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Intersezionale

Noi, loro, gli altri: il fardello dell’uomo bianco e l’illusione della modernità

A oltre cent’anni dalla sua pubblicazione, il fardello dell’uomo bianco di kiplinghiana memoria si fa sempre più opprimente, per certi versi ingombrante, a fronte dei numerosi episodi di xenofobia che erodono una società troppo spesso silente. Negare l’umanità dell’altro, nonché legittimarne gli abusi e le sofferenze, è non solo possibile, ma anche socialmente accettabile perché la paura è un seme che germina nelle parole e, forse prima ancora, nell’indifferenza. È quanto accade quando giustifichiamo, normalizziamo e consolidiamo anche altre forme di violenza più o meno latenti quali sono la cultura dello stupro, l’omobitransfobia, il bullismo e il sessismo

Umani, ma non troppo

La storia dell’umanità è costellata di guerre e persecuzioni nei confronti dei gruppi umani percepiti come diversi. I colonialisti dedicano più di un secolo all’occupazione e allo sfruttamento delle terre vergini nel tentativo di spogliare i nativi, ora con aperta ostilità, ora con subdola benevolenza, della loro stessa condizione umana. L’esclusione sociale, accompagnata da atti di prevaricazione più o meno espliciti, si manifestava, oggi come allora, anche nel linguaggio. Individui simili a fiere feroci (deumanizzazione animalistica), spaventosi demoni (demonizzazione) o addirittura veicoli di temibili pestilenze (biologizzazione) rappresentano un’entità lontana, astratta, gravitante attorno all’universo occidentale per sventura o puro caso. Dai barbari agli amerindi, dalle streghe agli ebrei, se un’identità si rivela pericolosamente diversa dalla nostra diventa lecito colpevolizzarla, ostracizzarla e, in alcuni casi, eliminarla.  

Rossi, gialli, neri, bianchi

L’immaginario collettivo è popolato da attori sociali dai tratti più bizzarri: pellerossa, musi gialli, visi pallidi e neri.

L’origine di questa curiosa classificazione non affonda le sue radici nello studio, scientifico e capillare, degli esseri umani, bensì nel pensiero, personale e arbitrario, di un medico, botanico e accademico del XVIII secolo: Carlo Linneo.

Allo studioso è attribuito il merito di aver classificato, nella sua opera Imperium Naturae (1735), tutti gli organismi viventi secondo la nomenclatura binomiale che ancora oggi adottiamo. Benché il suo contributo sia stato fondamentale nel mondo delle scienze naturali, è più che verosimile che la ripartizione dell’umanità in razze abbia influenzato – talvolta persino giustificato – secoli di soprusi, verbali e non solo, ai danni dei popoli macchiati di un’unica colpa: non essere bianchi.

Linneo descrive la specie umana in termini psicofisici secondo il criterio del colore della pelle: i nativi americani sono testardi e indisciplinati, gli asiatici malinconici e riflessivi, gli africani pigri e irrazionali. Di contro, gli europei sono intelligenti, colti e obbedienti alle leggi. Da qui molteplici espressioni linguistiche sono entrate a far parte nel nostro vocabolario e risultano ancora oggi difficili da sradicare.

La ragione risiede, come spesso accade, negli occhi di chi osserva. A differenza degli abitanti del vecchio mondo, i popoli amerindi erano soliti dipingersi il volto con un pigmento rosso prima di ogni battaglia. Nel medesimo istante, in un altro continente, gli africani presentavano una pelle singolarmente scura rispetto agli europei grazie a una concentrazione più alta di melanina. Meritano invece un’ulteriore riflessione gli individui di origine asiatica.

