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Il desiderio di abortire: esperienze di lotta, amore e solidarietà

Foto in Copertina: Fuente: LA NACION – Crédito: Hernán Zenteno

1# Una breve panoramica posizionata e circoscritta1)L’ 1#, quale numero prima di infiniti altri, è un invito collettivo a continuare a delineare questa costellazione, insieme alle tante altre esperienze già esistenti.

Di aborto non si è mai davvero smesso di parlare. Nodo cruciale della battaglia per l’autodeterminazione delle donne, esso ha sempre costituito un terreno di conflitto aperto, al centro del fuoco incrociato di interessi statali, economici e demografici, imperativi religiosi e tabù culturali profondamente radicati. In Argentina è stato finalmente approvato dalla Camera un disegno di legge per il riconoscimento del diritto all’aborto dopo anni di manifestazioni, pressioni politiche e morti per aborti clandestini. In Polonia i tentativi di restringere ulteriormente i limiti già angusti del diritto all’aborto hanno innescato un processo di mobilitazione che, guidato dalle organizzazioni femministe, si è esteso progressivamente a settori molto ampi della società.

Innestandosi su una situazione caratterizzata da attacchi ed ostacoli, in numerosi stati la pandemia ha inasprito contraddizioni e limiti degli attuali quadri legislativi inerenti al diritto all’aborto. D’altro canto, il lockdown si è configurato anche come una fase in cui si sono aperti molteplici spiragli di lotta.


Accanto alle forme nuove di solidarietà e mutualismo nate in risposta alla crisi socio-sanitaria, infatti, dalla pandemia sono scaturiti anche dei veri e propri percorsi politici e rivendicativi, per difendere diritti che si pensavano acquisiti e per reclamarne di nuovi. Questo processo ha investito anche il diritto all’aborto: la quarantena, il sovraffollamento ospedaliero e la necessità di prevenire i contagi hanno portato all’apertura di pieghe all’interno del sistema, di interstizi nei quali i collettivi, le reti ed i gruppi che si occupano di questo tema sono stati in grado di inserirsi, portando a nuove conquiste nell’ambito dell’autodeterminazione sessuale.

L’intento di questo articolo è di provare a delineare una mappatura di queste esperienze di autorganizzazione dal basso in difesa dell’aborto, attraverso una riflessione che tenga insieme la dimensione concreta del mutualismo e dell’attività di supporto diretto alle donne con gli obiettivi politici portati avanti dai movimenti femministi, mantenendo una prospettiva di carattere transnazionale.

Prima di iniziare a tracciare questa mappa imprecisa e instabile, vorremmo porre tre premesse che riteniamo importanti.

– La prima è che questa mappatura non ha alcuna pretesa di esaustività e tratta anzi pochissime esperienze, per lo più europee e, in misura minore, latino-americane. Si tratta di una scelta legata alle informazioni da noi raccolte, alla storia-geografia da noi vissuta e al posizionamento da noi ricoperto.

– La seconda riguarda il fatto che sono molteplici le soggettività che possono scegliere di abortire, donne, uomini trans e persone non binarie, dato che non tuttə coloro che hanno un utero si riconoscono nella categoria di “donne”. Il termine donne verrà comunque utilizzato, per il suo portato storico-politico e per la rilevanza che tutt’ora riveste, confidando nel fatto che anche altre soggettività possano sentirsi inclusə.

– Il testo trae spunto dalla quarantena, periodo non solo di attacchi alla salute riproduttiva, ma anche di resistenza e conquiste. Ovviamente molte delle esperienze di solidarietà esistevano già prima del lockdown, alcune sono state specifiche della suddetta fase, tutte continueranno a vivere nelle lotte per la piena e libera autodeterminazione sessuale.

1. Abortire in Italia prima, durante e dopo il covid

In Italia, ad inizio agosto, si è assistito all’emanazione delle nuove linee di indirizzo in materia di RU486 dopo anni di lotta per il riconoscimento effettivo del diritto all’aborto farmacologico da parte di numerose realtà, da Pro-choice. Rete italiana contraccezione aborto, organizzazione impegnata nella rimozione degli ostacoli all’accesso all’aborto e composta da attivistə e ginecologhə, allo spezzone italiano del movimento femminista transnazionale Non Una Di Meno. Dopo dieci anni di sostanziale ostruzionismo è stata ammessa la possibilità di assunzione della RU486 fino alla nona settimana di gravidanza e in regime di day hospital: sono finalmente venuti meno il limite di sette settimane, privo di alcuna ragione medica, e l’assurdità del ricovero ordinario, di fatto già in disuso dato che spesso le donne firmavano le proprie dimissioni in giornata. Mentre alcune regioni hanno iniziato ad adeguarsi alle modifiche, non hanno ovviamente tardato a farsi sentire voci contrarie.

E’ successo in Umbria, quest’estate, dove il governo regionale di centro-destra ha emanato una delibera che andava in controtendenza rispetto alle linee di indirizzo per la RU486, rimarcando la necessità del ricovero tre giorni. Ed è successo in Piemonte, nel cui capoluogo proprio sabato 31 ottobre è stato organizzato un presidio per chiedere il ritiro della circolare regionale che si oppone alla somministrazione della RU486 nei consultori e che favorirà il proliferare delle associazioni pro-life nelle strutture pubbliche ospedaliere.

