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DICIAMO “GRAZIE” A CHI LAVORA?

Passeggiare, nel 2020, nel centro storico dell’Aquila è un’esperienza che non esiste altrove, come lo era nel 2019, nel 2018 e andando indietro fino a quel maledetto 2009. La vita ormai è tornata nel suo Corso, nella sua Piazza Duomo e in buona parte della città dentro le mura. Il Covid ha solo rallentato una guarigione inesorabile che fra pochi anni si completerà, pur mantenendo le sue cicatrici di memoria che non andranno mai rimosse.

Undici anni dopo il terremoto, L’Aquila è ancora una città in trasformazione: i quartieri semicentrali sono ormai totalmente nella normalità, le numerosissime frazioni sparse in un territorio vastissimo ondeggiano da un totale abbandono a una completa rinascita e il centro storico, la parte più ferita, giorno dopo giorno vede sempre più cantieri a compimento. Non ci sono più molte strade immerse nel buio e nelle rovine, ora il centro si divide tra un nuovissimo splendore (spesso vuoto, da riempire, ma questa è un’altra storia) e un immenso cantiere dove centinaia di operai e operaie sono al lavoro da più di un decennio.

Gli operai, i muratori, le maestranze, sono loro che donano splendore a case e strade, pronte a ricevere di nuovo la vita delle persone che le abiteranno. Vivere in una qualunque di queste vie a metà tra cantieri e case ti porta a confrontarti con i ritmi e i rumori di queste persone a livello quotidiano.

La differenza, però, è che in altre città il suono dei lavori può sembrare fastidioso e questi lavoratori anche invadenti, qui viene sono da dirgli “grazie” quando li incontri. Chi legge questo articolo e vive o ha vissuto L’Aquila sentirà queste parole un po’ vecchie, qui i cantieri ormai sono in diminuzione e presto diventeranno un ricordo. Tutti gli altri (ma anche gli aquilani, suvvia) possono immedesimarsi in questo “grazie” e riflettere su cosa questo comporti nella società. Ricordiamo i “grazie” e gli applausi dalle finestre per i medici della prima ondata? (Tra l’altro, dov’è finito il nostro supporto per loro? Ribadiamolo)

In questi mesi spesso ci siamo soffermati sul concetto di lavoro essenziale.

Quali mestieri potevano essere bloccati? Quali potevano essere dirottati al telelavoro? Quanti altri invece sarebbero dovuti rimanere in presenza? La risposta a queste domande è ancora argomento di dibattito. Se provassimo a estrapolare la domanda dalla semplice urgenza pandemica potremmo dare più risposte sulla nostra società e potremmo provare a indirizzarla verso un futuro migliore. Non è però, stavolta, argomento di cui tratteremo. Questo articolo parla delle lavoratrici e dei lavoratori, delle persone che svolgono il proprio ruolo nella società.

Non tutti noi abbiamo la fortuna di sentirci dire “grazie” per il nostro lavoro, per le nostre opere al servizio della società, retribuite o contrattualizzate che siano.

Talvolta neanche ci poniamo il problema, spesso ciò che facciamo non lo riteniamo utile o importante1) e semplicemente non pensiamo di meritare un riconoscimento. O, meglio, non pensiamo di dover trovare alcun riconoscimento al di fuori della logica aziendalista in sé, ovvero denaro e carriera.

Ciò che facciamo nella maggior parte delle ore della settimana si racchiude nella logica mercatista attuale in una dicotomia odiosa: fare un lavoro che non ci piace per guadagnare o fare un lavoro che ci piace per non guadagnare. Pochissime persone fanno un lavoro che le piace e guadagnano bene, la maggior parte fa un lavoro che non piace e guadagnano pochissimo. Molto, molto, molto raramente la nostra società ci propone un lavoro che sia importante per il solo fatto di essere un’attività che dona dignità.

Non fraintendiamo, non intendo dire che i lavori non siano utili e degni, anzi, la maggior parte lo sono. Intendo dire che molto raramente la cultura attuale ci invita a “fare la nostra parte”. Perfino attività come il volontariato sociale spesso vengono incentivate con slogan che vertono sul “sentirsi meglio” nel fare del bene. La dimensione egoistica al centro, il bene collettivo come comprimario evanescente.