Nel saggio Come i cinesi divennero gialli (1997), Walter Demel riferisce i resoconti di mercenari e missionari che approdarono nel continente asiatico durante il 1700. Tra i tratti somatici più peculiari spiccano la forma degli occhi o i capelli scuri, tuttavia, non viene mai menzionato il colore della pelle. Dagli europei sono considerati abili negli affari, seppur intimamente inferiori, per cultura e società, a un solo popolo: noi. Pertanto, è lecito chiedersi se il colore giallo non fosse che un compromesso, in quanto tonalità di colore intermedia, tra il bianco della purezza e il nero dell’oscurità. La supremazia dell’uomo bianco era, ancora una volta, salva.

La dicotomia tra natura e cultura 

Il fardello dell’uomo bianco si insinua presto in acclamate opere letterarie come Cuore di Tenebra (1889) di Joseph Conrad o Il Libro della Giungla (1894) del sopracitato Kipling, rendendo labili i confini tra finzione, scienza e superstizione. Un’umanità a suo dire civilizzata brandisce le armi contro un’altra definita selvaggia in nome di una presunta superiorità morale, economica e soprattutto intellettiva. È proprio in questo periodo che i diversi modelli comportamentali vengono battezzati per la prima volta culture straniere. Eppure, la cultura – intesa come sistema di valori, norme sociali e significati condivisi da un gruppo – è quanto più distante da parametri fissi e immutabili nel tempo.

Dovremmo aspettare il Novecento con la scuola dell’antropologo statunitense Francis Boas e poco più tardi Bronisław Malinowski per abbandonare l’evoluzionismo culturale del secolo precedente. Dalla consapevolezza che le credenze individuali non siano universali, bensì filtrate attraverso una soggettività e permeate dal contesto in cui sono immerse, nasce il relativismo culturale. Antropologi come Alexandrovich Goldenweiser, Ruth Benedict e Margaret Mead confutano definitivamente l’inferiorità dei popoli extraeuropei mettendo in luce usi e costumi consolidati nei secoli. 

Una nuova idea di modernità

Negli anni Settanta, con l’incalzare delle rivendicazioni civili da parte dei gruppi umani socialmente stigmatizzati (primi fra tutti afroamericani, donne, operai e omosessuali), emergono le prime lacune della modernità: agli occhi dell’Occidente, i membri delle altre comunità continuavano a essere vittime di una dissonanza temporale, come se le loro terre fossero teatro di pratiche semplici e arretrate rispetto a un percorso univoco dell’umanità.

A questo proposito, l’antropologo Johannes Fabian conierà il termine allocronismo o diniego della coevità per definire questa tendenza tristemente diffusa nell’etnografia moderna. Solo a partire dalla seconda metà del Novecento il ricercatore sveste i panni di giudice spietato e si pone come narratore imparziale con il fardello, o l’onore, di raccontare, senza assolvere né giudicare, le molteplici culture del mondo. Storia, linguistica e scienze cognitive si intersecano, pur senza annullarsi, in una rete di conoscenze inscindibili e imprescindibili.

Ne è l’esempio I frutti puri impazziscono (1993) di James Clifford, già autore di Scrivere le culture (1986) insieme al collega George E. Marcus. Inoltre, è opinione comune tra gli antropologi più lungimiranti del nostro tempo – uno di questi è Arjun Appadurai – che il termine flussi culturali sia più accurato di culture straniere per indicare gli infiniti punti di contatto tra luoghi, persone e società nel mondo. L’identità, sia essa individuale o globale, non è mai stata così mutevole. 

Oggi, grazie alle moderne tecnologie, è possibile indagare meticolosamente il passato degli esseri umani e così smascherare, con altrettanta precisione, i loro pregiudizi inconsci. La ricerca scientifica ha individuato infatti tra europei e africani, così come tra amerindi e asiatici, gran parte del medesimo corredo genetico. Una scoperta che conferma l’inesistenza delle razze umane e che forse un po’ spaventa di fronte alla possibilità di trovarsi di fronte a un uomo sconosciuto, con gli occhi fissi davanti a sé, e scoprirsi con orrore di fronte al proprio riflesso.

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