Ci sono però anche regioni che hanno addirittura giocato d’anticipo sulla tematica. A fine giugno, circa un mese prima della modifica delle linee di indirizzo, la regione Toscana già si era impegnata, tramite delibera regionale, a sperimentare l’estensione delle settimane da sette a nove, a garantire la possibilità di assunzione della RU486 a livello ambulatoriale e a promuovere la riorganizzazione della rete consultoriale. Difficile non vedere questo risultato anche come il frutto di un intenso lavoro sul territorio portato avanti da realtà come Obiezione Respinta ed i vari nodi regionali di Non Una di Meno.

Importante, dall’altro lato, continuare con il lavoro di monitoraggio, per verificare se effettivamente queste nuove linee guida vengano o meno attuate.

Obiezione Respinta, progetto di cartografia transfemminista e collettiva, nato a Pisa ed espansosi a livello nazionale, si occupa di mappare l’accessibilità all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) e alla contraccezione sull’intero territorio nazionale, raccogliendo segnalazioni positive e negative su farmacie, ambulatori e reparti ospedalieri.

Lə attivistə si impegnano inoltre tramite la pagina Facebook a creare spazi in cui costruire comunità, raccontarsi, produrre narrazioni a partire dalle esperienze personali di chi si trova ad affrontare un’IVG o a ricorrere alla contraccezione d’emergenza, dando così vita ad immaginari basati su storie vere, in contrasto rispetto alla narrazione colpevolizzante e/o vittimizzante che caratterizza l’aborto. Un importante lavoro a livello di narrazione dell’esperienza dell’aborto è svolto anche da un altro progetto, IVG, ho abortito e sto benissimo, pagina che si occupa di raccogliere testimonianze e dare spazio alla molteplicità delle esperienze vissute, sottolineando come l’aborto sia uno strumento di scelta ed autodeterminazione, per uscire dallo stigma della vergogna.

Durante il lockdown, inoltre, Obiezione Respinta ha anche attivato il canale Telegram SOS Aborto_ COVID 19 per condividere in tempo reale aggiornamenti sulle eventuali modificazioni nei servizi offerti dalle strutture sanitarie e per scambiarsi informazioni. La primavera passata, infatti, la possibilità di accedere al servizio di IVG si è complicata in maniera ulteriore rispetto alla situazione preesistente, già di per sé difficile: a causa della pandemia e della quarantena, gli spostamenti sono stati più complessi, e recarsi in ospedale implicava il rischio di contagio; alcuni reparti destinati alle IVG, durante il lockdown, sono stati chiusi, spostati o, in alcuni casi, trasformati in reparti Covid-19; le visite nei consultori, quando garantite, sono state maggiormente diluite nel tempo a causa della necessità di sanificare gli spazi ogni volta (e la situazione, in ogni caso, rimane tutt’ora complessa).

Per tutte queste ragioni, diverse organizzazioni e reti femministe, inclusa Obiezione Respinta, hanno chiesto l’introduzione della telemedicina, in modo tale da garantire la tutela della salute di coloro che decidevano di abortire durante la quarantena, sia in termini di prevenzione dal rischio di contagio, sia in termini di ricorso ad un metodo abortivo comunque sicuro e accompagnato. Alla richiesta, che proponeva l’utilizzo della telemedicina anche una volta terminato il lockdown, non è stato però dato seguito, a differenza di quanto accaduto in altri paesi, come per esempio in Irlanda e in Francia.

Luci e ombre, dunque, quelle del panorama italiano dei diritti riproduttivi, che si presenta a macchia di leopardo e non permette di abbassare la guardia. Questi atti costituiscono un buon passo avanti verso una maggiore accessibilità dell’IVG, ma non sono assolutamente sufficienti per una piena affermazione del diritto all’aborto. In Italia infatti è ancora radicata e diffusa la stigmatizzazione dell’aborto, che viene raccontato quasi sempre come esperienza necessariamente dolorosa, anche da parte di chi in teoria si schiera a favore dell’IVG. Per non parlare poi della nota ed elevatissima percentuale di obiettori, confermata attorno al 70% tra i ginecologi anche per l’anno 2018, secondo la Relazione pubblicata recentemente – e con enorme ritardo – dal Ministro della Salute.

Se sul piano legislativo, dunque, resta l’urgenza di eliminare la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza, così come l’umiliante istituto della “settimana di riflessione” obbligatoria prima di procedere con l’intervento, ma i piani sui quali si dovrebbe agire sono complessi, molteplici, ed intersecati fra loro.

Il rischio, infatti, è che fino a quando non vi sarà un cambiamento a livello culturale, sociale e politico della percezione dell’aborto, ogni avanzamento sul piano giuridico rimanga esclusivamente sulla carta. Le lotte per l’autodeterminazione sessuale non si esauriscono infatti con l’approvazione di leggi, delibere o linee di indirizzo, ma continuano e devono rompere gli stretti confini legislativi che tendono a cristallizzarle e depotenziarle. Andare oltre questi confini significa guardare alla salute riproduttiva in una prospettiva globale, che abbracci i suoi diversi piani, dall’aborto fino all’educazione sessuale.

