TOP
persone protestando

Le mille sfaccettature del razzismo

Dare una definizione al fenomeno del razzismo può essere facile quanto estremamente complesso. Questo perché, al di là di quello che può essere la definizione, che può essere visibile agli occhi di tutti e delle istituzioni, esistono infinite forme in cui il razzismo si manifesta, in maniera subdola ma continua. Sono i casi di cui poco si conosce, perché atti o fatti riconoscibili solo a chi le subisce.

Nel 1963 con la “Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di Ogni Forma di Razzismo” le Nazioni Unite hanno definito la discriminazione razziale come:

ogni distinzione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica.”

Nell’ordinamento giuridico italiano, una nozione di discriminazione razziale simile è presente nell’articolo 43 del D.Lgs 28 luglio 1998 no 286, che recita:

Ai fini del presente capo, costituisce discriminazione ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose, e che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica […]”

La cosa più lampante che emerge da questa definizione è che la questione razzismo riguarda fondamentalmente ogni aspetto dell’individuo e della società.

Se da un lato i casi di violenza come pestaggi, assassini, sparatorie, e aggressioni verbali eclatanti a sfondo razziale sono “facilmente” riconoscibili da tutti, ci sono altre forme di discriminazioni e di micro-aggressioni quotidiane che rientrano in una forma di razzismo poco conosciuta e considerata dalle istituzioni, motivo per cui, spesso chi le subisce in forma grave non trova tutele nella legge.

C’è del razzismo quando si cerca casa e non si è bianchi o si è di religione mussulmana. Per esempio, spesso capita di prendere appuntamento al telefono con agenzie immobiliari per visionare una casa disponibile, ma al momento in cui ci si presenta di persona, improvvisamente quella casa non è più disponibile, oppure ci sono stati fraintendimenti, o altre volte si dice semplicemente che la/il proprietaria/o non affitta a stranieri. Questo a prescindere dal fatto che la persona sia effettivamente straniera o sia italiana, è sufficiente che non sia caucasico.

C’è del razzismo quando il titolare di un ristorante non assume un nero giustificandosi con “i miei clienti non vogliono essere serviti da un nero”.

C’è del razzismo quando in una coppia mista al ristorante il cameriere nel prendere l’ordine parla solo guardando la persona bianca ignorando del tutto l’altra.

C’è del razzismo e della cattiveria quando l’anziano sul bus dice alla ragazzina che può evitare di andare a scuola perché tanto finirà per strada.

C’è del razzismo quando una ragazza nera, aspettando la corriera in pieno giorno, vede accostarsi una macchina davanti a lei, dalla quale un uomo le chiede quanto vuole per una prestazione sessuale.

C’è del razzismo quando il Cayo Blanco di sottomarina vieta gli ingressi agli africani, e anche qui a contare è solo il colore della pelle indipendentemente dal fatto di essere italiani o stranieri.

C’è del razzismo quando i clienti di una assicurazione si lamentano col direttore perché non vogliono essere serviti da una nera, e questa persona, poco tempo dopo, viene lasciata a casa.

C’è del razzismo quando ci si rivolge indistintamente agli stranieri non bianchi, dando del “tu” alla persona senza il preoccuparsi di doverla trattare con lo stesso rispetto con cui si trattano tutti gli altri.

C’è del razzismo quando si viene controllati dalla polizia più volte durante l’arco della propria esistenza, anche quando non si sta facendo niente, se non sostare in un luogo pubblico; ma la cosa più umiliante è il modo e il tono in cui si viene trattati dalle autorità.

C’è del razzismo immotivato quando ad una giovane atleta come Larissa Iapichino (figlia dell’ex campionessa mondiale di salto in lungo Fiona May e di Gianni Iapichino) vengono rivolti insulti pesanti, rea solo di essere italiana di pelle nera.

C’è del razzismo nella frase “sei bello/a per essere un nero/a”, perché questa frase è figlia di un pregiudizio assimilato secondo cui la bellezza vera appartiene ai bianchi, mentre tra i neri è una rarità e sicuramente non una cosa così comune.

C’è del razzismo quando entrando in uno negozio ci si sente dire come prima cosa “no, non vogliamo niente”.

