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Occupiamoci del lavoro agile prima che esso si occupi di noi

La pandemia globale di Covid19 ha trasformato la vita degli individui sotto molti aspetti. La radicalità di queste trasformazioni è stata rafforzata anche dalla loro imprevedibilità. Con lo sguardo offuscato da positivismo e colonialismo, i paesi occidentali si sono illusi che le “magnifiche sorti progressive” ci proteggessero da evenienze come quella che ci investe oggi. Invece ci siamo riscoperti come il biblico colosso dai piedi di argilla, costretti ad assumere misure di prevenzione (poche) e di contenimento dei danni sanitari ed economici (tante).

Queste misure sono state adottate in tempi brevissimi, dettati dall’urgenza, ed hanno avuto una portata senza precedenti nella storia repubblicana italiana: il risultato è stato che la quotidianità degli individui, nonché la vita economica, sociale e politica del paese, è cambiata quasi letteralmente da un giorno all’altro. La repentinità e la portata delle misure, unite all’intensità della pandemia nel nostro paese, hanno comportato due conseguenze fondamentali.

La prima è che l’adozione di queste misure, nonostante i protocolli esistenti dell’OMS, è avvenuta fondamentalmente alla cieca, senza il tempo per poter svolgere indagini e valutazioni approfondite e sotto le notevoli pressioni dei gruppi di potere. La seconda è che le trasformazioni comportate da queste misure hanno sconvolto la quotidianità delle persone prima che esse se ne potessero accorgere: ci si è ritrovati a discutere di determinati fenomeni mentre già erano in atto e ne si era immersi.

In alcuni casi la pandemia si è rivelata un inversore di tendenza. Si pensi alla rottura improvvisa del tabù, a livello nazionale come comunitario, dell’intervento statale in economia e della famigerata austerity. In altri casi, ha comportato l’emersione di fenomeni nuovi e peculiari, come lo stravolgimento dei contatti e delle relazioni sociali, che avrà credibilmente ripercussioni lunghe e durature. Infine, in determinati casi la pandemia ha agito da potente acceleratore e amplificatore di processi che già erano in atto ma che sono entrati nella quotidianità di milioni di italiani, probabilmente per rimanerci.

Il lavoro è l’ambito dove vi è stata una delle accelerazioni più vistose, che tuttavia è rimasta relativamente poco sotto i riflettori: la diffusione del lavoro agile o smart working (uno pseudo-anglicismo in realtà tutto italiano). Lavoro da remoto e smart working sono due termini che si riferiscono a modalità differenti e vi è un ampissimo ventaglio di articoli che spiegano nei dettagli le differenze.

Basti per ora tenere a mente che tendenzialmente il lavoro da remoto o telelavoro indica un lavoro svolto stabilmente in una sede diversa da quella dell’azienda, mentre il lavoro agile o smart working indica un lavoro svolto per obiettivi senza obblighi di sede o di orario lavorativo.

Il lavoro agile in Italia è stato regolato legislativamente dalla legge n. 81 del 2017, che prevede che esso sia subordinato ad un accordo individuale fra azienda e lavoratore. Nei mesi del lockdown alle aziende è stata permessa l’attivazione del lavoro agile senza accordo individuale. Ciò a cui si è assistito è stato in teoria lavoro agile ma nella pratica lavoro da remoto, giacché si è trattato quasi sempre di trasferimento della sede di lavoro dall’ambiente aziendale a quello domestico, perlopiù in forme piuttosto improvvisate e repentine.

Tuttavia, sul tema del lavoro in questi mesi le questioni più calde che hanno monopolizzato il dibattito pubblico su telegiornali e stampa sono state altre. Alcune per ragionevolissime motivazioni: la CIG in deroga, i ristori per i lavoratori autonomi costretti alla chiusura, il blocco dei licenziamenti.

Altre per le solite trite e stantie polemiche dure a morire, come la contrapposizione fra dipendenti pubblici, privati e lavoratori autonomi. Mentre questi temi occupavano le prime pagine dei giornali, il lavoro da remoto un po’ in sordina entrava nelle case – è il caso di dirlo – di milioni di italiani.

Guardando i numeri, la crescita nell’uso dello smart working nel nostro paese è stata impressionante, soprattutto se comparata con gli altri paesi. Dai dati elaborati da Filippo Celata emerge che se prima della pandemia meno del 5% dei lavoratori italiani lavorava da remoto, nei mesi di Giugno e Luglio del 2020 i lavoratori da remoto sono diventati più del 50%.

In quasi nessun altro paese europeo l’aumento è stato così poderoso, frutto congiunto della poca familiarità precedente del sistema italiano con questo tipo di lavoro e della intensità della crisi pandemica nel nostro paese. L’accelerazione non sembra essere effimera, ma destinata a rimanere: una prima indagine dell’associazione italiana dei direttori del personale ha rilevato che oltre due terzi dei manager dichiara che proseguirà lo smart working – perlopiù in forme ibride – anche oltre la pandemia.