Perciò è necessario continuare l’opera di monitoraggio quotidiano del servizio di IVG, così come quello di informazione, di sostegno a chi decide di abortire e di lotta per la piena affermazione del diritto all’aborto, alla contraccezione gratuita e all’educazione sessuale.

Illustrazione di Cinzia Cacioppo

2. Leggi, lotte femministe e aborto autodeterminato: cartoline dall’Europa

Durante la quarantena, difficoltà ad accedere al servizio di IVG si sono verificate anche in altri territori, così come ad essersi moltiplicate sono state le forme di solidarietà, resistenza e lotta, coronate, in alcune circostanze, da successi concreti, altre volte duramente represse.

Gli attacchi contro il diritto all’aborto in quanto possibilità di autodeterminazione dei corpi e le quotidiane pratiche di resistenza, cura e lotta costituiscono i due poli di una dialettica che ovviamente va ben oltre i confini italiani e che riguarda le donne in tutto il mondo. Le radici di queste pratiche affondano nella storia stessa dei movimenti femministi, negli aborti auto-praticati e nelle esperienze dei consultori autogestiti. Mentre reclamavano un cambiamento a livello legislativo, le reti di militanti, infatti, hanno spesso infranto i limiti imposti dalle leggi che gli uomini avevano scritto per regolare i corpi delle donne.

Gli aborti clandestini – autogestiti oppure effettuati, a caro prezzo, da medici o levatrici – sono infatti una realtà ben documentata e trasversale a diversi contesti storici e geografici. Tuttavia, se l’aborto clandestino rappresenta già di per sé una forma di resistenza – che in molti casi, peraltro, presuppone una qualche forma di rete e non resta quindi ancorata ad una dimensione puramente individuale -, il passaggio ad una dimensione realmente collettiva di autorganizzazione avviene quando questa pratica viene politicizzata e trasposta su un piano pubblico. Questo è quello che è avvenuto nella prima metà degli anni Settanta in paesi dell’Europa occidentale che mantenevano un atteggiamento fortemente repressivo rispetto all’aborto.

Sia in Francia che in Italia, per esempio, l’acquisizione da parte di gruppi e collettivi di un expertise condiviso, soprattutto a partire dall’importazione del metodo Karman dagli Stati Uniti, permise di sostituire l’organizzazione ed il finanziamento di viaggi all’estero con interventi clandestini autogestiti, ma non per questo pericolosi per la salute delle donne che volevano abortire. Si è dunque reso evidente, in quei contesti, come la storia della battaglia femminista per cambiare la legislazione sull’aborto non si configuri come una sola storia del diritto, o una storia politica dei movimenti, ma sia anche, e soprattutto, una storia dei corpi. L’intreccio fra la dimensione privata dell’interruzione di gravidanza e la dimensione pubblica della visibilizzazione e rivendicazione di questa esperienza in una prospettiva trasformativa, ci riporta direttamente alle attuali pratiche diffuse in quei paesi con una legislazione particolarmente restrittiva sull’aborto.

In Polonia, per esempio, questa primavera sono state organizzate numerose manifestazioni contro i tentativi del governo di restringere ulteriormente il diritto di aborto, già fortemente limitato. Grazie alle mobilitazioni nelle strade e nelle piazze, è stato bloccato un progetto di legge che voleva eliminare la possibilità di abortire in caso di gravi malformazioni fetali, insieme a quello che prevedeva la criminalizzazione dell’educazione sessuale. Le proteste si sono svolte secondo una modalità nuova e rispettosa della cura della comunità in tempi di pandemia, occupando le strade con automobili e biciclette, o anche a piedi, mantenendo la distanza di sicurezza e approfittando delle file fuori dai negozi per esporre cartelli e bandiere.

La legislazione polacca, tra le più restrittive in Europa, consente l’IVG solamente in caso di stupro o incesto, pericolo di vita per la gestante o gravi malformazioni del feto. Inoltre, nemmeno in questa serie limitatissima di casi l’aborto è sempre possibile, a causa della mancanza di servizi e delle elevate percentuali di obiezione di coscienza. Il diritto all’IVG in Polonia, infatti, più che essere tutelato in quanto tale, è trattato come un’eccezione alla regola, una concessione possibile in una serie circoscritta di ipotesi: la morale cattolica e conservatrice, insieme ad una legge restrittiva e piena di ostacoli, limita fortemente e condanna l’aborto, lo erode attraverso una quotidiana opera di stigmatizzazione.

Da un anno a questa parte, inoltre, ad essere particolarmente attaccata è anche l’educazione sessuale che, per via di un progetto dal nome “Stop pedophilia”,la cui discussione è al momento ferma, rischia di venire equiparata al reato di pedofilia.

