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Eddi Marcucci

Autodifesa dal patriarcato: ogni rosa necessita delle sue spine

Immagine in Copertina di Annamaria Cadinu (Kadinenn)

Partiamo da un assunto: tutte le donne conoscono qualcuna che è stata vittima di violenza. Non solo. Tutte le donne sono state almeno una volta nella loro vita (ma spesso molto di più) vittime di violenza. Faccio una piccola premessa: in questo articolo, a differenza degli altri, parlerò in prima persona, perché la violenza ci colpisce tutte, direttamente, e ci colpisce con dolore nel personale.

Colpisce anche me, che da adolescente timida non sono mai stata in grado di reagire ai centinaia, migliaia di catcalling (“Ciao bella! Ehi bionda! Ammazza che culo!”) che, come tutte le altre donne, mi devo sorbire in strada da anni e anni, e non sono stata in grado di reagire nemmeno quanto un tipo mi palpeggiò sull’autobus a dodici anni e prima di scendere mi ringraziò pure. Ed è forse arrivato il momento di parlarne senza vergogna, perché il silenzio aiuta gli oppressori, e in fondo a vergognarsi non dobbiamo essere certo noi donne, che da quando nasciamo siamo oggetto di una sessualizzazione asfissiante e una continua violenza fisica, sociale e psicologica.

Eh già, perché la violenza non è solo fisica: stupro e femminicidio sono solo due delle punte di un iceberg gigantesco. La piramide della violenza ci insegna che alla base troviamo il linguaggio sessista (sì, anche quello innocente con cui si definisce “troia” l’ex del proprio amico lasciato dalla ragazza), le battute sullo stupro o rape jokes (sì, anche quelle scherzose, che comunque non hanno mai fatto ridere nessuno), il pay gap tra lavoratrici e lavoratori, le scelte di carriera che le donne sono costrette a fare se vogliono avere dei figli, il catcalling in strada (e vi giuro, uomini, che nessuna donna si è mai sentita lusingata quando le avete fischiato dalla macchina, mai), lo stalking, le molestie (no, non le avete “solo toccato il culo in discoteca”, le avete fatto una violenza fisica).

Non tutti gli uomini agiscono violenza? Certo, è vero. Ma molti sì. Sottolineare come non tutti gli uomini siano assaltatori non vuol dire un bel niente, perché se il 90% (novanta percento!) di chi subisce violenza sono donne, è evidente che il problema sussiste anche se “non tutti gli uomini” lo fanno. Sicuramente lo fanno abbastanza uomini da essere un problema collettivo.

Anche gli uomini subiscono violenza. È vero. Un buon 10% delle vittime sono uomini (NB: spesso LGBT+, e ciò non significa che a perpetrare la violenza siano donne). Mi chiedo però quanto gliene importi dei survivors uomini (nb: le/i survivors sono persone sopravvissute a una violenza) a quelli che tirano fuori questo dato solo quando si tratta di minimizzare il problema e di sminuire il 90% delle survivors donne; forse, mi verrebbe da dire, non gliene importa granché. Anzi, probabilmente qualora questi accusatori sapessero che molte vittime non donne sono personalità LGBT+, forse non si ergerebbero così tanto a loro difesa (verbale).

Dati alla mano, non possiamo continuare a cedere alla retorica del caso isolato (“poverino, il divorzio era stato difficile e aveva perso la custodia dei figli”); poiché la violenza è sistemica, la risposta deve essere organizzata.

E che risposta possiamo dare? L’autodifesa.

Difendersi dalla violenza è il primo passo per combatterla, oltre che per tutelare noi stesse. L’autodifesa deve essere organizzata e soprattutto insegnata. Ma che significa autodifendersi? Il termine istintivamente porta a pensare alla difesa fisica – che certamente può avere un ruolo importante e salvare una potenziale vittima, ma poiché come abbiamo visto la violenza patriarcale non si esprime solo fisicamente, la risposta fisica non è sufficiente. Autodifendersi da una violenza sistemica significa iniziare a studiare il sistema patriarcale, capirne la natura e i meccanismi, e attivarsi per minarne le basi. L’autodifesa è un atto politico.

Pensiamo al caso molto discusso in questi giorni di Eddi Marcucci, militante italiana che, dopo essersi unita alle YPJ contro l’ISIS e la Turchia, è stata condannata dalla Procura di Torino a due anni di sorveglianza speciale. Il gesto di Eddi di unirsi alle Unità di Difesa delle Donne per proteggere i valori della rivoluzione dall’oppressione patriarcale e statale del nemico è un meraviglioso, fulgente esempio di autodifesa.

A proposito: c’è un report interessantissimo di Women Defend Rojava intitolato Political feminicide: systematized State assasination of politically organized women (Femminicidio politico: assassinio sistematizzato di Stato di donne politicamente organizzate), che riposta con dati agghiaccianti come l’esercito turco e i suoi mercenari jihadisti attacchino sistematicamente le donne che si organizzano e che fanno politica nei territori della rivoluzione, in particolare in Siria del Nord e dell’Est.