D’altra parte i vantaggi per le aziende sono molteplici, e gli sviluppi tecnologici hanno diminuito notevolmente gli ostacoli che si frapponevano al lavoro in smart working. Buona parte del lavoro tipico di un impiegato può essere svolto attraverso un pc da remoto, anche per quanto concerne il lavoro in team. In più, anche in Italia ormai il lavoro per obiettivi è divenuto sostanzialmente la norma più o meno ovunque, anche nel settore pubblico.

Insomma, lo smart working sembra un tipico caso di innovazione i cui presupposti erano già tutti in atto e che per esplodere attendesse solo un fattore esogeno che fungesse da innesco. Il Covid19 ha svolto questa funzione, costringendo obtorto collo datori di lavoro pubblici e privati da un lato e dipendenti dall’altro a superare le diffidenze, le incertezze e i costi legati alla transizione fra due modelli di lavoro sensibilmente diversi.

Anche i potenziali benefici per i lavoratori esistono e sono molteplici. In primis il lavoro da remoto permette di abbattere il pendolarismo ed il relativo dispendio di tempo, denaro e accumulo di stress. Inoltre, può favorire una gestione più agile e una maggior compatibilità fra gli impegni personali e familiari e quelli lavorativi.

Tuttavia, in questo caso sui piatti della bilancia vanno anche posti una schiera di rilevanti fattori che hanno impatti e conseguenze negative. La diminuzione dei rapporti sociali generali, l’atomizzazione del singolo lavoratore rispetto ai colleghi, l’aumento degli orari di lavoro effettivi, la dimensione ancora più totalizzante assunta dalla dimensione lavorativa nella definizione di sé, l’esternalizzazione dei costi sul lavoratore sono solo i primi e più fondamentali.

Giacché il cambiamento è stato così repentino, il rischio concreto è quello di ritrovarsi immersi in questa nuova normalità senza esserne preparati. Senza uno studio approfondito dell’impatto di questo cambiamento sulle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, su come esso muti i rapporti di forza fra lavoratori e datori di lavoro, su come modifichi le sfide per la realizzazione di una città sostenibile dal punto di vista sociale ed ambientale. Senza l’avanzamento di un’agenda pubblica condivisa che renda il lavoro da remoto un vero lavoro agile o intelligente che dir si voglia, a beneficio di tutti – in primis dei lavoratori che lo praticano – e non dei soli datori di lavoro.

Questo rischio appare tanto più concreto quanto più il dibattito in materia, vista la compresenza di fattori di indirizzo opposto, si sta rapidamente polarizzando fra apologeti e luddisti. Fra chi individua nello smart working la panacea ai problemi del lavoro attuale e chi ne legge uno strumento intrinsecamente venefico di cui liberarsi.

Un dibattito, quest’ultimo, che non solo non rende giustizia alla complessità del fenomeno ed alla molteplicità dei suoi possibili sbocchi, ma che soprattutto in questi termini diviene una disputa sterile. Perché il punto non è discettare in astratto se, sulla bilancia, i benefici superino o meno i danni e dunque lo smart working sia da considerarsi strumento di liberazione dal capitalismo o assoggettamento ad esso. Piuttosto, è riconoscere la tendenza di sviluppo per tempo e agire conflitto sulla sua frontiera, operando perché i pregi rimangano tali e i danni vengano neutralizzati. È occuparsi del lavoro agile prima che esso si sia occupato di noi, investendoci senza che si sia riusciti, o si abbia almeno provato, ad aprire un dibattito pubblico su questo tema che metta in luce le vertenze centrali.

Una indagine promossa dall’osservatorio Futura per la CGIL ha messo in luce che se il 60% dei lavoratori intervistati giudica positivamente il lavoro a distanza, anche se la percentuale sembra già in diminuzione rispetto ai primi mesi, l’80% ritiene fondamentale che esso venga regolamentato all’interno dei contratti nazionali. Ma la contrattazione sindacale non è certo l’unico campo dove questo conflitto si possa e si debba giocare. Il range spazia dalle politiche nazionali alle politiche urbane passando per le pratiche di solidarietà dal basso. In questa sede proviamo a concentrarci su alcune questioni fondamentali da affrontare. Senza pretendere – anzi escludendo – di essere esaustivi.

Una prima questione riguarda il diritto alla disconnessione, che diventa fondamentale affinché l’assenza di orari di lavoro definiti costituisca un vantaggio e non un difetto. Senza la garanzia di esso, lo smart working diventa un incubo in cui si è a disposizione e attivabili per lavorare 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Il diritto alla disconnessione è menzionato nella sopracitata legge 81 del 2017, ma come evidenziato dalla ricercatrice Rosita Zucaro essa è da questo punto di vista una “norma vuota” perché non fornisce nessuna prescrizione concreta. Le conseguenze sono overworking, burnout e incapacità di separare orario di lavoro dal tempo dedicato a sé stessi.