Tra le numerose realtà che forniscono informazioni, supporto e anche eventuali aiuti economici alle donne che decidono di abortire è attiva, per esempio, Aborcyjny Dream Team, organizzazione impegnata nella lotta contro la stigmatizzazione dell’aborto e per la piena affermazione dei diritti sessuali. Un’altra realtà presente sul territorio è Kobiety W Sieci, che da anni aiuta chi decide di abortire con attività di informazione e consulenza. Da quasi un anno, inoltre, la rete Abortion Support Network ha lanciato un nuovo progetto transnazionale, Abortion Without Borders, composto da diverse organizzazioni, tra cui le due appena nominate, che aiutano le donne ad abortire in Polonia o a viaggiare all’estero se necessario.

In Polonia ad essere nel mirino non sono solamente il diritto di aborto e l’educazione sessuale, ma anche l’autodeterminazione di genere: quest’estate si sono infatti verificati episodi di repressione di una manifestazione lgbtqia+ che si opponeva al progetto “Stop pedophilia” e a una propaganda politica basata sull’odio nei confronti della comunità lgbtqia+, al fine di affermare il proprio diritto di esistere e la necessità di un’educazione laica e non discriminante.

Il 22 ottobre, infine, è arrivata la notizia della decisione della Corte Costituzionale con la quale è stata dichiarata illegittima la possibilità di ricorrere all’aborto in caso di gravi malformazioni fetali: in un paese in cui il 98% degli aborti registrati, circa 1.100 l’anno, avviene per questa ragione, l’eliminazione di tale ipotesi comporta sostanzialmente la negazione dell’accesso al servizio di IVG. E ancora più assurda appare la situazione se si paragona il numero di aborti ufficiali con quello degli aborti realmente praticati, pari a 100-200.000 tra aborti clandestini, autogestiti e viaggi all’estero.

Vietare l’aborto o limitare le ipotesi in cui è considerato legale significa solamente aumentare il numero di aborti compiuti al di fuori del sistema sanitario, di gravidanze indesiderate e di viaggi all’estero. Le donne, infatti, hanno sempre abortito, con o senza riconoscimento legislativo, e continueranno a farlo; continuerà ad essere possibile abortire tramite l’ordine online e la consegna a casa delle pillole abortive o tramite i viaggi all’estero, e non si fermeranno le attività di confronto, sostegno e mutuo aiuto, le pressioni per il riconoscimento dei diritti riproduttivi e la lotta nelle strade e nelle piazze.

Le proteste in Polonia sono andate avanti per giorni e sono dilagate in diverse città, arrivando a bloccare il traffico e ad occupare le chiese, interrompendo le celebrazioni religiose e protestando, talvolta anche inscenando preghiere collettive per l’aborto: è stata così mossa una denuncia chiara e netta contro le influenze delle istituzioni clericali nella politica polacca ed è stato finalmente infranto il muro di intoccabilità che proteggeva la Chiesa. Il 28 ottobre è stato chiamato lo sciopero generale e migliaia di persone hanno occupato le strade e riempito le piazze di diverse città, mostrando, ora come nel 2016, che questi attacchi all’autodeterminazione riproduttiva delle donne non passano sotto silenzio, e portano anzi ampie fasce della popolazione a mobilitarsi.

Le manifestazioni, che vedono protagoniste soprattutto giovani donne, si sono diffuse in un numero sempre maggiore di città e sono arrivate a toccare fasce sempre più consistenti della società, assumendo un respiro via via più ampio, di critica al governo e alla sua collusione con il clero cattolico.

Sono impressionanti le foto dello sciopero che si è svolto la sera del 30 ottobre, dove si vede un’immensa marea nera, composta da decine di migliaia di persone irrompere nelle strade di Varsavia, che rende sempre più chiaro e forte il fatto che oramai la protesta sia andata ben oltre la sola rivendicazione del diritto di aborto e che ciò che si reclama è un mutamento radicale delle politiche del governo polacco. Dopo le dichiarazioni del Presidente della Polonia Andrzej Duda relative a un progetto di legge che andava comunque ad inasprire la legislazione vigente, consentendo l’aborto solo in caso di malformazioni fetali letali per il nascituro, la sentenza della Corte Costituzionale non è stata pubblicata, e il quadro legislativo rimane al momento immutato. Ma le manifestazioni, nonostante la repressione poliziesca e giudiziaria, non si sono arrestate, continuando a chiedere l’aborto libero e la piena autodeterminazione sessuale, ed è stata avviata una raccolta firme, da parte di numerose realtà femministe, per la presentazione di un progetto di legge sull’IVG.

Foto pubblicata da Womenareeurope

L’Irlanda è stato tra i primi paesi europei ad introdurre la telemedicina per le procedure di IVG durante la pandemia, cercando così di garantire il diritto delle donne che desideravano abortire durante la quarantena, permettendo loro di assumere la pillola abortiva nella tranquillità delle loro case e in una maniera comunque sicura.

In Irlanda l’aborto è stato depenalizzato solamente nel 2018 e la legge relativa al servizio di IVG è stata introdotta nel 2019. Nonostante la recentissima legiferazione a riguardo, l’aborto risulta comunque disciplinato secondo criteri rigidi, e le possibilità di accesso al servizio risultano ulteriormente limitate dalle elevante percentuali di obiezione di coscienza.

