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donna con capelli lunghi

Nate non siamo per viver come schiave: riflessioni a margine su lavoro femminile, femminilizzato e povertà.

Circa un mese fa è uscito l’ultimo rapporto Caritas sulla povertà in Italia, che include ovviamente le analisi relative all’impatto della pandemia da Covid-19 sul contesto generale. Il quadro che emerge è abbastanza chiaro: la povertà nell’Italia di fine 2020 ha un volto di donna, italiana più che straniera e con almeno due figli a carico. In generale, l’incidenza dei nuovi poveri rispetto al 2019 passa dal 31% al 45%, ma se si scende nei dettagli si rileva che le donne che si sono rivolte ai servizi della Caritas sono state nel 2020 il 54,4% del totale, a fronte del 50, 2% del 2019.

Anche considerando l’andamento dei dati relativi al mercato del lavoro, le donne risultano più svantaggiate: “Tornano ad aumentare le differenze di genere: tra le donne è maggiore il calo del tasso di occupazione (-2,2 p. p. in confronto a -1,6 p. p. gli uomini) e di quello di disoccupazione (-2,3 e -1,9 punti, rispettivamente) in concomitanza al maggiore aumento del tasso di inattività (+3,9 e +3,2 p. p.). (p.12). Se è vero che la tendenza è generale, è altrettanto vero che la componente femminile la subisce in maniera più negativa: l’elemento più preoccupante dei dati relativi al mercato del lavoro è soprattutto l’aumento del tasso di inattività. Ciò significa che le donne in maniera più pronunciata rispetto agli uomini non solo non lavorano, ma hanno anche rinunciato a cercare lavoro, rientrando perciò nella fascia di inattivi. Infine, non mancano chiare distinzioni su base territoriale, con il Mezzogiorno che si riconferma in una condizione di maggiore vulnerabilità rispetto al Nord Italia.

I numeri però, non bastano spesso a rendere in maniera chiara il quadro della situazione: occorre superarne la freddezza e provare a calarci nella quotidianità di questi nuovi poveri, una quotidianità che sempre più persone stanno sperimentando sulla propria pelle.

Innanzitutto, consideriamo che questa crisi, a differenza della crisi del 2008, colpisce specialmente il settore economico dei servizi che vede un’elevata partecipazione lavorativa delle donne. Le condizioni in cui la componente femminile della popolazione lavora in Italia, poi, sono molto diverse da quelle dei loro colleghi uomini sia in termini di salari che di tutele e opportunità lavorative.

E’ l’Istat stessa a ricordare che una fetta sempre più grossa di lavoratrici ha contratti a tempo determinato, per non parlare del diffusissimo fenomeno del part time involontario, ovvero funzionale più a esigenze di flessibilità dell’azienda che della lavoratrice, e che già prima della crisi da Covid-19 rappresentava il 60% del totale dei contratti part-time (di cui le donne rappresentano il 32,8% a fronte dell’8,7% degli uomini).

Al netto di anni di retorica celebrativa del part time come panacea di tutti i problemi dell’occupazione femminile, esso appare ben lungi dall’essere una scelta volontaria per garantire la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita e rappresenta, piuttosto, un destino quasi ineluttabile per la forza lavoro femminile, con conseguenze inevitabili anche sulla capacità di indipendenza economica di moltissime donne lavoratrici.

Il lavoro femminile è diventato negli anni sempre più sinonimo di precarietà, mancanza di tutele e garanzie, ridotta capacità economica: è vero, il numero di donne lavoratrici negli ultimi decenni è aumentato sempre di più, ma le condizioni di accesso al mercato del lavoro sono state da sempre fondate sull’assunto che vede la famiglia (con la sua rigida divisione interna del lavoro su base di genere) centrale nel garantire quei servizi che potrebbero invece essere forniti direttamente dallo Stato.

Parlare di femminilizzazione del lavoro non significa più fare riferimento al solo aumento quantitativo della forza lavoro femminile, ma implica il considerare un vero e proprio modello di organizzazione dell’attività produttiva che ormai trascende la stessa dimensione di genere: basta vedere i dati relativi alla componente di lavoratrici e lavoratori under 35 per accorgersi che i contratti a tempo determinato, il lavoro part time, il lavoro gratuito legalizzato tramite stage, tirocini etc, interessa ormai tanto le donne quanto gli uomini.

Un lavoro che storicamente è stato pensato “su misura” delle donne, ma che ormai si applica a tutt* e consente di fare affidamento su una forza lavoro più vulnerabile, flessibile e ricattabile. Insomma, il lavoro è femminilizzato in quanto svalutato e reso sempre più precario.

A questo punto, forse, bisogna considerare anche altri dati, che aiutano a rendere l’immagine più chiara, evidenziando anche altri elementi. Secondo uno studio condotto dal Collegio Carlo Alberto durante i mesi di lockdown, il 61% delle donne ha dedicato alla cura dei figli più tempo rispetto ai mesi precedenti, mentre per gli uomini questa percentuale si attesta sul 51%. Per quanto riguarda il lavoro domestico, poi, il 68% delle donne dichiara di avervi dedicato più tempo rispetto a prima, a fronte del 40% degli uomini.

