita dei richiedenti asilo per l’Europa

“Pronto, Giovanna, sono M., mi hanno portato in Danimarca, sono in prigione, aiutatemi!”

Inizia così il dramma di M., richiedente asilo iracheno la cui storia è emblema del costo umano del Regolamento di Dublino, che definisce la competenza dei diversi Stati membri dell’Unione Europea nell’esame delle richieste di asilo. 

Il Regolamento di Dublino nasce nel 1990, come Convenzione internazionale tra dodici stati appartenenti alla Comunità Europea, ancor prima che fosse creato lo spazio di libera circolazione Schengen e l’Unione Europea, al fine di definire la competenza nell’esame delle richieste di asilo da parte degli stati firmatari. Nel 2003 viene in parte modificato e diviene un Regolamento interno all’UE, mentre risale al 2013 l’ultima modifica effettuata che ha dato vita al c.d. Dublino III.

Il principio generale alla base del Regolamento è quello di evitare che una persona presenti la stessa richiesta di asilo in diversi Stati membri, stabilendo dei criteri attraverso i quali definire la competenza, tra cui il principale è quello del primo Paese di ingresso.

I tentativi di modifica del Regolamento portati avanti fino ad ora anche all’interno del Parlamento europeo, si si sono però arenati nello scontro tra gli interessi dei singoli Stati. Infatti, nonostante la Commissione Europea abbia annunciato il nuovo Patto UE per la Migrazione e l’Asilo dalla Commissione Europea lo scorso settembre come superamento di Dublino, il meccanismo di redistribuzione previsto all’interno del nuovo Patto rimane inadeguato ad affrontare il problema.

L’applicazione del Regolamento di Dublino genera tre ordini di problemi: un sovraccarico di richieste nei Paesi di frontiera dell’UE, un trattamento dei richiedenti asilo come ‘pacchi’, spostati da una parte all’altra senza tenere in considerazione vincoli affettivi e familiari e, infine, un trattamento totalmente diverso a seconda del Paese di presentazione della richiesta, dovuto ad una difformità del diritto di asilo all’interno degli Stati membri.

Sebbene quest’ultimo aspetto abbia ricevuto meno attenzione all’interno del dibattito pubblico, è un elemento centrale, manifestazione del fallimento nella creazione di una politica di asilo europea davvero comune.

Nel preambolo del Regolamento di Dublino III si legge: gli Stati membri, tutti rispettosi del principio di non respingimento, sono considerati Stati sicuri per i cittadini di paesi terzi 1)

E tuttavia, la storia di M. racconta una realtà decisamente diversa.

M. appartenente alla minoranza sunnita irachena, ha lasciato l’Iraq nel 2014 ed è arrivato in Europa nel 2015 attraverso la Rotta Balcanica. Giunto in Danimarca, ha presentato per la prima volta richiesta di asilo, ricevendo tuttavia due dinieghi ed entrando in una condizione di irregolarità che lo ha messo nella condizione di essere costantemente a rischio di deportazione.

Per questo motivo, M. decide di recarsi in Italia e nel 2017 a L’Aquila presenta una nuova richiesta di asilo. Poco dopo la presentazione della richiesta, si attiva la procedura Dublino e riceve un decreto di trasferimento in Danimarca: il decreto recita “la Danimarca ha riconosciuto la propria competenza […] la Danimarca è ritenuto un paese membro sicuro e non si ravvisano motivi che potrebbero indurre l’Italia ad assumere la competenza”.

M. presenta ricorso presso il Tribunale di Roma che sospende nel mentre l’efficacia del trasferimento. In attesa di una decisione, può restare in Italia.

Prosegue il suo percorso, ospite in un centro di accoglienza a L’Aquila, inizia a frequentare la scuola CPIA 1 di L’Aquila città, impara l’italiano, inizia a lavorare come pizzaiolo. La vita prosegue, nell’incertezza, nell’attesa, ma prosegue.

Tuttavia, nel maggio 2019 il ricorso presentato viene rigettato poiché considerato infondato. Tra le altre motivazioni, il giudice dichiara che “non ci sono motivi per ritenere che in Danimarca sussistano carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza, tanto da implicare il rischio, in caso di trasferimento, di incorrere in trattamenti inumani e degradanti”.

