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donna con mani in testa

Quello che dà più fastidio agli uomini eterocis

Passato il 25 Novembre, è forse il caso di parlare di un fenomeno presente a ogni tipo di celebrazione e di ricorrenza come quella: la resistenza preventiva di tanti uomini eterocis al parlare delle loro responsabilità in ciò che viene ricordato, del loro atteggiamento verso quello che viene raccontato, della loro maniera di viversi celebrazioni come quella del 25 Novembre.

L’accusa: “Gli uomini sono violenti!” – È più che ovvio che tanti uomini, a questa frase ancora troppo spesso diffusa da persone e da media, reagiscano con stizza o con indifferenza. Probabilmente non gli è del tutto chiaro, ma quella frase – o comunque, quel concetto – è un pregiudizio di genere bello e buono, per diversi motivi.

Tanto per cominciare, le generalizzazioni su qualsiasi sesso, genere, orientamento sono sempre sbagliate: le differenze sono tantissime, quindi qualsiasi considerazione voglia dire che ogni essere umano del gruppo X è [aggettivo a piacere] immagina che chiunque faccia parte del gruppo X è così simile all’altro che una sola caratteristica li caratterizzerebbe tutti. Una cosa impossibile a verificarsi praticamente per qualsiasi gruppo umano, e per qualsiasi caratteristica scelta.

Un altro problema di quel concetto è che dire di qualcunə che “è” qualcosa non fa capire se quella caratteristica è stata imparata o è sua da sempre.

Nel caso della violenza questa origine dovrebbe invece essere ben chiara, proprio per provare a risolverla: non si tratta di non essere violenti, ma di non imparare la violenza. Perché nessunə nasce violentə, e se ne vogliamo parlare socialmente, sarebbe il caso di dirlo chiaramente senza lasciare ombre o ambiguità. Le storielle del “gene della gelosia” o del testosterone che fa essere violenti lasciamole a chi fa comodo crederci. 

Ancora: non esiste una definizione sociale e condivisa di violenza, purtroppo. Molto spesso la nostra nozione di violenza nasce da esperienze personali e da quello che un mondo culturale ci racconta, e non la condividiamo per cercare accordo, perché immaginiamo che già esista quell’accordo – ma non è così. Per esempio, proprio nel caso della violenza sulle donne, è ancora molto difficile far accettare che le cosiddette “battute”, i cosiddetti “complimenti”, gli atteggiamenti cavallereschi o galanti siano violenze, molestie, abusi di potere, modi di agire che necessitano di consenso esplicito.

La difesa: “Non tutti gli uomini sono violenti!” Quest’ultima frase è ancora più assurda e inconsistente della precedente, è anche questo un pregiudizio sbagliato per diversi motivi.

Tanto per cominciare, l’esperienza vissuta ha valore. Se a una donna che sta raccontando quello che ha subito, quello che ha passato, rispondo che però non tutti gli uomini sono così, sto facendo anche io una violenza: le sto dicendo che il suo vissuto non ha valore, sto sminuendo quello che le è successo perché sarebbe una disgraziata fatalità tra tante cose che vanno bene. Sono almeno trecentocinquant’anni che tanti femminismi diversi smentiscono questa ipocrita bugia, sarebbe proprio ora di capire che non si tratta di disgrazie ma del risultato di un preciso sistema di potere.

Se proprio vogliamo rimanere in tema di numeri, cosa vuol dire che non tutti gli uomini sono violenti? Pochi uomini violenti sono comunque troppi.

Se anche una sola donna viene uccisa in quanto donna, significa che quel preciso movente esiste in quanto dato culturale, e quindi avrà spinto cento uomini “solo” a picchiare una donna, e per ciascuno di quei cento altri cento che “solo” minacciano una donna, e poi quelli che ricattano economicamente o psicologicamente, i molestatori… O vogliamo continuare a credere al racconto del “matto”, del “raptus”, del bravo ragazzo/onesto lavoratore/gentile vicino di casa/devoto padre di famiglia che purtroppo non si sa perché uccide – spesso anche se stesso?