Violentare le donne è una strategia del terrore adottata praticamente da qualunque esercito, e bersagliare quelle donne che praticano autodifesa organizzandosi politicamente non è una scelta casuale: l’oppressore sa esattamente qual è la minaccia peggiore per il suo dominio. Personaggi come Hevrin Khalef, co-presidente del Partito del Futuro della Siria, caduta vittima di un’imboscata turco-jihadista, sono il simbolo di un’alternativa in grado di mirare al cuore del problema – il patriarcato e la sua violenza sistemica.

Sappiamo già come la questione curda e il movimento di liberazione delle donne siano legati a stretto giro. Il movimento curdo ha negli anni compreso la necessità della liberazione delle donne al fine di liberare l’intera società – ma facciamo un passo indietro.

Nel libro Oltre lo stato, Abdullah Öcalan (filosofo leader del movimento curdo e co-fondatore del PKK) illustra la nascita del sistema statale – ed ecco che, dalle società matricentriche del 20.000 AC, improntate su una società orizzontale e un’economia di redistribuzione indicata come come comunismo primitivo, vediamo gruppi di uomini anziani instaurare delle gerontocrazie improntate sul dominio dell’uomo sulla donna e del vecchio sul giovane, mentre l’economia di condivisione delle risorse muta in accumulazione di un solo uomo, a cui consegue un accrescimento del potere individuale che permette di porsi in cima al nuovo sistema gerarchico; il nuovo sistema rende le donne schiave, relegandole ai margini della società e riducendole a proprietà di un uomo (il padre per la figlia, il marito per la moglie).

La violenza viene organizzata attraverso i giovani maschi fedeli al capo, creando il prototipo degli eserciti, e il surplus di ricchezza porta alla creazione delle prime città con il regno dei Sumeri; la violenza organizzata diventerà guerra di conquista e, nonostante la resistenza delle donne e dei popoli nomadi, il sistema vince definitivamente nel 3.000 AC, dopo un millennio di contesa.

Lo stato vince, e la donna inizia la lunga tribolazione della sua oppressione, che tutt’oggi viviamo in modo più o meno edulcorato.

Torniamo al punto: la società statale è una derivazione del patriarcato, e il capitalismo è una conseguenza dell’accumulazione che da quella mentalità patriarcale nasce.

Ecco perché è importante identificare la violenza come sistemica: essa è lo strumento con cui il patriarcato ha imposto e impone il suo potere.

A questa violenza sistemica, lo ripetiamo, serve una risposta organizzata, ed ecco il motivo della necessità dell’autodifesa che nel movimento rivoluzionario si insegna alle donne, e dello studio che tutt* sono chiamat* a fare – perché non puoi sconfiggere il sistema se non lo hai prima studiato e non ne hai compreso la vera natura – e, francamente, non puoi dirti femminista perché nel tuo centro sociale le compagne fanno i workshop sul patriarcato: il patriarcato è innanzitutto un problema degli uomini, e forse noi tutte dovremmo iniziare ad aspettarci che siano gli uomini (e a maggior ragione i “compagni” maschi) a prendersi in mano un libro, a studiare e, come dice Öcalan, a “uccidere l’uomo dentro di loro”, ossia a distruggere innanzitutto il patriarcato che in loro esiste. Se bastasse semplicemente far parte di un qualche movimento politico per essere dei militanti, non avremmo la disgustosa, lunga serie di casi di violenza negli spazi sociali.

Quanti se ne sono sentiti già solo a Milano? E quanto ci si vergogna a farne il nome, per non mettere in cattiva luce il proprio spazio e per non mettersi in discussione? Una donna dovrebbe rifiutarsi di mettere piede in un centro sociale che si definisce transfemminista, ma i cui compagni uomini non fanno un lungo, profondo e difficile lavoro di decostruzione della loro mascolinità (che vada oltre un seminario di qualche ora, puntualmente organizzato dalle donne).

Ogni donna è una rosa, e la rosa per crescere e fiorire ha bisogno delle sue spine.

L’autodifesa è la nostra spina, e senza di essa non possiamo fiorire. Dobbiamo imparare a riconoscere la violenza anche laddove ha un volto amichevole, e quindi è più insidiosa, studiarla e organizzarci con altre donne per decostruire noi stesse e proteggerci a vicenda. La strada è lunga, molto lunga, ma non è mai troppo tardi per iniziare.

Serkeftin.

Fino alla vittoria.

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Rete Jin è un collettivo politico femminile nato due anni fa ed esistente in decine di città italiane. È composta da donne militanti di qualunque età e nazionalità, e si occupa di sostenere la rivoluzione del Rojava con campagne dall'Italia e proporre sul territorio le diverse tematiche di studio relative al confederalismo democratico, alla liberazione delle donne e all’ecologia politica.

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