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Maradona

Napoli e Maradona

N ei mesi scorsi la morte di Diego Armando Maradona ha praticamente monopolizzato i media main stream e il mondo dei social, per noi napoletani sembra una questione scontata, mi rendo conto che vista da lontano questa può sembrare la solita incomprensibile manifestazione folkloristica (non nell’accezione negativa del termine) della millenaria cultura partenopea, che continuamente sfugge alle banali categorizzazioni a cui spesso si prova a ridurla.

La morte di Diego, oltre al dolore che ha provocato nella maggior parte degli amanti e delle amanti del calcio, ha rimesso al centro il rapporto conflittuale tra Napoli (il sud in generale) e l’Italia. Per dirla meglio, il rapporto tra l’idea di italianità costruita in questi ormai quasi 2 secoli e l’impossibilità di eliminare qualsiasi forma identitaria della specificità meridionale.

Credo sia indubbio che ci troviamo di fronte ad una questione che esula il calcio, specialmente nel nostro paese.

Nello scrivere questo breve testo dovrò ricorrere all’utilizzo del termine meridionale o sud, come se questi definissero un’identità specifica, in realtà la domanda da porsi ogni qual volta utilizziamo questi termini è: sud rispetto a cosa? meridionali di chi?


Chi sono questi uomini e queste donne che vivono in quella parte della penisola, che come le Americhe sembra essere stata scoperta solo dopo il 1861 e di cui pochi hanno reale conoscenza della sua storia?

Il fatto che per parlare di Napoli ci sia bisogno di una serie di specifiche premesse, fa comprendere la difficoltà con cui ci si approccia all’argomento e quanto da lontano venga il sentimento che i napoletani e i meridionali provano in questo momento ed hanno provato durante gli anni in cui Diego è stato a Napoli.

Sono nato in questa città, il 22 maggio 1984, Maradona arrivò il 5 luglio dello stesso anno, praticamente 6 settimane dopo. Sono cresciuto nel suo mito, ogni volta che dicevo la mia data di nascita c’era sempre qualcuno che rispondeva: “l’anno che è arrivato Maradona”. A Napoli mutarono sia la Smorfia che il calendario: 1986, 1990, 1984 erano date che si legavano a eventi che avevano prodotto nella memoria collettiva una scossa, che si riproponeva in termini più blandi ogni qualvolta si rinominavano.
Ma com’era la Napoli nella quale decise di arrivare Diego Maradona, già considerato da tutti il giocatore più forte del pianeta, che con la sua classe avrebbe potuto scegliere qualsiasi altro grande club di Italia, paese in quel momento della storia del calcio all’apice dei desideri di qualsiasi calciatore professionista dell’epoca.


Napoli era da poco uscita da un decennio che definire terribile è poco:


Agosto 1973: scoppia il Colera. Una partita di frutti di mare provenienti dal Nord Africa fece scoppiare nel nostro paese il colera, già debellato in quasi tutto il mondo occidentale. Nonostante l’epidemia tocco anche altre città, Napoli con i suoi 15 morti, passo alla storia come la città del colera.
Novembre 1980: terremoto in Irpinia. Anche Napoli, molto più lievemente, fu colpita dal terremoto del 1980. Anche questo evento, come il colera, fu un grande shock collettivo, soprattutto a causa delle drammatiche condizioni abitative in cui si trovavano migliaia di persone in città.

Napoli era una delle città con la più alta densità abitativa d’Europa, in cui l’edilizia popolare era praticamente zero e i servizi urbani (fogne, elettricità) erano ancora quelli dell’epoca borbonica.
Uno dei più grandi agglomerati urbani era rappresentato dai “barraccati” del porto, centinaia di persone ammassate nel porto, in centro città, in altrettante baracche costruite con materiale di fortuna.
Questo era solo uno dei tanti insediamenti urbani della città, nel quale è facile immaginare il livello delle condizioni igienico sanitarie.



1980/1983: la guerra di Camorra tra i cutoliani della NCO e la Nuova Famiglia, che causò la morte di circa mille tra affiliati, parenti, simpatizzanti dei clan, vittime innocenti, appartenenti alla politica e alle forze dell’ordine.


Una vera e propria guerra civile per il controllo del territorio e dello spaccio di cocaina e eroina, che lacerò la città in quegli anni. Praticamente tutta Napoli fu il teatro di agguati e conflitti a fuoco, che facevano vivere i napoletani in un clima di paura e apprensione costante.

Ancora oggi molti sportivi, nonostante il Napoli sia una squadra di livello internazionale, rifiutano di trasferirsi nel capoluogo partenopeo per motivi di “sicurezza personale”, però in quel lontano 1984 Diego Armando Maradona scelse invece Napoli, quella Napoli con il suo carico di contraddizioni e problemi, la Napoli dei cortei dei disoccupati organizzati e del totonero, dove migliaia di ragazzini crescevano per strada senza conoscere la scuola, senza saper scrivere e leggere, figli più dei vicoli che dei genitori che mai avevano conosciuto.