Questa è la realtà con cui le donne devono fare i conti ancora nel 2020: un welfare che in Italia ha fatto sempre affidamento sul ruolo centrale delle famiglie e sul lavoro di cura svolto gratuitamente dalle donne.

Un welfare che negli anni si è ridotto sempre di più, sulla base di un processo di mercificazione di quelli che un tempo consideravamo diritti e che ora sono sempre più beni acquistabili sul mercato (come stiamo notando proprio in questa delicatissima fase di emergenza sanitaria). Lo stesso concetto di cura, così evidentemente centrale in epoca pandemica, continua a essere concepito come responsabilità individuale, invece di essere riconosciuta come priorità politica derivante dal fatto che siamo tutt* interdipendenti.

Questo carico di lavoro gratuito è un limite concreto alle nostre capacità economiche e lavorative, ci limita nel godere in maniera effettiva di diritti che pure sono essenziali, come il diritto al lavoro, il diritto a una vita degna, spesso anche il diritto alla salute (chi si sacrifica per il resto della famiglia? chi sta dietro alle incombenze di mariti e figli spesso mettendo in secondo piano i propri bisogni e le proprie necessità, anche quando si tratta di andare a farsi una visita medica?).

Chi ha i soldi per potersi permettere di delegare ad altre tali incombenze, allora assume la babysitter, l’assistente familiare, la colf (spesso avendo come priorità assoluta quella dell’abbattimento dei costi che, in un lavoro come il lavoro domestico, comporta in maniera quasi automatica una compressione degli stipendi e un incremento del grigio e del nero).

Chi queste disponibilità economiche non le ha, finisce per rinunciare al lavoro (oppure viene licenziata perché le sue umane necessità non sono altro che folli pretese per l’azienda in cui lavora) e finisce spesso in condizioni di povertà. E no, non c’è smart working che tenga, perché abbiamo visto che lavorare da casa non è una passeggiata e se stai attaccata ore e ore al pc non puoi stare dietro ai tuoi figli o a tua madre anziana, quindi anche in questo caso o hai la babysitter che ti aiuta o ti attacchi e basta.

I dati riportati dal report della Caritas e gli stessi dati Istat raccontano una realtà che è la quotidianità per tante, troppe donne in questa fase: un mercato del lavoro che si apre a noi sulla base di condizioni che non siamo noi a dettare, relegandoci in ruoli femminilizzati (settori che presuppongono un’attitudine alla cura dell’altro e determinate skills relazionali, se non proprio emotive e, in ragione di ciò, spesso svalutati anche a livello economico e sociale).

Basti pensare a quante volte nella narrazione mediatica e politica si tende a enfatizzare l’enorme componente umana di lavori relativi alla cura degli altri, come insegnanti e infermieri, tanto da far passare in secondo piano gli stipendi da fame e le condizioni di lavoro precarie di queste stesse professioni.

Dall’altra parte, poi, c’è uno Stato sempre più assente, che ci abbandona al nostro destino e che non è in grado di garantirci la possibilità di realizzarci come persone ancor prima che come donne, ma che anzi ci obbliga spesso a dover scegliere drasticamente tra famiglia e carriera.

Quello che i dati non dicono, infatti, è che questa situazione non è un dato di fatto, ma è diretta conseguenza di scelte politiche del passato. E allora, forse, è bene ricordarlo.

Se non si investe in servizi e in sostegno concreto alle persone, se non si garantisce un minimo di stabilità economica tramite forme efficaci di redistribuzione della ricchezza (che ha necessariamente una dimensione di genere, tenendo conto che i detentori di grandi patrimoni sono in maggioranza uomini) difficilmente potremo ottenere risultati diversi.

Mai come oggi è necessario prendere i soldi da chi li ha, da chi, per esempio, di domestiche e tate ne paga 5-6 al mese, mai come oggi è necessario prendere questi soldi e darli a chi manda avanti la baracca con sudore e sacrifici.

Le donne rappresentano una fetta essenziale della forza lavoro di questo paese e sono presenti specialmente in quei settori che questa pandemia ha dimostrato essere essenziali, ma che non per questo risultano essere degnamente pagati e tutelati, anzi. A pochi giorni della giornata internazionale contro la violenza di genere, poi, è bene ricordare che, senza la garanzia di un’occupazione stabile, di stipendi degni e di servizi pubblici, non basterà nessuna dichiarazione celebrativa, nessun discorso pieno di retorica e di buone intenzioni a cambiare quella quotidianità di violenza, dipendenza e sottomissione che interessa ancora troppe donne in questo paese.

La dimensione economica della violenza di genere è una componente essenziale e va affrontata con urgenza, anche alla luce del quadro che sta emergendo durante questa pandemia.

https://www.istat.it/it/files/2020/02/Memoria_Istat_Audizione-26-febbraio-2020.pdf

http://s2ew.caritasitaliana.it/materiali/Rapporto_Caritas_2020/Report_CaritasITA_2020.pdf

https://www.ingenere.it/articoli/prima-durante-dopo-covid-disuguaglianze-famiglia

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