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Franco CFA

IL Franco CFA e il controllo della Francia sugli stati africani

Siamo abituati ad affrontare le questioni legate ai flussi migratori da un punto di vista prettamente contingenziale, spinti da ciò che ci riguarda direttamente, ovvero gli sbarchi sulle coste europee. L’ottica catto-liberale con cui le sinistre occidentali hanno trattato l’argomento negli ultimi vent’anni ci ha imbrigliato in una visione solo parziale di quello che è un fenomeno molto ampio e strutturale, e ci ha portato a parlare del “diritto a partire” senza mai prendere in considerazione quel “diritto a restare a casa propria” che sembra scivolato nell’arsenale retorico della più becera destra nazionalista.

Ma denunciare ciò che succede nel mar Mediterraneo, attraverso la rotta balcanica e lungo le frontiere d’Europa senza occuparsi dei motivi che costringono masse di persone a lasciare tutto per cercare un futuro migliore, ci rende ipocriti e colpevoli di non voler guardare negli occhi quel privilegio occidentale che si regge sullo sfruttamento di territori e l’assoggettamento di popoli extraeuropei. Si chiama neocolonialismo, nasce dall’esigenza capitalistica di perseguire una crescita infinita in un mondo finito e si nasconde dietro la maschera della globalizzazione.

Gli strumenti con cui le nazioni europee tengono a briglia interi popoli, impedendone la piena autodeterminazione, e controllano le economie degli Stati del cosiddetto “sud del mondo”, tutelando i propri interessi, sono molteplici e ce n’è uno che sembrava fosse sul punto di tramontare dietro una nuova consapevolezza maturata in seno ai paesi francofoni dell’Africa Centro-Occidentale, ma che, purtroppo, resiste nella sua sostanza seppur rinnovando la sua immagine.

Stiamo parlando del Franco CFA, sistema monetario che si esplicita in due valute utilizzate complessivamente da 14 Stati africani e che consente alla Francia di mantenere un ruolo attivo e predominante nella vita economico-finanziaria di questi paesi.

Retaggio di un lungo passato coloniale, il Franco CFA ha resistito alla cessione di sovranità e al riconoscimento di indipendenza che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Francia ha dovuto concedere agli Stati che fino a quel momento avevano fatto parte del suo impero.

L’acronimo CFA è passato, così, dall’indicare le Colonie Francesi d’Africa al riconoscere una Comunità Finanziaria Africana accomunata da una valuta caratterizzata da quattro principi: cambio fisso col Franco francese prima e con l’Euro poi; massima libertà di movimento dei capitali, in particolare con la Francia; convertibilità illimitata con l’Euro; centralizzazione delle riserve valutarie delle banche centrali dei paesi che hanno il Franco CFA, che si traduce nell’obbligo a depositare il 50 percento delle proprie riserve valutarie in un conto gestito dal ministero del Tesoro francese.

“Questi principi sono stati elaborati al preciso scopo di favorire l’influenza della Francia nelle economie dei paesi che adottano il Franco CFA e, come ha recentemente denunciato l’economista togolese Kako Nubukpo, la valuta è diventata uno strumento che le potenze estere usano per accumulare ricchezza a discapito degli Stati africani”,

spiega l’attivista panafricanista Ali Ibrahim. “Andiamo con ordine. I paesi a cui è imposto un cambio fisso con un’altra valuta fanno fatica a reagire agli shock che possono subire a livello economico. In base a determinate esigenze contingenziali, è auspicabile avere un cambio flessibile con cui adattare le proprie politiche economiche. E’ dimostrato, inoltre, che il cambio fisso avvantaggi chi vuole investire in una zona che è nota per essere ricca di materie prime.

Passiamo alla libera circolazione di capitali. Attirata dai vantaggi determinati dal cambio fisso, una qualunque multinazionale europea, ad esempio, potrebbe sfruttare il territorio e la forza lavoro dei paesi che adottano il Franco CFA per poi trasferire enormi profitti nei loro paesi di provenienza senza alcuna restrizione. In questo modo i paesi africani si impoveriscono sia di risorse minerarie che di risorse finanziarie.

Secondo gli economisti Lèonce Ndikumana e James Boyce, nel primo decennio del nuovo millennio il deflusso di capitali dall’Africa è arrivato a contare 325 miliardi di dollari, una cifra immensa quando si parla di paesi ancora sottosviluppati o in via di sviluppo.

Queste fughe di capitali tolgono risorse che potrebbero essere investite nell’economia locale. Veniamo ora alla convertibilità. Intanto è bene specificare che è impossibile per la Francia convertire tutti i 656mila miliardi di Franchi CFA, solo la BCE può farlo e lo fa a fronte di una tassa che deve essere versata per il cambio valuta. In più, il Franco CFA emesso dalla BCEAO, la banca centrale della UEMOA, l’Unione Economica e Monetaria Ovest Africana, non può essere convertito gratuitamente con quello emesso dalla BEAC, la banca centrale della CEMAC, la Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale, e viceversa, cosicché le transazioni economiche e commerciali tra i paesi della zona ovest e quelli della zona centrale rimangono proibitive. In questo modo la Francia si garantisce il ruolo di unico vero interlocutore, cosa che grava sullo sviluppo dell’intera area francofona.

