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Intersezionale

Paesaggio arido

PROTEGGERE IL SUOLO PER PROTEGGERE NOI?

Lo scorso 5 dicembre si è celebrata la giornata internazionale del suolo (World Soil Day), istituita dalla FAO nel 2014 per promuovere la gestione sostenibile del suolo, inteso come risorsa non rinnovabile.

In Italia e in Europa la protezione del suolo è una priorità ancora purtroppo non percepita come tale dalla maggioranza dei cittadini e dai decisori politici. Mentre su altri parametri ambientali come aria ed acqua si registra un costante miglioramento, a dispetto della grande eco che periodicamente si accende grazie ad articoli di stampa, il suolo continua a subire danni, alcuni dei quali assolutamente irreparabili.

In passato gran parte dei centri abitati erano costruiti con l’accortezza di salvaguardare le terre migliori per la produzione di alimenti. Tale accortezza si è andata perdendo e ormai da molti decenni si realizzano infrastrutture ed espansioni edilizie disinteressandosi completamente dei suoli, delle loro funzioni e dei servizi ecosistemici che essi forniscono.

L’obiettivo che abbiamo davanti è la costruzione di una nuova stagione di lotte ambientaliste che veda il suolo come protagonista, per rispondere rapidamente alla necessità di rimettere al centro le potenzialità intrinseche dei suoli e le loro funzioni.

La strategia tematica sulla protezione del suolo, approvata dall’Europa nel settembre 2006, individua le minacce che incombono sui suoli e indica la strada da seguire a Stati e Regioni. Tra le minacce non vi è dubbio che per tutto il nostro continente, almeno nelle sue aree centrali e meridionali, l’impermeabilizzazione sia quella più pericolosa. Ma non certo l’unica.

L’assunto da quale sono convinto si debba partire è che il suolo, anche se di proprietà privata, svolge funzioni pubbliche: facilita il ricarico delle falde, fissa il carbonio organico, regima le acque di precipitazione, filtra gli inquinanti, ospita gran parte della biodiversità della Terra. Quando un suolo viene impermeabilizzato (cementificato) si configura una sorta di danno ambientale alla comunità anche se quel suolo è di proprietà privata.

Secondo il principio riconosciuto a livello europeo “chi inquina paga” è necessario quantificare il costo ambientale che deriva dall’occupazione di nuovi territori e dal degrado del suolo. 

ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) insieme alle Agenzie per la protezione dell’ambiente delle Regioni e delle Province Autonome, ha realizzato e pubblicato nel 2020 un lavoro congiunto di monitoraggio sul consumo di suolo. I dati confermano la grave criticità che è una realtà ormai da tempo. Nel nostro Paese continua ad avanzare “la diffusione, la dispersione, la decentralizzazione urbana da un lato e, dall’altro, la densificazione di aree urbane, che causa la perdita di superfici naturali all’interno delle nostre città, superfici preziose per assicurare l’adattamento ai cambiamenti climatici in atto”. 

Si tratta di una sorta di atto d’accusa a noi stessi che non invertiamo la tendenza pur nella consapevolezza dei danni che stiamo arrecando a noi stessi. Mentre oltre il 7% del territorio nazionale è ormai impermeabilizzato, in alcune regioni come la Lombardia e il Veneto si raggiunge circa il 12% e si supera abbondantemente il 10% in Campania. Se consideriamo solo le aree di pianura, le più produttive, il dato è notevolmente maggiore e configura una situazione molto più grave di quel che appare.

Che fare? Gli obiettivi sono molteplici: 

  • Ridurre drasticamente il consumo di suolo;
  • Attuare criteri di salvaguardia dei suoli privilegiando quelli ad elevata capacità produttiva, alto valore naturalistico o storico;
  • Ridurre la frammentazione del territorio;
  • Razionalizzare le attività produttive tenendo sempre presente la salvaguardia del suolo;
  • Promuovere un processo di formazione/informazione dei cittadini sui servizi ecosistemici;
  • Occuparsi da subito di altre minacce come la perdita di sostanza organica e l’erosione.

Per ridurre gli impatti, le produzioni ottenibili in agricoltura devono sempre più essere messe in connessione con gli input necessari. Oggi la facilità di meccanizzazione dovuta all’innovazione tecnologica ha modificato la capacità di incidere dell’uomo sui suoli, migliorando da una parte la qualità del lavoro ma aumentando il rischio di degradazione dei suoli. In questi decenni, lavorazioni inappropriate del terreno e la non applicazione di tecniche di conservazione hanno innescato e accentuato fenomeni erosivi su ampia scala, con gravi ricadute anche rispetto ai dissesti e alla potenza distruttiva delle alluvioni.

Non si tratta di tornare al tempo che fu ma di utilizzare tecniche innovative, maggiormente conservative, e le tecnologie disponibili per fissare la sostanza organica nel suolo riducendo l’anidride carbonica dell’atmosfera; azioni che fanno bene alla fertilità e al clima.