Infatti, un’organizzazione come Abortion Support Network (ASN), realtà sopra citata e attiva anche in Irlanda del Nord, Polonia, Malta e altri stati, è presente anche in Irlanda. Essa si occupa di fornire informazioni, supporto economico in caso di viaggio all’estero e, dove e quando possibile, una sistemazione. Si legge infatti sul sito di ASN:

“L’ASN è stata fondata partendo dalla consapevolezza che rendere l’aborto contro la legge non impedisce l’aborto, ma impedisce soltanto l’aborto sicuro. Messa altrimenti, dichiarare l’aborto illegale significa che, nel momento in cui si confrontano con una gravidanza indesiderata, le donne con i soldi hanno delle opzioni, e le donne senza soldi hanno dei bambini, oppure compiono atti pericolosi e disperati”.

In Irlanda si è assistito anche alla diffusione dell’aborto farmacologico e all’introduzione della telemedicina durante la crisi dovuta al Covid-19, procedura alla quale le donne irlandesi erano in realtà abituate già da prima della quarantena date le restrizioni in materia di IVG e il conseguente diffuso ricorso all’aborto autodeterminato al di fuori del sistema sanitario. Tale pratica sopravvive ancora oggi a causa degli stringenti confini tracciati dalla legalizzazione dell’IVG, delle elevate percentuali di obiezione di coscienza e dello stigma ancora impresso sull’aborto.

Le restrizioni introdotte hanno però, dall’altro lato, complicato in maniera notevole la possibilità di recarsi all’estero per abortire nel caso in cui, per esempio, il limite massimo di dodici settimane, entro il quale è possibile ricorrere all’IVG, fosse stato superato. A causa della soppressione di voli e dei posti letto negli alberghi, o della cancellazione delle visite nelle cliniche inglesi, molte donne non hanno potuto viaggiare e abortire all’estero.

L’Irlanda del Nord è un altro paese in cui l’aborto è stato depenalizzato e legalizzato in tempi molto recenti tramite una cornice legislativa comprendente il Northern Ireland (Executive Formation etc) Act 2019 e The Abortion (Northern Ireland) Regulations 2020, disposizioni entrate in vigore nel pieno della quarantena, il 10 aprile scorso. Anche in questo caso l’accesso all’IVG, riconosciuto come pienamente libero fino alla dodicesima settimana sulla carta, risulta ancora non pienamente realizzato a causa dell’assenza di dottori disposti a garantirlo e della mancata effettiva introduzione della telemedicina.

Inoltre, il Ministro della Salute Robin Swann ha recentemente dichiarato di non voler finanziare il servizio di IVG, essendo l’aborto questione ancora “controversa”.

La necessità di gruppi attivi sul territorio per sostenere coloro che decidono di abortire o che necessitano di viaggiare all’estero dunque permane, e non stupisce che rimangano elevati anche in questo contesto i casi di aborti compiuti al di fuori dei circuiti legali. Anche grazie all’azione e al supporto di organizzazioni come Abortion Support Network e Alliance For Choice i viaggi e gli aborti così compiuti risultano sicuri e accompagnati dato che a chi desidera abortire vengono fornite tutte le informazioni, istruzioni e attenzioni necessarie.

Proprio in data 26 settembre, ad esempio, Alliance For Choice e Abortion Rights Campaign, organizzazione presente anche in Irlanda, hanno organizzato un workshop online sull’aborto autogestito, in modo tale da imparare e comprendere il processo per l’assunzione delle pillole e le medicazioni necessarie per prendersi cura di sé o per aiutare chi ha deciso di abortire. Parallelamente a queste pratiche di autogestione del proprio corpo e di riappropriazione delle conoscenze inerenti alla propria salute riproduttiva, continuano azioni di manifestazione e pressione affinché l’aborto venga pienamente riconosciuto e le donne che decidono di abortire non siano più costrette a ricorrere a vie non sicure o a viaggi all’estero, che implicano disponibilità di tempo e di denaro e si configurano come una costrizione fortemente discriminatoria e classista.

Qui il link dell’intervista ad Emma Campbell sul sito di Women on Web

Della Slovacchia si è parlato recentemente a causa della presentazione di un nuovo progetto di legge, fortunatamente, alla fine, non approvato, che avrebbe ristretto il diritto di aborto tramite l’introduzione di nuovi ostacoli all’accesso all’IVG. Centinaia di organizzazioni in diverse parti del mondo si sono mobilitate, di conseguenza, per fare pressioni sul Parlamento slovacco, ed anche grazie a questa mobilitazione il testo proposto non è giunto all’approvazione: esso avrebbe infatti implicato una serie di limitazioni tra cui l’estensione del periodo di riflessione obbligatorio, la violazione della privacy di coloro che desiderano abortire tramite l’obbligo di dichiarare le ragioni della propria decisione, sanzioni per i medici che forniscono informazioni in forma pubblica sull’IVG.