Inoltre, il diritto alla disconnessione per essere pieno dovrebbe tutelare i lavoratori non solo con riguardo agli orari in cui è lecito essere contattati, ma anche rispetto alle forme ed ai canali preposti per essere contattati. Non tutti i canali di comunicazione sono uguali ed appare opportuno che le comunicazioni professionali e quelle private rimangano su canali il più possibile distinti, per permettere al lavoratore di usare questi ultimi senza il rischio di ricevere anche su essi comunicazioni e richieste di lavoro o risposta immediata.

Un secondo aspetto fondamentale da affrontare sono le discriminazioni di genere e sociali che lo smart working, senza delle misure sviluppate appositamente, inevitabilmente finisce per acuire invece che diminuire. Lo spiegano bene le Camere del Lavoro Autonomo e Precario in un articolo dedicato al tema:

“Per le donne il lavoro agile, così strutturato, finisce per essere la modalità per massimizzare e combinare lavoro subordinato e lavoro di cura in un ciclo continuo che si interrompe solo nelle ore di sonno. Così come è profondamente diversa la modalità di prestazione se si ha la disponibilità di una postazione adeguata, in spazi adeguati, o se non si può fare altro che ritagliarsi uno spazio minimo in coabitazione.”

Questo stesso passaggio delle CLAP permette di introdurre un terzo tema, che è quello del diritto ad un ambiente di lavoro professionale. La formula dello smart working su questo aspetto è pericolosa, perché per la propria stessa natura tende ad esternalizzare questa esigenza sulle spalle del lavoratore stesso. I quesiti sono molteplici ed immediati. Se il lavoro agile viene svolto prevalentemente da casa, chi paga gli aumenti in bolletta? Chi l’abbonamento internet necessario per godere sempre di una connessione stabile e potente a sufficienza e una linea telefonica dedicata per il lavoro? Chi tutta l’attrezzatura?

Da una rapida disamina, tuttavia appare presto chiaro che l’ambiente domestico costituisce a prescindere un luogo di lavoro difficilmente adatto, professionale e produttivo per il lavoratore, se non in forme part-time orizzontali o verticali. La piena realizzazione del diritto ad un ambiente lavorativo professionale chiama allora in causa un altro settore che negli ultimi anni ha vissuto una rapida espansione, che la pandemia potrebbe ulteriormente accelerare. Mi riferisco ai nuovi spazi di lavoro, in particolare a quelli ormai comunemente noti come spazi di coworking o coworking spaces. Essi sono diventati nell’ultimo decennio spazi privilegiati per tutti i lavoratori autonomi e precari alla ricerca di un luogo di lavoro professionale, attrezzato e in cui poter mantenere relazioni sociali e professionali proficue. ACTA – la rete italiana dei freelance attiva dal 2004 per la tutela dei loro diritti – non a caso da anni promuove all’interno dei propri servizi a favore degli associati anche apposite convenzioni per accedere agli spazi di coworking a prezzi ridotti.

In uno scenario in cui anche i lavori dipendenti diventeranno almeno parzialmente nomadi, sembra naturale che anch’essi diventino un target di riferimento che possa largamente beneficiare di una postazione di lavoro o un ufficio condiviso con altri colleghi all’interno di uno spazio di coworking.

Una formula di questo tipo risulta particolarmente interessante dal momento in cui potrebbe combinare la tutela del lavoratore con obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale urbani, come quelli evidenziati dal modello emergente della “città dei 15 minuti” sospinto fra le altre dalle amministrazioni di Parigi, Barcellona e più di recente anche di Milano.

Anche in questo contesto, però, la domanda da porsi è sempre la stessa: chi pagherà i costi delle postazioni per i dipendenti in lavoro agile? La risposta non può essere lasciata alla buona volontà dei datori di lavoro e nemmeno alla loro lungimiranza nel riconoscere i benefici di una maggiore produttività derivante da un ambiente di lavoro professionale. Altrimenti, è facile attendersi che buona parte delle aziende opterà per la soluzione economicamente più vantaggiosa, ovvero scaricare i costi sul lavoratore.

Rendendo quello che prima era un diritto acquisito e scontato, la facoltà di lavorare in un luogo diverso dalla propria abitazione attrezzato e professionale, in un privilegio concesso discrezionalmente. Servono invece da un lato incentivi alle imprese per il collocamento dei dipendenti in spazi di coworking, dall’altro garanzie ai lavoratori.

In conclusione a questa nostra sorta di appello e breve disamina è importante riconoscere che – come sempre nella storia – agire il conflitto dentro alle tendenze di sviluppo del capitalismo è un’operazione dall’esito per nulla scontato e nemmeno scevra da possibili controindicazioni. La principale è quella di finire per contribuire involontariamente con la propria azione alla legittimazione e all’affermazione di un fenomeno che alla fine si imponga come strumento di arretramento dei diritti e di allargamento delle diseguaglianze sociali. Ma in un contesto in cui è il capitale a scegliere il campo da gioco, rinunciare a giocare la partita significherebbe regalare una sicura vittoria a tavolino all’avversario. Fatto ancora più grave, significherebbe decidere di rinunciare a priori alla capacità in potenza del lavoro agile di farsi strumento di liberazione dal lavoro come fatica e di avanzamento del benessere degli lavoratori.

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