Seguendo quanto stabilito dalla Comunicazione della Commissione Europea al Parlamento Europeo – COM(2010)672/5 dobbiamo puntare a preservare il potenziale di produzione alimentare, sapendo che la domanda mondiale di prodotti alimentari subirà un incremento del 70% da qui al 2050; sostenere le comunità agricole e preservare la vitalità delle comunità rurali, le uniche capaci di salvaguardare i propri territori.

Come fare?

In Italia storicamente è avvenuto uno scontro ideologico tra ambientalisti e “sviluppisti”. La maggior parte di chi si è occupato di temi ambientali l’ha fatto senza curarsi troppo degli aspetti economici. Chi si è occupato di economia e di sviluppo lo ha fatto senza pensare alla salvaguardia delle risorse naturali. L’inversione di tendenza può avvenire solo se riusciremo a dare un valore al suolo e mettere così in stretta relazione chi pianifica il territorio, chi pensa allo sviluppo economico e chi alla salvaguardia delle risorse.

Come ammonisce la FAO da tempo, c’è la necessità di considerare il suolo come una risorsa non rinnovabile e non semplicemente come un supporto per le colture o per l’edificazione. Occorre creare un’alleanza tra amministratori, architetti, urbanisti, scienziati e ambientalisti con l’obiettivo di produrre soluzioni condivise che sappiano fornire un valore economico alle funzioni che il suolo svolge.

Nel nostro Paese, nel recente passato, la possibilità di utilizzo degli oneri di urbanizzazione per pagare le spese correnti dei Comuni è stata una delle principali cause del consumo di suolo nell’ultimo decennio. Si consuma suolo per fare cassa; si distrugge il patrimonio per pagare gli stipendi.

Cambiare prospettiva nelle politiche di pianificazione urbanistica è divenuto imprescindibile per creare un parallelo tra “importanza del suolo” e “valore del suolo”. Vi sono metodologie scientifiche affermate ormai da decenni (come la Capacità d’uso dei suoli, la Land Capability) che misurano il potenziale produttivo della risorsa e che possono essere utilizzate per costruire una leva economica nella protezione delle terre “migliori”. Una metodologia già in uso in molte regioni italiane che hanno già fornito alla politica questo strumento.

In questo modo si possono differenziare, a livello cartografico, le aree da preservare assolutamente poiché più produttive da quelle meno produttive sulle quali può essere ammissibile la realizzazione di nuove infrastrutture, pagando comunque il danno arrecato. Il denaro ricavato dovrebbe essere obbligatoriamente reinvestito per recuperare aree degradate e ripristinare suoli prima impermeabilizzati o danneggiati. L’obiettivo è un bilancio in pareggio tra suoli consumanti e recuperati alla produzione o alla naturalità entro il 2050.

A livello europeo una svolta potrebbe arrivare da una Direttiva per la protezione del suolo (doveva essere emanata nel 2006/2007 ma non ha mai visto la luce). Una prescrizione legislativa di questo genere imporrebbe agli Stati la stessa attenzione che si è avuta per l’aria, l’acqua, la gestione dei rifiuti e l’utilizzo della chimica in agricoltura, tutti elementi che qui da noi, in Italia, non avrebbero visto i miglioramenti che vi sono stati in assenza della spinta dell’Europa.

A livello nazionale serve finalmente una Legge sulla protezione dei suoli e contro il consumo di suolo, che punti al riutilizzo delle aree dismesse, al pagamento del danno che si produce eliminando i suoli (compensazione ecologica, fondo di compensazione ecologica), all’utilizzo di strumenti di pianificazione di area vasta: poli industriali, logistici, tecnologici non possono essere costruiti in ogni comune ma si deve utilizzare un’ottica complessiva, che ottimizzi le risorse e riduca il consumo di suolo.

Si dovrebbe inoltre utilizzare la leva dell’incentivo economico, che può e deve derivare dai Programmi di Sviluppo Rurale – P.S.R. (oltre 10 miliardi di euro in sette anni per l’Italia). Nella nuova programmazione 2021-2028 sarebbe necessario inserire, nei piani regionali, misure specifiche per conservare e incrementare il carbonio e ridurre l’erosione dei suoli in tutte le attività agricole: inerbimento degli interfilari; diffusione della minima lavorazione del suolo; incremento della agroselvicoltura o agroforestry che aumenta 4 volte il sequestro del C con il 10% di copertura forestale. Maggiore quantità di carbonio e minore erosione significano maggiore biodiversità e migliore efficienza dei suoli.

Quello che non è più accettabile è proseguire a distruggere la risorsa che ci fornisce la possibilità di vivere perché tutto comincia dal suolo. “La rana non s’ingozza mai di tutta l’acqua dello stagno in cui vive” recita un noto proverbio; per questo distruggere il suolo, in ultima istanza, significa autodistruggerci.

Estratto_Rapporto_consumo_di_suolo_2020-1.pdf (snpambiente.it)

https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2006:0231:FIN:it:PDF

https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2010:0672:FIN:it:PDF

https://www.nrcs.usda.gov/wps/portal/nrcs/detail/national/about/history/?cid=nrcs143_021436

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