3. Leggi, lotte femministe e aborto autodeterminato: cartoline dall’America Latina

Anche al di fuori dei confini europei, per esempio in Brasile e in Argentina, l’attenzione sul tema dell’aborto è alta, sia dal punto di vista di coloro che negano ed ostacolano tale libertà fondamentale, sia da parte di collettivi, associazioni e progetti quotidianamente impegnati nella lotta per il riconoscimento del diritto alla piena autodeterminazione riproduttiva. Anche in questo contesto, la crisi sanitaria e le restrizioni legate al Covid-19 hanno complicato ulteriormente l’accesso al servizio di IVG.

In Brasile il caso di una bambina di dieci anni stuprata ripetutamente dallo zio e costretta a spostarsi in un altro Stato per abortire – a causa dell’obiezione di coscienza esercitata nei servizi sociosanitari della sua zona – ha riacceso i riflettori sulla questione. L’episodio, verificatosi a fine agosto, ha scatenato proteste da parte dei pro-life, contrari al fatto che la bambina abortisse e, dall’altro lato, ha portato a mobilitazioni dei movimenti femministi e pro-choice.

In Brasile il tema della degli aborti clandestini e della necessità di decriminalizzare l’aborto, consentito al momento solo in una serie limitatissima di casi (rischio per la vita della gestante, stupro e anencefalia), ha dunque ripreso linfa all’interno del dibattito pubblico. Allo stesso tempo si è anche giunti all’introduzione di nuove restrizioni da parte del Ministro della Salute in caso di aborto in seguito a stupro: nonostante siano state effettuate alcune modifiche rispetto alle direttive inizialmente presentate, rimane comunque l’obbligo di denuncia dello stupro alle forze dell’ordine, senza tenere conto della volontà e dei desideri delle donne. Nella maggior parte dei casi, infatti, le violenze avvengono tra le mura domestiche o sono comunque commesse da famigliari, conoscenti e vicini, e sporgere denuncia non è così semplice per la vittima di violenza.

Un report pubblicato recentemente, che mappa l’accessibilità dell’aborto in Brasile, mette in luce l’enorme differenza tra le IVG ufficialmente registrate e quelle sommerse, in quanto clandestine o autodeterminate, o che risultano come aborti spontanei (qui una mappa geografica con i relativi dati); vengono inoltre riportati i dati della violenza di genere e degli stupri a danno di donne, ragazze e bambine, e viene evidenziata la difficoltà ad accedere all’IVG in questi casi; sono indicate le strutture ospedaliere che effettuano o meno aborti nel paese. Vengono infine sottolineati gli ostacoli presenti nell’effettuare una mappatura completa, a causa della mancanza di informazioni e della scollatura tra le dichiarazioni di alcune strutture e i servizi che poi effettivamente garantiscono.

La questione dell’aborto va trattata congiuntamente a quella della violenza di genere e della salute riproduttiva in generale, tenendo anche conto del problema delle sterilizzazioni forzate: in una società marcatamente sessista e razzista come quella brasiliana, l’autodeterminazione delle donne viene attaccata sotto più punti di vista, dalla negazione del diritto di abortire al controllo della natalità nei confronti delle fasce di popolazione povere, che in Brasile sono quasi sempre nere o indigene. In ogni caso, si tratta di impedire alle donne di scegliere liberamente se diventare madri o meno e di decidere in maniera autonoma sul proprio corpo. Parlare di diritto all’aborto, come sempre, significa affrontare il tema della salute riproduttiva con un approccio globale, trattando anche il tema delle oppressioni dettate dalla classe e dalla razza.

Inoltre, problematica rimane appunto la questione delle violenze sessuali, perpetuate perlopiù da parenti, vicini e conoscenti su donne e bambine: come anche denuncia il progetto Niñas, no madres, se, infatti, l’aborto è considerato una pratica da rinnegare, anche le gravidanze in giovane età, pur se frutto di violenze e stupri, spesso conducono alla colpevolizzazione e all’isolamento della bambina/ragazza anziché alla condanna dello stupratore e ad affrontare in maniera sistemica la questione della violenza di genere.

Sempre nel report citato, viene inoltre evidenziato come le bambine e le adolescenti, potendo ricorrere all’IVG solo se c’è anche il consenso della persona per loro responsabile, abbiano ancor meno possibilità di abortire rispetto alle donne adulte, dato che spesso le persone che di loro abusano fanno parte della famiglia.

Anche in territorio brasiliano la risposta a queste limitazioni e a questi attacchi alla salute riproduttiva delle donne è stata l’autorganizzazione e il nascere e moltiplicarsi di associazioni, collettivi e organizzazioni che lottano per la decriminalizzazione dell’aborto e in difesa dei diritti riproduttivi, ricorrendo anche a pratiche politiche di mutuo aiuto e solidarietà in caso di aborto, e sempre tenendo conto delle discriminazioni legate alla classe e alla razza. Alcune di queste realtà sono, per esempio, il Frente Nacional Contra a Criminalização das Mulheres e pela Legalização do Aborto, impegnato nella lotta per la decriminalizzazione dell’aborto e contro una legislazione penale che punisce soprattutto le donne povere e nere; la Rede Nacional Feminista de Saúde Direitos Sexuais e Direitos Reprodutivos, rete femminista e antirazzista formata da associazioni, collettivi, gruppi di ricerca, professionisti della salute; Católicas pelo Direito de Decidir, organizzazione per la giustizia sociale che, anche attraverso il dialogo interreligioso, si batte sia per la salute e l’autodeterminazione sessuale sia contro la violenza di genere.