Altro dettaglio di non poca importanza: nessuna banca europea è in grado di cambiare il Franco CFA, neanche se si tratta di cifre molto basse. Se una famiglia italiana tornasse dalle ferie in Burkina Faso, per esempio, scoprirebbe che è letteralmente impossibile cambiare i soldi rimasti dalla vacanza. La questione delle riserve valutarie che gli Stati francofoni sono costretti a depositare in Francia è molto delicata e meriterebbe un ulteriore approfondimento.

Limitiamoci a dire che la percentuale da versare nelle casse francesi è scesa dal 100 percento al 50 percento nell’arco di circa 40 anni. Grazie alla centralizzazione di queste riserve, Parigi esercita un controllo effettivo sull’uso che le banche centrali della zona del franco fanno dei loro soldi in politica estera.

In realtà il ministero del Tesoro francese agisce come “money exchange office”, ciò significa che quasi tutte le transazioni, acquisti e vendite di valuta estera passano attraverso il mercato dei cambi di Parigi in conti operativi dove la valuta viene regolarmente accreditata e addebitata in base ai flussi in entrata e in uscita dai paesi africani verso la Francia e la zona dell’euro.

I capitali depositati dagli Stati africani nei conti operativi in Francia non costituiscono un fondo di risparmio a loro disposizione, ma servono per garantire il principio della convertibilità illimitata. Tutte queste questioni sono molto tecniche e sembrano particolarmente complicate, ma i loro effetti si traducono in una cosa molto semplice: i soldi degli africani vengono gestiti dalla Francia che li usa per accrescere la propria economia e perseguire i propri interessi”.

Negli ultimi decenni, decine di economisti, africani e non, hanno denunciato le aberranti condizioni a cui i paesi francofoni sono soggetti, auspicando un’imminente uscita di scena della Francia dalla vita economica e finanziaria dell’intera zona.

Nel 1975, 15 Stati dell’Africa occidentale, tra cui otto paesi che adottano il Franco CFA, hanno dato vita alla CEDEAO (ECOWAS in inglese), la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, un accordo economico e commerciale che in qualche modo ricorda le prime comunità economiche europee nate subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nell’ambito degli accordi che nel passato recente sono continuati incessantemente, è nata la WAMZ, West African Monetary Zone, una zona monetaria che, forte della presenza di paesi in forte via di sviluppo come Nigeria e Ghana, sta progettando di adottare una moneta unica, cosiddetta ECO.

L’intento è quello di creare una moneta che tutta la zona CEDEAO potrà adottare, sostenuta dalle garanzie che i paesi più economicamente stabili possono fornire. A detta degli Stati che per primi si sono fatti carico di questo percorso, il principale presupposto perché esso continui e giunga al termine è rappresentato da una profonda rottura con l’esperienza del Franco CFA, ma il presidente francese Emmanuel Macron, in più occasioni, ha fatto capire di voler giocare un ruolo di primaria importanza in questa transizione.

“Ci sono capi di Stato che ancora abbassano la testa di fronte al potere che la Francia esercita sulle sue ex colonie”, dichiara Ibrahim. “Il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, sta spingendo perché i principi sui quali per decenni si è retto il Franco CFA rimangano immutati, salvo per quanto riguarda la centralizzazione delle riserve valutarie. Una posizione francamente vergognosa e inaccettabile a cui i paesi francofoni dovrebbero opporsi duramente.

E’ vero, i tempi per elaborare un’unione monetaria sono lunghi e il processo di maturazione è assai complicato, ma anche l’Euro ha necessitato di tanti anni di progettazione ed elaborazione. Dobbiamo da subito tagliare il cordone ombelicale che lega gli Stati francofoni a Parigi e iniziare a percorrere una strada indipendente. Dobbiamo farlo per l’autodeterminazione dei popoli. Dobbiamo farlo per la dignità di centinaia di milioni di persone”.

Mattia Rigodanza è laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Milano. Già blogger, cronista e redattore per diverse testate giornalistiche, da anni si occupa di geopolitica, di esperienze di autogoverno e di tematiche legate al neocolonialismo e ai flussi migratori.

Comments (1)

  • Mauro Rigodanza

    Ma io avevo inteso che nel 2019 il meccanismo è cambiato (almeno per 8 dei 14 stati), che la nuova moneta unica su chiama ECO, che i paesi non devono più depositare riserve presso Parigi e che Parigi non fa più parte del board che gestisce la governance. Avevo capito che questo era effettivo dal 2020. Mi sbaglio?

    In termini di teoria economica il tema è complesso. Che il sistema abbia consentito e consenta alla Francia un controllo sui suoi ex-territori è vero. Sul fatto che una moneta unica e stabile (euro è un esempio) impedisca lo sviluppo economico….se ne può discutere. Anche il Italia qualcuno vorrebbe la lira per poter “crescere svalutando”….che di solito porta al default.

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