La storia di Maradona a Napoli sembra un favola in tanti suoi aspetti, la città sembrava fatta apposta per lui, piccolo e mulatto, cresciuto nel Barrio di Lanus, lontano dai quartieri ricchi della città di Baires. Villa Fiorito non era molto diversa da Forcella o dalle baracche del porto, la leggenda vuole che Diego abbia dichiarato al suo arrivo “voglio essere l’idolo dei ragazzini poveri di Napoli” e in pochi mesi lo diventò, il 1986 lo consacrò all’eternità calcistica, ma Napoli già lo amava alla follia.

Questa però non è solo una storia di sport, Maradona non è Micheal Jordan o Andrea Agassi, la storia dell’umanità è piena di eventi sportivi che hanno lasciato un segno indelebile, Maratona o la nascita delle olimpiadi ci raccontano d’imprese sportive che hanno avuto un valore squisitamente politico, non a caso Napoli essendo la più ellenica delle città del sud Italia, conserva ancora i culti e la drammaticità della sua millenaria storia greca, che in parte possono aiutarci a comprendere il rapporto tra la città e il calciatore.


Il campionato di calcio italiano è sempre stato lo specchio della distribuzione del potere nella penisola, fino al 1986, in tutta la sua storia, nessuna squadra del sud aveva mai vinto un campionato nazionale.


Nei due decenni precedenti però una massa enorme di forza lavoro, si era spostata dal mezzogiorno verso le regioni del nord, accrescendo quel sentimento di insofferenza nei confronti dei meridionali che ancora è vivo e vegeto nel cuore di molti settentrionali.

In quegli anni tutti noi avevamo uno o più parenti emigrati al nord o all’estero, la nostalgia per i cugini che tornavano solo per le vacanze estive o i padri che potevi sentire solo una volta alla settimana perché le telefonate interurbane costavano caro, era spesso presenti nelle chiacchiere tra amici.

Il sangue e il sudore di quegli uomini e quelle donne, servì a far decollare il miracolo economico, ma contribui anche ad aumentare il senso di frustrazione di noi meridionali, vivevamo un senso di minorità dovuto all’umiliazione di essere spesso costretti a centinaia di km da casa per trovare la nostra realizzazione.
Quelli erano anni nei quali la consapevolezza sul processo di unificazione del paese e sulla iniqua distribuzione delle risorse tra sud e nord, non erano cosi diffuse come oggi, c’era un scarsa emancipazione dei meridionali rispetto alla propria cultura e alla loro storia.

La cultura italiana tendeva a utilizzare alcuni brand tipici della cultura meridionale: la pizza, gli spaghetti, la musica napoletana, il caffè, come elementi di riconoscibilità dell’italianietà nel mondo, separandoli però dal contesto nel quale si producevano. L’italianietà faceva di più, nel suo processo di costruzione identitaria, non potendo definire cosa fosse, definiva cosa non era e nel 99% dei casi non era meridionale.


L’italianietà non era la mafia, il clientelismo, i dialetti incomprensibili, la poca voglia di lavorare, l’attaccamento ossessivo alla famiglia, la gestualità, il tono della voce alta, l’arte di arrangiarsi, l’indolenza alla regole, il protestare davanti ad ogni cosa, il recriminare l’assenza dello stato, ecc. ecc. insomma l’italianietà era tutto ciò che non era meridionale e qual è il luogo della terra dove tutto questo assume una forma compiuta? Ovviamente Napoli.

Da bambini capitava spesso che i nostri genitori o a scuola, ci ammonissero ogni qual volta parlavamo in napoletano con frasi del tipo “parla bene, parla italiano”, frase che ho sempre concepito carica di una violenza inaudita, un cazzotto in faccia alla mia identità e alla mia storia, che non arrivava dall’esterno ma dall’intimità della famiglia.


Molti sociologi hanno sostenuto che gli stadi fossero lo specchio della società, in Italia (in particolare in quella degli anni 80/90) gli stadi hanno dato una fotografia plastica della nostra società, profondamente razzista e classista.


Ogni partita del Napoli era lo sfogo di tutte queste tensioni, visto che spesso il Napoli era la sola squadra del sud a giocare in Serie A, ogni trasferta diventava un vero e proprio scontro razziale, non a caso le storiche tifoserie rivali del Napoli sono quelle dove la componente neo-fascista è sempre stata più forte: Verona, Lazio, Inter, Ascoli, Juventus ovviamente, ma le altre tifoserie non erano da meno in termini di accoglienza.

Di riflesso per i tanti meridionali emigrati al nord e i loro parenti che si muovevano al seguito della squadra, ogni partita diventava un’occasione di rivalsa identitaria, per un giorno sparivano le battutine dei capi reparto, i cartelli “non si fitta ai napoletani” e i soprannomi che ti davano gli amici al lavoro “marocchino, napoli, terrun, africa”.
Era come se giocasse la nazionale dei vinti e degli emarginati, però come capitano c’era il più forte di tutti.

