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HONG KONG: LA LUCE OLTRE LE SBARRE.

I flash delle macchine fotografiche scattano dentro e fuori dall’edificio del tribunale. 

Gli imputati si sono dichiarati colpevoli e il magistrato, dopo una lunga udienza durata ore, ha disposto per tutti e tre la custodia cautelare in carcere in attesa della sentenza, prevista per la settimana successiva.

Di lì a qualche minuto, la notizia dell’incarceramento immediato degli imputati sarebbe stata pubblicata su tutte le testate online locali, con il titolo preceduto dalla parola “Breaking”. Di lì a qualche ora, quegli stessi articoli, accompagnati dagli ultimi momenti catturati dai fotografi fuori dall’aula del tribunale di Hong Kong, avrebbero fatto il giro del mondo.

I ragazzi non sembrano fare neanche caso agli obiettivi delle macchine fotografiche puntati su di loro. Le espressioni che mostrano ai giornalisti non tradiscono alcuna sorpresa circa la decisione del giudice; una decisione ampiamente prevista tra le righe delle lunghe riflessioni pubblicate la sera prima sui profili social di ciascuno di loro. 

Ivan, Agnes e Joshua

Joshua Wong, ex segretario generale dell’ormai disciolta Demosisto e uno dei volti simbolo delle rivolte pro-democrazia dal 2014 a oggi, si alza in piedi. 

Sotto la mascherina nera che copre la metà del suo viso, sembra persino sorridere, mentre, accanto a lui, Ivan Lam e Agnes Chow, osservano i poliziotti farsi largo verso di loro per scortarli fino all’entrata delle rispettive celle. 

Joshua grida la parola “Jiayou!”, letteralmente: “Aggiungete olio” e traducibile come un’espressione di incitamento simile al nostro “Dai, forza!”. 

Anche Ivan si alza in piedi e solleva in aria una mano con le cinque dita bene in vista, gesto simbolo delle cinque richieste che, da oltre 17 mesi, alimentano il movimento di protesta. Soltanto Agnes resta immobile, apparentemente impassibile, tra la polizia e la schiera di giornalisti. Tolta la giornata del 10 Agosto scorso, quando venne arrestata per incitamento alla sovversione e rilasciata su cauzione la mattina successiva, questa è la sua prima, vera, esperienza di detenzione.

Il 3 Dicembre compie 24 anni, si è appena laureata in Relazioni Internazionali, con più di un anno di ritardo, sacrificato per partecipare alle elezioni suppletive di Hong Kong e dedicarsi all’attivismo politico pro-democrazia. 

I tre ragazzi rispondono alle domande dei giornalisti appena prima di salire a bordo del bus della polizia con i finestrini oscurati. Le accuse che vengono loro rivolte riguardano il loro contributo attivo nell’aver incitato alla partecipazione di massa a una manifestazione non autorizzata che, nel giugno scorso, sfociò nell’assedio del quartier generale della polizia. Agnes dovrà affrontare un’ulteriore accusa di violazione della controversa legge sulla Sicurezza Nazionale, che potrebbe condurre a un’ulteriore condanna alla reclusione. 

I ragazzi ammettono di essere allarmati per ciò che li aspetta, ma l’appello che rivolgono ai cittadini racchiude un’ulteriore grande preoccupazione: quella di non dimenticare chi è stato sottoposto a condanne e trattamenti peggiori di quelli riservati a loro.

Se, infatti, Joshua Wong, Ivan Lam e Agnes Chow, nella loro popolarità locale e internazionale, attraggono frequente e attenta copertura mediatica, i processi pressoché quotidiani, gli arresti, le privazioni o limitazioni pesanti della libertà personale e gli attentati alla libertà di stampa, spesso passano sotto silenzio, con il concreto rischio, già peraltro verificatosi, che i riflettori puntati su altre questioni, permettano agli abusi di proliferare nell’ombra e nel silenzio generale.

Un caso di questo genere si sarebbe verificato nei confronti del giovanissimo attivista politico Tony Chung, 19 anni, arrestato il 27 ottobre scorso di fronte al consolato degli Stati Uniti, mentre cercava di ottenere la protezione americana. Da quel giorno Tony è rimasto rinchiuso ed è lo stesso Joshua Wong a denunciare le ripetute punizioni corporali e abusi perpetrati nei confronti del ragazzo.

