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L’INSUFFICIENZA DI ESSERE TOLLERANTI

                                  di Antonietta Zeccone e Daniele Sorbo Filosa

Cosa intendiamo quando parliamo di tolleranza? Se lo chiediamo all’enciclopedia Treccani, la risposta è: «atteggiamento teorico e pratico di chi, in fatto di religione, politica, etica, scienza, arte, letteratura, rispetta le convinzioni altrui, anche se profondamente diverse da quelle cui egli aderisce». Ma siamo sicuri che sia sempre stato così?

Tolleranza (dal latino tolerantia, der. di tolerare), nella sua accezione originaria, significa “sostenere, tener sollevato, sopportare”, per cui l’etimologia stessa della parola rimanda a un peso da sopportare, che si ammette e consente come se fosse un’imposizione. 

Tuttavia, con la filosofia moderna, questo valore negativo è andato perduto, o meglio si è nascosto dietro quell’ideale illuminista che ha impiegato questo concetto come simbolo di apertura verso l’altro. 

Ne è un esempio Voltaire, il quale si interroga sulla questione nel Dizionario filosofico:

 «Che cos’è la tolleranza? È l’appannaggio dell’umanità. Siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, è la prima legge di natura».

Voltaire

Queste considerazioni iniziali confluiscono poi nel Trattato sulla Tolleranza del 1763, caposaldo della lotta al fanatismo religioso e considerato, ancora oggi, un importante strumento di lotta alla superstizione e all’ignoranza.

Attraverso un’attenta ricostruzione storica, Voltaire si scaglia contro la Chiesa e le religioni storiche, per promuovere un’idea di universalità e libertà intese come frutto di una lotta incessante della ragione contro ogni forma di oscurantismo.

Le critiche più aspre sono rivolte al cristianesimo, colpevole di aver radicalmente rovesciato sia la comune concezione di atto sessuale, tramutandolo in strumento di procreazione interno all’unione matrimoniale, sia le dinamiche di convivenza tra religioni diverse, rispettate e omaggiate nella cultura greca e romana.

Posizioni molto simili riecheggiamo nel Saggio sulla tolleranza, prima, e nella Lettera sulla tolleranza, dopo, in cui l’inglese John Locke, circa un secolo prima, sosteneva che ogni aspetto relativo al culto dovesse essere tollerato e non potesse essere oggetto di imposizione, per via della nostra incapacità di stabilire quale sia la vera religione. Locke, con lucidità quasi avanguardista, osserva che gli affari religiosi devono essere disgiunti da quelli politici; per cui, un sovrano o un magistrato non dovrebbero mai occuparsi di questioni “spirituali” e nessuna credenza dovrebbe essere soggetta a provvedimenti che limitino la libertà o la proprietà di chi la pratica, a meno che questa non arrechi un danno alla società politica.

John Locke

Tuttavia, nonostante queste considerazioni rappresentino il trampolino di lancio per l’impostazione illuminista, portano con sé il limite di escludere alcune categorie, nella fattispecie i cattolici e gli atei: i primi perché sono sottoposti a un sovrano straniero, i secondi perché rappresentano una minaccia per la sicurezza dello stato. 

Questa accezione positiva del concetto di tolleranza attraversa la filosofia moderna e inaugura quella contemporanea, oltrepassando il mero riferimento all’ambito religioso per aprirsi a una visione più ampia che includa anche aspetti come quello storico, politico, culturale e sociale.

 Karl Popper, ad esempio, nel suo testo Società aperta e i suoi nemici, scritto sul finire della Seconda Guerra mondiale, si interroga su fino a che punto sia giusto essere tolleranti, spostando, in maniera provocatoria, l’attenzione sul paradosso intrinseco al concetto di tolleranza stesso, esprimibile nella formula: dovremmo tollerare chi è intollerante? 

La risposta di Popper, anche alla luce del drammatico contesto storico in cui l’opera trova pubblicazione, è netta: no!

«La tolleranza illimitata porta inevitabilmente alla scomparsa della tolleranza. Se noi rivolgiamo tolleranza illimitata anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo pronti a difendere la società dalle offese devastanti dell’intollerante, il tollerante sarà distrutto, e con lui la tolleranza».

Per società aperta, infatti, Popper non intende una collettività dominata da libertà sfrenata e tolleranza indiscriminata, poiché ciò condurrebbe inevitabilmente a un sovvertimento interno e al dominio degli intolleranti; paradossalmente, è necessario porre dei limiti, mostrando intolleranza agli intolleranti. 

Questa divisione che emerge tra ciò che è tollerabile e ciò che non lo è, non è meramente qualitativa, ma apre una questione morale ben più ampia che riguarda le conseguenze del nostro agire. La possibilità di ledere la libertà altrui dovrebbe quindi rappresentare il confine di ciò che non può essere tollerato. Tuttavia, questo non vuol dire che vengano meno la pluralità e lo scambio ideologico, in quanto questi rappresentano i presupposti necessari e vitali allo sviluppo della democrazia stessa.