Immagine pubblicata da Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito

In Argentina continua l’instancabile lavoro di informazione e sensibilizzazione sull’aborto, così come quello di aiuto e supporto alle donne che vogliono abortire da parte di gruppi come le Socorristas en Red- feministas que abortamos, articolazione di collettivi attiva in diverse città e territori dell’Argentina, nata su impulso della collettiva femminista La Revuelta.

“SenRed è l’atto attivista con il quale abbiamo provato a creare pedagogie altre, che cercano di dotare di bellezza politica le pratiche di abortire e quelle di accompagnare. Che sottolineano come l’aborto sia un evento politico e intimo. Pedagogie che diventano scommesse e promesse.”

Così descrive Socorristas en Red Ruth Zurbriggen, attivista femminista, docente, ricercatrice e “acompañante de abortos”. Affiancare coloro che decidono di abortire è una pratica politica fondamentale, di riappropriazione collettiva dell’esperienza dell’aborto e di conseguente rottura del muro di silenzio che permea questo tipo di scelta. È una pratica che consiste nel confronto reciproco, nell’abbattimento del senso di isolamento e vergogna e nella messa in comune delle conoscenze e dei singoli vissuti, in modo tale da costruire dal basso una rete di solidarietà e mutuo aiuto, di discussione politica e di autodeterminazione sessuale. Abortire diviene così una pratica personale e politica, l’affermazione di una libertà che è sia individuale sia plurale, un atto d’amore intimo e collettivo allo stesso tempo.

“Oggi pensiamo molto alle pratiche degli accompagnamenti come pratiche di politiche di cura femminista, di tentativi di porre l’esperienza dell’aborto in un luogo ben visibile, quotidiano ma allo stesso tempo politico” spiega Ruth Zurbriggen in un altro articolo.

Il 28 settembre, Giornata internazionale per l’aborto libero e sicuro, è stato lanciato Clandestinos NO!, un osservatorio per il monitoraggio del servizio di IVG, per verificare gli aspetti positivi e le carenze del sistema sanitario. L’intento è quello di mappare i diversi territori dove sono presenti nuclei di SenRed, denunciare eventuali ostacoli o violazioni della legge, sensibilizzare, diffondere le buone pratiche apprese durante anni di accompagnamenti e ampliarne gli orizzonti, costruire e rafforzare le reti di solidarietà e le alleanze anche con il personale sanitario, creare ulteriori spazi di confronto e dialogo per la produzione di nuovi contenuti. Dal primo rapporto di Clandestinos NO!, emergono le criticità relative al prezzo del Misoprostolo, farmaco in realtà considerato essenziale da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il fattore economico costituisce infatti una barriera materiale per moltissime donne, persone trans o non binarie che vorrebbero abortire ma che non se lo possono permettere e costituisce quindi un ostacolo alla diritto di scelta e alla possibilità di autodeterminarsi in maniera libera.

Immagine pubblicata da Socorristas en Red

Inoltre, è stato promosso #EstamosCerca, progetto volto a supportare coloro che decidono di abortire durante la quarantena tramite l’ordine online e la consegna a casa delle pillole abortive, da cui è nato il libro Estamos cerca. Relatos de aborto en cuarantena. Si tratta di unaraccolta di testimonianze di chi ha abortito durante i primi cento giorni di lockdown, manifesto intimo e politico, con lo scopo di tessere e diffondere narrazioni alternative, partendo dalla prospettiva e dai desideri di coloro che hanno scelto di abortire. Le testimonianze raccontano delle paure e delle speranze legate alla decisione di abortire, e della forza data dall’aver reso condivisa l’esperienza e dall’aver trasformato l’aborto in un atto politico e collettivo.

Dai racconti emerge l’importanza dell’accompagnamento, sia per le informazioni fornite dalle Socorristas sia per la disponibilità e la cura che questa pratica implica, e si palesa l’urgente necessità di una legge. La Poesia de la liberdad di Sol – 22 anni, viene da Paranà – è un pezzo di questo grande racconto collettivo:

Mi útero duele

Expresando un dolor

Histórico

Colectivo

Mi útero expulsó

Con el dolor

Que solo la fuerza de la decisión puede resistir

Un desgarro

que data de generaciones

De mandatos impuestos

Que acaban con nuestras vidas

Y sueños

Un desgarro que pertenece a todas mis ancestras: escla-vas, brujas, guerreras, campesinas, curanderas, matriarcas, niñas, madres, abuelas, de todas las hembras y mujeres.

Incluida la madre tierra.

Mi útero duele acompañado amorosamente.

Mi útero

Aún duele

pero

late con fuerza

Vitálico

Mi útero emana energía sagrada

En él confluyen

luchas que me anteceden

luchas que habito.

Mi útero gesta la poesía de la libertad.