L’ultimo pare sia stato l’obbligo di marciare per oltre 4 ore senza motivo e senza fare alcuna pausa. A detta di tutte le persone che si sono recate sul posto per fargli visita, Tony avrebbe più volte implorato di poter smettere, gli sarebbero persino venuti i crampi allo stomaco causati dalla tensione e dalla fatica, ma neanche allora gli agenti gli avrebbero permesso di fermarsi. Tra gli attivisti pro-democrazia che hanno conosciuto violenza, tribunale, privazione o limitazione della libertà personale, la maggior parte non supera i 35 anni di età. 

Tony Chung

In questo anno e mezzo, oltre 10.100 persone sono state arrestate per motivi legati alle manifestazioni, 2.300 delle quali già processate e più di 1.600 attualmente sotto processo.

Le accuse principali comprendono condotte di “sommossa”, assalto alla polizia, assemblea non autorizzata e possesso di armi offensive. Dentro questi numeri spiccano gli oltre 45 minorenni: il più giovane è un ragazzino di 12 anni, seguito da una ragazzina di 13, condannata a un anno di libertà vigilata. Poi ragazzi di 14 condannati ai servizi sociali e un ragazzo di 15 rinchiuso in carcere minorile, qualcuno di 16 o 17 anni in libertà vigilata o centro di riabilitazione.

Un centinaio di persone, tra cui anche Ivan, Agnes e Joshua, si trovano in stato di custodia cautelare in carcere in attesa del pronunciamento di un giudice, mentre i casi ancora tecnicamente classificati come “sotto investigazione”, arrivano a superare le 6000 persone. Il numero di arresti per sospetta violazione della Legge sulla Sicurezza Nazionale è ancora poco chiaro, ma si sa per certo che si tratta di almeno 32 casi. E 12 sono ancora i ragazzi di Hong Kong arrestati e detenuti in Cina da oltre 100 giorni. 

A partire dal 21 Aprile di quest’anno, le forze dell’ordine locali hanno iniziato ad emettere multe per la violazione delle norme anti-contagio sul distanziamento sociale. Sanzioni ricevute da quasi 500 manifestanti, questo nonostante le proteste, dalla fine di marzo in avanti, siano sempre avvenute nel rispetto delle disposizioni igienico-sanitarie e non un solo caso di Covid19 sia stato mai attribuito a raduni di manifestanti. 

A preoccupare, sono anche gli attacchi contro i rappresentanti istituzionali delle forze politiche pro-democrazia; primo tra tutti il provvedimento varato da Pechino che autorizza il Governo di Hong Kong a destituire qualunque parlamentare ritenuto non sufficientemente rispettoso della sovranità nazionale cinese.

Tale provvedimento è stato subito utilizzato dall’amministrazione Lam per “licenziare” 4 parlamentari del blocco democratico, nello specifico eletti del Civil Party; repressione del pensiero politico, a cui i membri dell’opposizione hanno reagito, l’11 Novembre, presentando in massa le proprie dimissioni. 

Nell’arco di questo anno e mezzo, gli arresti che hanno riguardato leader di partiti politici ammontano a 27, di parlamentari 15, di Consiglieri Distrettuali 38 e di organizzatori di manifestazioni 17. 

In ultimo, i dati che riguardano la libertà di stampa.

Uno per tutto potrebbe essere quello della classifica sulla libertà di stampa nel mondo, redatta da RSF, che vede Hong Kong all’80° posto su 180 Paesi monitorati (la Repubblica Popolare Cinese si trova alla posizione 177). All’interno di quella stessa classifica, nel 2002, Hong Kong aveva conquistato il 18° posto.

Uno dei territori con la stampa più libera del mondo, mentre oggi la politica di accreditamento dei media è ambigua e fortemente discriminatoria nei confronti di testate considerate scomode, le sedi di quei giornali che, come Apple Daily, hanno fortemente appoggiato e dato visibilità alle proteste, subiscono irruzioni di centinaia di agenti della polizia e ripercussioni dirette sui giornalisti. Addirittura vi è il pericolo concreto che ad alcuni freelance, intenti a svolgere il proprio lavoro documentando anche le manifestazioni non autorizzate, non venga affatto riconosciuta la qualifica di giornalista e che, di conseguenza, queste persone possano venire arrestate e sanzionate alla stregua dei manifestanti.

Questa è Hong Kong. Una Hong Kong in cui le manifestazioni di protesta, grandi o piccole, online o per le strade, portate avanti da persone note o sconosciute, sono quotidiane e continuano a tenere accesa una scintilla di luce che neanche la violenza, il carcere, le leggi liberticide, la timidezza della comunità internazionale e il Covid19 sono ancora riusciti a soffocare. 

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