«Non intendo dire con questo che noi dovremmo sempre reprimere le opinioni dei filosofi intolleranti; fino a che siamo in grado di controbattere con argomenti razionali e mantenerli sotto il controllo della pubblica opinione, impedire loro di parlare non sarebbe saggio. Ma dobbiamo pretendere il diritto di farlo, anche con l’uso della forza, quando sia necessario […] In tal caso, dobbiamo rivendicare il diritto, nel nome della tolleranza, di non tollerare gli intolleranti».

Se su posizioni diametralmente opposte a quelle di Popper si colloca la riflessione di John Rawls, che ritiene un pericolo per la libertà e la giustizia pensare di limitare il punto di vista di coloro che praticano intolleranza, ben oltre va Herbert Marcuse che svolge un’attenta critica della tolleranza così come si presenta nella nostra società, ovvero, un’arma che favorisce e incrementa il giogo capitalista.

 Per Marcuse la tolleranza dovrebbe essere «un fine in sé. L’eliminazione della violenza e la riduzione della soppressione al grado richiesto per proteggere uomini e animali dalla crudeltà e dall’aggressione sono condizioni preliminari per la creazione di una società umana».

Questo, però, si concretizza soltanto quando la tolleranza è universale, praticata dai governanti quanto dai governati; altrimenti ci troviamo in uno stato di disuguaglianza istituzionalizzata in cui la tolleranza, essendo ormai passata da uno stato attivo a uno passivo, diviene strumento repressivo per il mantenimento dello status quo. Anche nei governi che si definiscono democratici viene impartita, in maniera impercettibile, un’educazione atta a sostenere pratiche quali la violenza e la repressione ormai diffuse e largamente tollerate.

Secondo Marcuse ciò è segno di un indottrinamento che in maniera capillare si insinua e perciò condiziona gli usi e i costumi della massa, attraverso un tipo di propaganda che mira a confermare l’assetto politico preesistente, sopprimendo le alternative. 

Marcuse

La conclusione a cui giunge Marcuse è radicale e prevede un sovvertimento rispetto a ciò che abitualmente e passivamente tolleriamo, per giungere finalmente all’adozione di un atteggiamento critico e opportunamente intollerante in grado di svincolare la libertà dal sistema castrante e coercitivo in cui si trova. 

A questo punto la domanda sorge spontanea: che tipo di assetto politico siamo spinti a tollerare oggi? Leader politici che inneggiano alla chiusura dei porti e alla costruzione di muri; battaglie parlamentari volte alla negazione di diritti civili fondamentali quali l’aborto, l’uguaglianza di genere, il diritto a non essere discriminati sono solo alcuni esempi di ciò che, volendo seguire l’insegnamento di Marcuse, non dovremmo più sopportare. 

Dunque, facendo i conti con la realtà odierna e considerando tutte le criticità e la paradossalità che il concetto stesso di tolleranza porta in sé, non è forse opportuno gettare luce su nuovi paradigmi?

 Un’ipotesi potrebbe essere quella di superare l’ottica della tolleranza intesa come “sopportazione”, in quanto questa evidenzia ancora negativamente le differenze e acuisce la distanza tra me e l’altro.

Potremmo, in alternativa, adottare una nuova categoria, come quella di inclusione, che anziché restare ferma e passiva rispetto alla barriere politiche e culturali storicamente consolidate, si muova attivamente per promuovere una nuova sensibilità aperta al dialogo con diverse opinioni e all’incontro produttivo con l’Altro.

O meglio, ciò di cui abbiamo bisogno è l’assunzione di un nuovo punto di vista che abbia come mezzo e come fine la costruzione di una società aperta e inclusiva, in cui la diversità non viene più percepita come difetto o qualcosa di imputabile, ma come un’opportunità di arricchimento e crescita personale. 

BIBLIOGRAFIA

Locke J., Lettera sulla tolleranza (1689), Laterza 2005. 

Marcuse H., Critica della tolleranza (1965), Mimesis 2018.

Popper K., La società aperta e i suoi nemici (1945), Armando Editore 2004. 

Rawls J., Una teoria della giustizia (1971), Feltrinelli 2002. 

Voltaire, Trattato sulla tolleranza (1763), Feltrinelli 2014. 

Comments (1)

  • Chiara

    Articolo molto interessante; fa riflettere tanto il collegamento con l’attualità . Gli insigni autori citati dovrebbero tornare a far parte del dibattito culturale contemporaneo, il loro pensiero potrebbe essere la chiave per risolvere vari conflitti del presente.
    Complimenti agli autori per aver colto con brillantezza questa continuità.

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