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Migrante

La complessità rimossa dalle migrazioni

C’è una diffusa sensazione di saturazione che gravita attorno all’argomento  migratorio. Si percepisce spesso, in diversi settori della società. Gli studenti sono saturi, anestetizzati ormai da immagini che gli rimbalzano addosso dagli schermi in cui si rifugiano. Lo si capisce negli incontri di formazione, nei laboratori a cui  partecipano ma a cui non reagiscono. Il terzo settore è anch’esso saturo, spalle al muro, bistrattato e depauperato da amministrazioni e governi che cambiano nome e colori ma non i contenuti. La società civile è satura, incattivita dalla paura, preda dei  sentimenti viscerali che non ha strumenti per decifrare. 

Se fossimo in ambito medico, una piena saturazione di tutti questi settori significherebbe un’abbondanza di ossigeno. Eppure, se parliamo di saturazione di discorsi, specialmente in ambito migratorio, si indica proprio il contrario, una  mancanza di ossigeno, una mancanza di aria che ostruisce il cervello e lascia spazio alla dittatura dello stomaco.

Per ovviare alla saturazione, al sentimento di impotenza, del “non farcela più”, di frustrazione che porta a giudizi affrettati e scelte idiotiche, servirebbe appunto respirare. Fare i conti con il fatto che abitiamo un mondo  complesso, contorto e che per scioglierlo, comprenderlo e affrontarlo non si può  scegliere la via facile. Una foto non ci dice abbastanza, un tweet tantomeno. Se non vogliamo sentirci saturi, paradossalmente, dobbiamo leggere di più, accedere a fonti e masticare dati.  

I dati, però, sono difficilmente digeribili da stomaci contratti e distratti. Leggere articoli scientifici, cercare le fonti delle affermazioni è un lavoro non normalizzato, elitario, non certo percepito come un ragionevole esercizio quotidiano. Eppure, dimenticandoci di controllare i dati, perdiamo pezzi fondamentali del quadro. 

Perdiamo le coordinate che ci permettono di accettare o scartare informazioni, foto e  video che, incompresi, tendono a saturarci. Perciò rinunciamo alla complessità, ci arrendiamo alla dittatura dello stomaco e scrolliamo le foto che si accumulano nella nostra memoria esterna, nel ripostiglio del nostro subconscio. Accettiamo il piattume di ciò che ci circonda senza batter ciglio, a colpi di “tanto non cambierà mai nulla”  diventiamo complici del sovranismo e securitarismo omicida.

Questa rinuncia alla complessità, però, è un gran peccato. Perché invece di saturi, potremmo essere critici, invece di stanchi potremmo essere attivi, invece di anestetizzati potremmo essere incazzati.  

Quando abbracci la complessità inizia ad emergere una preoccupante realtà composta da conti che non tornano. Come, per esempio, il fatto che secondo le leggi  internazionali sancite dalle Nazioni Unite e dal codice del mare le operazioni di ricerca  e salvataggio siano responsabilità degli Stati. Il che non significa che rappresentano  un servizio opzionabile, ma una necessità, a cui lo Stato deve far fronte.

Eppure, nasce ora il Comitato per il diritto al soccorso, un organo reso necessario dai continui  processi alle Ong che salvano vite in mare compiendo un lavoro che loro per prime  non vogliono fare e sono consapevoli di non dover fare. Sfortunatamente però, lo Stato non si assume le sue responsabilità, quindi sono costrette a farlo. Ritornano le  parole di Sophie-Anne, volontaria dell’equipaggio della Sea Watch 3, “No, papà, non  sono fiera di me, la verità è che non mi sono mai vergognata tanto, non sono mai  stata così arrabbiata”. Perché non andrebbe fatto così, il salvataggio in mare, con fondi risicati da donazioni, con volontari, dibattendosi tra cause legali e fondando 

comitati tautologici per proteggere un diritto affermato 40 anni fa da una convenzione internazionale.  

Abbracciando la complessità, davanti alle ultime foto dell’Open Arms, immagini  sempre più esplicite dell’ennesimo naufragio, non ci si deve saturare o anestetizzare.  Ma forse ci si dovrebbe chiedere perché l’Open Arms sia l’unica nave a cui è permesso  operare. Una sola. Mentre le altre navi e le altre Ong sono bloccate in porto da fermi  amministrativi.

Oppure perché lo Stato italiano stia ancora facendo uso di navi quarantena, che costano quattro milioni di euro a nave per un periodo di cento giorni, mentre l’accoglienza a terra costa un quarto di quella cifra. Questi non sono dati di  facile accesso, bisogna andare a cercarli, porsi domande e capire perché uno Stato  come l’Italia scelga di spendere così tanto per tenere i migranti in quarantena in  costose navi da crociera mentre si rifiuta di investire in operazioni di ricerca e  salvataggio come sancito dalla legge internazionale.  

Di quesito in quesito si giunge alla disarmante conclusione che c’è qualcosa che  funziona nel prendere la figura del migrante come emblema del discorso securitario. Emergono chiare le posizioni di non-agire prese dallo Stato italiano, vendute come  inevitabili scelte per la sicurezza nazionale.

In fondo i migranti incarnano la complessità del nostro tempo, sono transnazionalità e mettono in discussione il concetto di confine. La loro esistenza è la prova che i confini sono linee immaginarie.  Ma su tali linee si è costruito il concetto di sovranità dello Stato e ciò non può essere  messo in discussione. 

Ciò che ha fatto la Open Arms il 12 novembre, pubblicando video struggenti di uno degli ultimi naufragi nel Mediterraneo, è stato l’equivalente di una scrollata di spalle per le genti assorte. Un grido che ci avvisa “attenti voialtri, vi state abituando a tutto ciò, pensate sia la normalità e che sia impossibile, faticoso, cambiare le cose”.  Eppure, non è faticoso. C’è invece un preciso piano per portarci alla saturazione per  convincerci che è troppo difficile.

Ma davanti abbiamo solo uno Stato impaurito  davanti a esseri umani che mettono in luce tutte le criticità su cui tale Stato si è  fondato. I migranti sono complessità e questo spaventa. Ci stiamo abituando alle  morti nel Mediterraneo come se non si potesse fare altrimenti. Ci viene venduta  l’inevitabilità della disumanità.

Quando a guardare i dati, a seguire il denaro, emerge  che le morti non sono inevitabili, ma sono il frutto di un preciso disegno. Allora  contare può fare la differenza tra la vita e la morte, guardare i dati può smascherare  una delle più grandi bugie del nostro tempo. E forse, finalmente, ci fa anche un po’  incazzare. 

Chiara Gullotta è laureata in Cooperazione Internazionale e ha un Master in Politiche Migratorie all’Università delle Nazioni Unite a Maastricht (Olanda). Collabora ora con diverse organizzazioni non governative in Italia e si occupa di progetti di sviluppo per l’inclusione dei migranti a Roma.

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