Tuttavia, se nel 2017 per 675 domande di protezione presentate da cittadini iracheni, la Danimarca ne ha accolte solo 50, pari al 7% del totale, nello stesso periodo, l’Italia su 1410 domande ha riconosciuto una forma di protezione per 1270, ossia il 90% 2).  Nello stesso anno, secondo i dati Eurostat, dalla Danimarca 75 cittadini iracheni sono stati deportati, contro 5 dall’Italia 3). Purtroppo, le politiche di deterrenza attuate dalla Danimarca sono tristemente note 4)

e coinvolgono richiedenti asilo provenienti da altri Paesi in condizione di estrema instabilità e violenza diffusa, quali ad esempio la Somalia (tasso di riconoscimento al 7% contro il 90% in Italia) e l’Afghanistan (15-20% contro il 90%) ((Eurostat, Asylum and Managed Migration Statistics, https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/MIGR_ASYDCFSTA__custom_285985/default/table?lang=en )).

Dal momento in cui il ricorso viene rigettato, nonostante il ricorso in cassazione, M. perde il diritto a rimanere in Italia, il permesso di soggiorno scade a novembre e non può più essere rinnovato, viene mandato via dal centro. Si ritrova in un limbo, nel quale il procedimento per definire la competenza non è ancora concluso ma tuttavia perde il diritto a rimanere in Italia.

A metà settembre è stanco di attendere. Da novembre 2019 non ha un permesso di soggiorno, non ha una casa dove vivere, non ha un lavoro. È stanco di vivere in un limbo, stanco che la sua vita sia in balia tecnicismi burocratici, cavilli, disorganizzazioni interne. In teoria l’efficacia del decreto di trasferimento in Danimarca sarebbe dovuta cessare ad aprile 2020, ma inspiegabilmente l’Unità Dublino ha prorogato il termine fino ad aprile 2021.

Decide di andare in Questura credendo di poter così risolvere questa attesa logorante. Purtroppo, l’esito è l’opposto di quello che si sarebbe potuto aspettare. Viene subito trasferito in Danimarca, senza possibilità di opporsi, senza possibilità di far valere le sue ragioni, senza che il suo percorso di ‘integrazione’, così caro per definire il diritto di soggiorno in questo Paese, sia minimamente considerato.

M. ha un fratello, anche lui è arrivato in Danimarca, anche lui ha presentato richiesta di asilo in Italia, anche per lui si è attivato Dublino. Ma a differenza sua, il fratello ha ottenuto la competenza italiana ed in seguito la protezione internazionale.

La situazione dei c.d. “dublinati” è emblema del valore che le politiche migratorie europee attribuiscono alla vita dei richiedenti asilo, ossia la preminenza della burocrazia sull’esistenza degli esseri umani, la completa aleatorietà nel riconoscimento di una forma di protezione.

Il rimbalzo tra istituzioni è una costante, tra Paesi UE, tra Tribunali, tra uffici pubblici. La vita dei richiedenti asilo è fatta di un districarsi tra rimbalzi di competenze, senza tenere in considerazione che dietro a quegli anni che scorrono ci sono vite umane con sogni, speranze, aspirazioni.

A questo proposito, un gruppo di richiedenti asilo provenienti dall’Iraq, dalla Siria, dalla Palestina e dal Libano, incontrati all’Aquila nella stessa occasione in cui abbiamo conosciuto M., hanno scritto una lettera da indirizzare alle autorità italiane e ai giudici competenti dei procedimenti Dublino.

Chiedono che venga riconosciuta la difformità nei tassi di riconoscimento di diversi stati membri, che le loro vite siano valutate con dignità e che i decreti di trasferimento siano sospesi fino a quando non sia stata presa una decisione definitiva sulla competenza, così che ciò che è accaduto a M. non possa più accadere, così che l’Italia non autorizzi il trasferimento di richiedenti asilo per i quali, se entrasse nel merito delle loro richieste, riconoscerebbe in più del 90% dei casi una forma di protezione internazionale 5).

Dalla fine di settembre, M. è detenuto nell’ Ellebæk Centre for Foreigners in Danimarca. In un rapporto del 2019 del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti, organo afferente al Consiglio d’Europa, venivano denunciati duramente alcuni centri di detenzione danesi, tra cui anche l’Ellebæk Centre.