Si parla dei singoli episodi e non si parla del problema comune, sbagliando strada fin da subito, ed evitando che gli uomini si parlino tra loro proprio di questo. 

Togliamoci dalla testa un altro pregiudizio: non si tratta di fare una guerra tra i sessi. Anche questa è una immagine che fa tanto comodo a chi quella guerra la vuole, la costruisce, la prepara – perché sa di vincerla in partenza.

Le differenze tra tutti e tutte non vanno semplificate e accettate con rassegnazione come fossero un evento atmosferico: si devono esprimere liberamente e si deve affrontare la complessità di un mondo abitato da soggettività diverse ma che hanno gli stessi diritti, cioè dobbiamo lavorare su come far esercitare a tuttə le proprie libertà senza farne una gerarchia ingiusta. È molto difficile?

Sicuramente, ma più sensato che non assumersi la responsabilità della propria identità di genere quando questa ammette, tra le proprie possibilità, quella di ammazzare un altro genere perché non si adatta alle proprie idee.

A proposito di idee: i femminismi non attaccano gli uomini, ma il sistema patriarcale.

Se non si vuole imparare cos’è e come funziona il patriarcato, si continuerà a credere che qualcuno perseguita gli uomini eterocis “in quanto uomini”, che è una solenne falsità storica. Il fatto che non tutti gli uomini siano violenti non vuol dire che gli uomini non debbano interrogarsi sul sistema di potere che gli concede privilegi a scapito di altrə, perché la mascolinità tossica è sicuramente un problema di tutti gli uomini.

A patto di capire, anche questa, cos’è: quel continuo riempire l’ambiente umano di microviolenze sessiste che, assimilate quotidianamente nella vita comune, si accumulano nel tuo corpo proprio come una sostanza tossica che, raggiunto il suo livello di soglia, comincia a darti problemi o a causarli alle persone intorno a te, senza che sia più possibile risalire all’origine.

Per questo è importante criticare la lingua, le abitudini, i pregiudizi, le leggi, i luoghi comuni, le istituzioni, i gesti di tutti i giorni; le discriminazioni si imparano addirittura da appena nati, quando – sicuramente con tutto l’amore di cui sono capaci – due genitori mettono fuori dalla porta un fiocco colorato, prescrivendo per unə bimbə una vita di simboli che non ha scelto ma che lə definiranno.

Il problema va impostato in un altro modo. Si deve ragionare insieme sui problemi di genere degli uomini, su cosa “si dice” socialmente di loro e della loro identità, perché sostanzialmente questo non è stato ancora fatto, questo gli uomini tra loro non lo fanno ancora, e passano molto tempo a difendersi da cosa che hanno origine soprattutto da loro stessi.

Cominciando per esempio col mito della superiorità fisica, ormai smentito da parecchio da studi e ricerche, che ha portato a creare un vero e proprio culto della “bella morte”, dell’eroe che combatte per patria e famiglia (indovina un po’ chi se le è inventate, queste due?), del lavoratore che accetta qualsiasi compromesso per “portare il pane a casa”, del lavoro disumano fatto solo da chi pensa di essere l’unico con la forza per farlo, invece di usare la sua forza per combattere contro ogni forma di lavoro disumano.

L’assurda idea di avere l’esclusiva della razionalità, del pensiero lucido e oggettivo, del sapere, perché le donne hanno quelle cose loro che le rende più emotive, “isteriche” (ma non basta la storia di questa parola a spiegare tutto?), irrazionali e quindi solo all’uomo spettano la responsabilità delle decisioni, i ruoli di comando, la proprietà dei beni escludendo chiunque altrə.

Magari qualcunə se l’è dimenticato, ma fino a pochi decenni fa – non secoli, decenni – le donne non potevano avere alcun bene immobile intestato a loro, non avevano accesso a tutte le facoltà delle “libere”(!) università, non potevano entrare in tutti i luoghi pubblici e quelli privati potevano tranquillamente scegliere di non farle entrare.