Ogni tanto può capitare di leggere nelle cronache locali qualche servizio su un ristorante storico o una bottega di un qualche luogo. Di rado, qualcuno di questi intervistati esprime frasi come “nella mia famiglia serviamo pizza da tre generazioni, sfamare il quartiere è la nostra gioia”.

Magari son frasi fatte ma vibrano come un qualcosa fuori dal coro. Quante persone riescono a trovare soddisfazione in ciò che fanno, vedendolo come fine e non come mezzo? Poche. Senza scomodare troppo il concetto marxista di alienazione, ormai applicato a tutta la società, vediamo quindi come l’ennesima forma di infelicità collettiva sia data anche da una mancata gratificazione intrinseca proveniente dalle nostre attività quotidiane.

Più e più persone, studiose, militanti e attiviste si battono da decenni per aumentare le gratificazioni estrinseche date dal lavoro, ossia il salario e altri benefici2), e non dobbiamo mai smettere di lottare fino a quando ce ne sarà bisogno. Allo stesso tempo, una parte delle nostre attenzioni potrebbe andare sulla gratificazione intrinseca del lavoro, oggi fuori dai radar.

Tornando all’esempio dei muratori dell’Aquila, passeggiando a mo’ di umarell per i cantieri, si notano dei pannelli sulle transenne pieni di nomi e numeri. In nessuno di questi sono menzionati i nomi degli operai, 3) come fossero irrilevanti.

Alle inaugurazioni in giro per il mondo delle costruzioni più avveniristiche, il protagonista è l’architetto, poi i proprietari e via dicendo, talvolta gli operai vengono ringraziati ma come fossero un’unica persona, uno vale l’altro. Provando a fare un paragone, costruire una casa è come girare un film: c’è chi progetta, chi investe, chi dirige sul luogo ma infine l’elemento indispensabile è chi agisce. Un film senza attori e attrici non esisterebbe così come una casa senza muratori e muratrici. Il mondo dello spettacolo sa bene come gratificare e mette sempre il nome di chiunque abbia almeno una battuta nei titoli, il resto del mondo no. Perché non si leggono mai i nomi degli operai quando si inaugura una costruzione? Sarebbe un inizio.

In conclusione, un nome stampato, un grazie o un applauso di certo non bastano. Sono un passo avanti. Riconoscere la dignità oggettiva di ogni attività e ogni lavoro è un pilastro importante della società del futuro.

Una persona che sa di avere un ruolo nella società sarà una persona più pronta, felice e anche più determinata a lottare per i propri diritti. La nostra società di mercato ci vuole divisi e impauriti, in competizione l’un con l’altra per ottenere “il lavoro dei tuoi sogni” o “lo stipendio dei tuoi sogni”, concetti importanti ma non sufficienti.

L’assenza di una gratificazione intrinseca non ci permetterà mai di scardinare questa società e di poter superare il lavoro come lo conosciamo noi.

Ad oggi, nessuna istituzione o grande forza ci aiuterà in questo, il nostro agire quotidiano e l’azione politica collettiva sono gli strumenti che abbiamo per diffondere dignità.

Note

Note
1 Nel precedente articolo si fa riferimento al tema dei “bullshit jobs” https://www.intersezionale.com/2020/11/05/la-solitudine-dellhomo-consumer/
2 Consiglio la lettura di “Basta Salari da Fame!” degli ottimi Marta e Simone Fana: https://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858138878
3 Ovviamente, L’Aquila ha omaggiato più volte i suoi operai, come in questa e altre occasioni: https://www.ilcapoluogo.it/2017/07/07/a-pranzo-con-gli-operai-che-restano/ . Comunque non è mai abbastanza.

Sono Giulio e ho 30 anni, romano ma con tante città e paesi diversi nel mio cammino, un pezzo di me è però rimasto a L’Aquila e in Cile. Faccio il ricercatore universitario, mi occupo di disastri naturali (e non) e politiche pubbliche. Studio il mondo per poterlo cambiare, insieme e presto.

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