Il rapporto sottolinea come la strategia di deterrenza del governo danese sia basata sullo stremo dei richiedenti asilo denegati, sottoposti a condizioni di vita e privazione della libertà così disumane ed insostenibili convincerli a sottoscrivere un programma di ritorno volontario verso il Paese di origine 6).

Quando abbiamo ricevuto la chiamata di M. abbiamo attivato subito una rete di solidarietà, riuscendo ad entrare in contatto con un attivista danese il quale ha visitato M. più volte all’interno del centro e lo ha messo contatto con un avvocato di fiducia che potesse seguire il suo caso. Nel mentre, le autorità danesi hanno provato a convincere M. a sottoscrivere il programma di ritorno volontario, intimandogli che nel caso in cui si fosse rifiutato lo avrebbero comunque eseguito forzatamente. Nonostante le minacce, M. si è rifiutato. Vogliono obbligarlo ad andare all’ambasciata irachena in Danimarca, ma M. ha paura, ha paura del governo iracheno, ha paura solo a varcare quella porta. È venuto qui per chiedere protezione ed invece viene rispedito nelle mani di coloro per fuggire dai quali ha percorso centinaia di migliaia di chilometri.

La Danimarca vuole procedere alla deportazione di M. entro la fine dell’anno. Intanto, il ricorso in Cassazione di M. non si è ancora concluso. Non è stata ancora presa una decisione definitiva sul fatto che la competenza del caso sia o meno italiana. M. ha vissuto in Italia per tre anni, ha tessuto relazioni, ha preso parte alla vita di questo paese. Quando ci ha chiamate non ha parlato in arabo, in inglese, ma in italiano.

“Pronto, Giovanna, sono M., mi hanno portato in Danimarca, sono in prigione, aiutatemi!”

Continueremo a combattere per riportare in Italia M. ma se non ci riuscissimo come troveremo le parole per spiegargli che si, la Danimarca è un paese sicuro, che non ci sono motivi per ritenere che, in caso di trasferimento, sarà sottoposto a trattamenti inumani e degradanti.


Aiutateci a firmare la PETIZIONE per salvare M. dalla deportazione!

Note

Note
1 REGOLAMENTO (UE) N. 604/2013 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 26 giugno 2013, https://www.meltingpot.org/IMG/pdf/regolamento_604_2013.pdf
2 Eurostat, Asylum and Managed Migration Statistics, https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/MIGR_ASYDCFSTA__custom_281243/default/table?lang=en
3 Eurostat, Enforcement of Immigration legislation,https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/MIGR_EIRTN__custom_285919/default/table?lang=en 
4 The local DK, 2015, Denmark publishes anti-refugee ad camapaign https://www.thelocal.dk/20150907/denmarks-anti-refugee-ads-published-in-foreign-papers ; Meltingpot, 2016, La confisca dei beni dei migranti è legge in Danimarca   https://www.meltingpot.org/La-confisca-dei-beni-dei-migranti-e-legge-in-Danimarca.html#.X8StZGhKhPY ;The New York Times, 2017, Old, ill and ordered deported from Denmark to Afghanistan, https://www.nytimes.com/2017/04/22/world/europe/old-ill-and-ordered-deported-from-denmark-to-afghanistan.html; InfoMigrants, 2017, Asylum seekers stranded in Danish deportation center, https://www.infomigrants.net/en/post/5990/asylum-seekers-stranded-in-danish-deportation-center 
5 https://pensaremigrante.org/non-siamo-pacchi-lettera-dai-dublinati/ 
6 Report to the Danish Government on the visit to Denmark carried out by the European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (CPT) from 3 to 12 April 2019, Council of Europe, https://rm.coe.int/1680996859

Un nuovo spazio creato da donne e uomini che hanno incontrato sogni, progetti e necessità delle persone migranti e che insieme hanno deciso di dare una nuova forma al pensiero contemporaneo. Uno snodo tra le reti cittadine nazionali e internazionali per contribuire al superamento della crisi in cui versano i diritti dei migranti, diritti umani di ognuna e ognuno di noi. Un nuovo spazio di condivisione per dare voce al pensiero migrante, ai dati, all’arte, a un’economia solidale e sostenibile, alla partecipazione dal basso della cittadinanza. Contro la staticità, contro le frontiere fisiche e mentali, per un nuovo modello sociale in cui non c’è chi dà e chi riceve, ma una comunità solidale, mutuale, forte e fiera di aver abbattuto ogni confine.

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