Dopo anni di mobilitazioni, di pressioni sul Parlamento affinché l’aborto venisse riconosciuto come diritto fondamentale, di tentativi di far approvare la proposta di legge della Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito e di morti per aborti clandestini, il disegno di legge per depenalizzare e legalizzare l’aborto fino alla quattordicesima settimana, presentato dall’esecutivo – come promesso dal presidente peronista Alberto Fernandez, eletto nel 2019 – è stato approvato dalla Camera: il progetto, che per alcuni aspetti di differenzia da quello presentato dalla Campaña, è passato con 131 a favore, 117 contro e 6 astenuti. Il prossimo passo necessario per l’entrata in vigore della legge è ora l’approvazione da parte del Senato, dove nel 2018 prevalse il no contro la proposta allora presentata.

La marea verde ha decretato la vigilia femminista per l’intera durata della discussione alla Camera, riempiendo le strade di grida, di danze, di festa e di gioia e mostrando, ancora una volta, come la storia e la politica si scrivano nelle piazze.

Dove stiamo andando: una conclusione provvisoria

Dove ci stanno portando e dove vogliono portarci queste lotte? Qual è la loro destinazione finale?

Non si tratta non soltanto di chiedersi quale tipo di quadro legislativo vogliamo – se un aborto legalizzato, con una legge ad hoc che ne stabilisca i criteri talvolta in modo invasivo come accade in Italia con la 194, oppure un aborto depenalizzato, regolato da una normativa “leggera”, equiparato ad un qualunque protocollo medico, o altre soluzioni ancora. La domanda, infatti, riguarda anche quanto di questo mondo occorre cambiare perché le donne siano davvero libere, e fin dove si spinge il concetto di autodeterminazione dei corpi: non è questione di autodeterminarci solamente in relazione al diritto all’aborto e alla salute riproduttiva in genere, ma di poterlo fare in ogni aspetto della nostra vita. Ci vogliamo, infatti, vive e libere: libere dalla violenza patriarcale, neoliberale, razzista e coloniale.

La domanda è complessa, così come varie ed articolate sono le risposte e le possibili soluzioni, soprattutto se si tiene conto dell’eterogeneità che caratterizza le mobilitazioni, per esempio, per l’aborto: in Polonia, infatti, c’è chi rivendica semplicemente il diritto di non rischiare la vita abortendo clandestinamente, così come c’è chi è in piazza anche per un nuovo sistema di governo.

È una domanda alla quale, ad un certo punto, quasi tutti i movimenti si trovano davanti, a maggior ragione quelli femministi, che cercano di fare delle donne, in determinate congiunture storiche, un soggetto politico.

Da quando abbiamo cominciato a ragionare su questo tema, monitorando diversi paesi del mondo, la situazione si è evoluta e continua a mutare, a riprova del fatto che repressione e resistenza sono un binomio inscindibile.

Di tanti altri territori ancora ci sarebbe da parlare, tante altre (tra cui, per esempio, Women on Waves o Women Help Women) sono le realtà di lotta e solidarietà nel mondo da raccontare.

A questo punto, però, almeno per ora, possiamo solo a noi tornare per da noi ri-partire, dal nostro posizionamento e dalla nostra esperienza, concludendo questa prima mappatura abbozzata e spoglia tramite un ultimo volo che ci riporta in Italia, nello specifico nella città dove per anni abbiamo vissuto, parlando di un luogo di autodeterminazione sessuale, lotta e cura quotidiane, attualmente senza più una casa a causa della chiusura dello spazio da parte dell’Università di Bologna. E’ la consultoria studentesca autogestita della MALAconsilia, spazio che ha visto nascere uno sportello di ascolto e mutuo aiuto, spazio politico e di aggregazione dove sono stati organizzati incontri, assemblee, cineforum, workshop di autodifesa transfemminista e tanto altro ancora, spazio attorno al quale è nata ed è stata costruita una comunità che non è disposta ad andarsene, ma che è pronta a lottare come ha fatto fino ad ora al grido di #laMALAnonsitocca. Di luoghi transfemministi, in questa città che fino a qualche anno fa fioriva di spazi occupati o autogestiti – tra i quali la storica occupazione queer di Atlantide, sgomberata nel 2015 – ci sarebbe bisogno, oggi più che mai.

Di spazi transfemministi ci sarebbe bisogno forse ovunque in una società permeata dalla violenza maschile sulle donne, di genere e dei generi, martoriata da anni di politiche neoliberiste e di politiche di privatizzazioni e tagli ai finanziamenti del sistema socio-sanitario, e ce ne sarebbe bisogno soprattutto ora che la crisi pandemica ha messo in luce ed acuito le conseguenze di queste scelte, colpendo in primo luogo donne, soggettività lgbtqia+ e madri lavoratrici precarie, spesso migranti e razzializzate.

L’autorganizzazione dal basso può essere forse almeno una parte della risposta: e se a salvarci potessero contribuire le consultorie autogestite?

Al fiorire gioioso di spazi di autodeterminazione, alla continua creazione e costruzione di reti di sorellanza, al moltiplicarsi infinito di esperienze di lotta, amore e solidarietà.

Note

Note
1 L’ 1#, quale numero prima di infiniti altri, è un invito collettivo a continuare a delineare questa costellazione, insieme alle tante altre esperienze già esistenti.

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