C’è del razzismo quando le forze dell’ordine ti fermano quando sei su una autovettura di valore, e la prima cosa che ti chiedono è se ne sei il proprietario.

C’è del razzismo quando un professore consiglia al suo alunno di scegliere un istituto professionale, perché tanto quelli come lui è meglio che imparino un mestiere piuttosto che andare all’università.

C’è del razzismo quando senti genitori che danno del ne(g)ro al ragazzino in campo e lo offendono senza ritegno. Non c’è da sorprendersi se questo succede anche e soprattutto negli stadi di Serie A e B.

C’è del razzismo quando entrando in un negozio (soprattutto quelli di nicchia) i commessi o le guardie ti seguono con gli occhi e a volte trovano il modo di non farti provare le cose nei camerini. È un esempio di ciò che viene chiamato racial profiling, ovvero basarsi sull’etnie di una persona per presumere o sospettare che commetta o abbia commesso un reato.

Questi sono alcuni degli innumerevoli episodi che generalmente vengono taciuti perché difficilmente le persone o le autorità sono disposte ad ascoltare senza pregiudizi, perché succede così tante volte da diventare quasi normalità e per paura di non essere creduti. La mancanza di tutela legislative adeguate, infine, non ne aiuta le denunce.

Ciò che deve essere chiaro è che il razzismo non si limita a ciò che vediamo, e sicuramente non è una cosa che riguarda solo chi manifesta certe ideologie estremiste.

In Italia queste forme di razzismo e di micro-aggressioni di sicuro sono le più frequenti e le più quotidiane, perché spesso vengono anche da chi non è coscientemente razzista, inconsapevole che un determinato atto, fatto o anche una parola, possa risultare denigratoria, offensiva e discriminatoria.

Il concetto di base è: non basta non essere razzisti per evitare di fare o dire cose razziste.

Nel nostro ordinamento giuridico la discriminazione razziale, etnica e religiosa è disciplinata dalla legge Mancino del 1993 che tra le altre cose stabilisce che (salvo che il fatto non costituisca più grave reato) si punisce “con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”, e ancora “con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.

Nonostante l’introduzione nel 2018 degli articoli 604 bis e 604 ter del codice penale, che aggiornano la fattispecie penale e istituiscono l’aggravante del motivo razziale, etnico e religioso, la legge risulta ancora lacunosa.

Fuori dal contesto penale, infatti, non esiste adeguata tutela per chi subisce razzismo, e dunque, una persona può prendersi la libertà di insultare, umiliare e denigrare un’altra persona per via della sua etnia senza particolari conseguenze. Da qui l’impossibilità di ricorrere alla legge in tutti gli altri casi di trattamenti discriminatori e vessatori gravi che una persona può subire quotidianamente senza di fatto la possibilità di avere giustizia, perché non rientranti in una fattispecie penale.

Viviamo in una società fondamentalmente bianca, che si porta dietro pregiudizi che hanno creato un insieme di concetti discriminatori interiorizzati che a volte si manifestano anche senza consapevolezza: si chiama razzismo interiorizzato.

Frasi, modi di dire, parole, idee, che si sono consolidate nel tempo, ma che in una società sempre più multietnica come quella italiana, rappresentano unicamente mille modi in cui il razzismo può manifestarsi.

Continuare in questa direzione porterà all’esasperazione di quella parte di popolazione che subisce queste discriminazioni e vessazioni, e se vogliamo evitare il modello francese delle banlieue, dove i figli dei francesi con origine straniera crescono ai margini della società covando rabbia per un’inclusione che presenta ancora tanti problemi, allora dobbiamo cambiare approccio alla questione razziale.

Occorre uno sforzo comune, occorre una legge più consona, il dialogo, la volontà di riconoscere e di combattere il razzismo, la giusta sensibilità, ma soprattutto l’ascolto e rispetto affinché possiamo sperare di riuscire a creare una società senza quel pericoloso conflitto etnico-culturale.

Sono Abdul Zar, ho 31 e sono italo-ghanese. Ho da sempre un’interesse spiccato per i diritti umani e questo mi ha portato a studiare legge, con conseguente master in diritto internazionale. Scrivo da quando ho 13 anni, e la penna è diventata una meravigliosa alleata da quando faccio attivismo.

Post a Comment