Donne per le quali si attua una cultura predatoria, perché “l’uomo è cacciatore” (altra balla preistorica inventata neanche troppo tempo fa) per cui la “conquista” delle donne è parte integrante della sua identità, un passo educativo basilare per essere un “uomo vero”, lottando per questa e altre caratteristiche maschili fino alla morte, perché o sei un uomo così o non sei un uomo. Per questo anche l’omofobia e la transfobia fanno parte da sempre della “normale” educazione maschile.

Quello che non è etero dev’essere combattuto dal cacciatore come una minaccia, un problema, un errore, una presenza non ammissibile: il maschio non etero diffonde l’idea che si può essere maschi in modi diversi, la donna non etero non è più nella disponibilità del maschio ed è quindi inutile, uno spreco, un difetto da correggere.

Tutto viene ridotto da queste idee maschili a un possesso di beni, e quindi a una continua lotta per i simboli di potere e di prestigio. Fin da piccoli viene detto loro che dovranno gareggiare, misurarsi, combattersi tra loro per avere tutte quelle cose che racconteranno quanto sono più maschi degli altri – la moto potente, l’auto costosa, la casa di prestigio, la moglie invidiata o le amanti più richieste (o entrambe), l’eccellenza nel lavoro, nello sport, nel tempo libero.

Senza che questo gareggiare però danneggi il cameratismo maschile, quel senso di riconoscimento dell’altrui maschilità che porta a doversi vedere tutti comunque come maschi etero, scambiandosi dei segni di riconoscimento: la foto intima della compagna o della ex (volente o nolente); il complice sorriso di scherno che ne segue; il commento negativo a qualsiasi cosa venga dal mondo delle donne; la classifica delle donne con le quali sarebbe più piacevole fare sesso (volenti o nolenti); il paternalismo degli atteggiamenti in famiglia, il racconto delle seccature causate dalla compagna; la presa in giro per chi non accetta tutto questo o manifesta atteggiamenti poco “maschili”.

Perché l’educazione al maschile è ancora una fuga da pericolosi fantasmi da evitare: lo sfigato, il fallito, il non-uomo, il perdente. Tutte quelle figure, cioè, nelle quali ci si riduce per non aver avuto neanche un modesto successo in un qualsiasi campo. Figure che ancora per tanti uomini abitano i luoghi, i discorsi e i concetti che praticamente chiunque non sia uomo etero prova a condividere con loro, e che invece respingono con forza dimostrando solo di averne paura.

Perché, come tutti i sistemi di potere, il patriarcato vuole dai suoi discepoli soprattutto questo: che abbiano paura.

Lorenzo Gasparrini nasce a Roma nel 1972. Durante gli studi di filosofia e una breve carriera accademica in diverse università del centro Italia incontra testi e protagoniste dei femminismi, decidendo così, dopo aver iniziato un percorso di profonda critica personale, di dedicarsi alla diffusione e divulgazione di argomenti riguardo gli studi di genere, soprattutto rivolti a un pubblico maschile. Conduce seminari, workshop e laboratori in università, centri sociali, aziende, scuole, sindacati, ordini professionali, gruppi autorganizzati; pubblica costantemente su riviste specializzate e non, sia online che stampate

Comments (3)

  • ned

    ci sono alcune cose vere e altre no: desiderare una compagna fisicamente attraente (oltre che intelligente) è del tutto legittimo e non patriarcale, anche le donne etero desiderano un marito attraente, è legittimo. fare classifiche sulle donne o sugli uomini più attraenti è becero ma non è una esclusiva maschile, così come le donne tra loro parlano le stesse cose di cui parlano gli uomini tra loro

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    • Chiaro

      Desiderare un* compagn* che mi attragga è una cosa, desiderare che attragga gli altri perché provino invidia e senso di inferiorità è un’altra

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  • Chiaro

    Ned, desiderare un* compagn* che mi attrae è una cosa, desiderare che attragga gli altri perché provino invidia e senso di inferiorità rispetto a me è un’altra.

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