Maradona fù per tutti noi una sorta di risarcimento da parte del destino, come nella più bella delle favole, uno scugnizzo venuto da lontano ma con la faccia da napoletano, tolse “i paccheri da faccia ad un intero popolo“.
Qualcuno sicuramente obietterà che la vittoria dello scudetto o una finta di Maradona non hanno alleviato le sofferenze dei napoletani, non hanno ridotto le disuguaglianze sociali, forse si, ma nella mentalità dei napoletani, come in quella di tutti i popoli colonizzati, c’è sempre stato il pensiero (terribile) di non potersi aspettare nulla da chi ti tieni in uno stato di subalternità. Quindi anche un gesto all’apparenza inutile e senza nessuna capacità di cambiare “matarialmente” il mondo, aiuta a vivere e da la forza di sopravvivere.



Per comprendere la mentalità del sottoproletariato urbano della più grande città del mediterraneo, si deve capire che per molti lo Stato o la Giustizia sono solo parole nelle mani di chi ha le risorse economiche, quello che ti conquisti lo fai solo con le tue forze e sapere che anche nelle sconfitte hai un motivo per essere felice, una ragione per non mollare e non pensare che tutto è inutile, è l’arma più forte di tutti i popoli oppressi.


Come dicevo Napoli usciva dagli anni ’70, mentre l’Italia cresceva e si avvicinava all’Europa e all’occidente e noi ci sentivamo più vicini a Buenos Aires o ai ghetti degli afroamericani nei Stati Uniti, piuttosto che a Milano e a Parigi.


I rioni più duri delle nostre periferie si chiamavano Bronx o Terzo Mondo, quando non prendevano il nome da qualche legge sull’edilizia popolare, ricordo che una volta venne a suonare a Napoli M1 il cantante dei Dead Praez, uno dei gruppi che hanno fatto la storia della musica rap negli USA, andammo a fare un giro a Scampia ci aspettavano alcuni amici (all’epoca vivevo a Chiaiano, quartiere confinante, che si trova nella stessa municipalità), era la metà degli anni 2000, la sua reazione alla vista di quei palazzoni e della loro umanità fu sbalordita. Veniva da un tour nel nord del paese, esclamò : “This part of World is not Europa”
Diego non ci aveva regalato solo la rivincita del sud contro il nord, aveva dato la possibilità ai napoletani di sedere dalla parte dei popoli oppressi del mondo.


Il suo tatuaggio di Maradona ha fatto per la diffusione delle idee del Che più di tutte le iniziative della extraparlamentare della storia della città, le immagini di Diego con Fidel o Chavez, le sue dichiarazioni contro Bush rappresentava una chiara connessione con i popoli protagonisti del nuovo corso post socialista, come il Venezuela, l’Argentina del 2000, la Bolivia o di quelli che avevamo sempre sentito come fratelli come Cuba o la Palestina.

Credit: Céréales Killer – Own work



Diego era il passaporto di dignità per ogni napoletano, ovunque si trovasse nel mondo, alla domanda sei italiano? Bastava rispondere “no, napoletano” per generare la simpatia e la benevolenza che spesso non veniva riservata a tanti nostri connazionali, convinti di essere ancora “brava gente”.

Sono sicuro che molti non si rivedranno in questa lettura, Napoli non è uguale per tutti, c’è un muro che divide la città che tiene lontani il Vomero e Posillipo, da Forcella e Secondigliano.
C’è un pezzo della città, la sua classe borghese, che ha sempre faticato a sentirsi napoletana, ha sempre mascherato il proprio accento, fatto studiare i figli all’estero, spesso ha sfruttato il brand Napoli per lanciare qualche prodotto sul mercato o qualche catena di ristoranti, ma in cuor suo anelava la possibilità di essere finalmente accettata come “italiana” senza doversi più vergognare per gli eccessi del popolino o per le canzoni neomelodiche.

Negli anni ’90 gli abitanti del Vomero raccoglievano le firme per chiudere la metropolitana che arrivava dalla periferia nord della città, non volevano che noi ragazzini dell’area nord scorrazzassimo nei loro quartieri, anche questa è la Napoli nella quale sono cresciuto.
Nonostante quello che potrà dire qualcuno, chi storce il naso per l’irrazionalità della reazione della città, per i suoi eccessi, per i quasi 10 di lutto e il cambio del nome dello stadio praticamente imposto dal basso, la realtà è che Diego ha rappresentato per me e per tutti noi una riscossa davanti alle tante ingiustizie che spesso abbiamo dato per scontate.

Non si tratta né dell’uomo o del calciatore (che non avrà mai eguali), si tratta di comprendere il rapporto tra Napoli e il suo interprete più grande, di capire cosa sono le idee e come si producono e come a volte le idee collettive riescono a muovere il Mondo più dei fatti materiali.



C’è una particolarità che differenzia i Sapiens dal resto delle specie animali, non è il linguaggio nè il pensiero, neanche la capacità di provare sentimenti, è una caratteristica che solo gli esseri della nostra specie hanno e che spesso passa in secondo piano nella storia dell’evoluzione della nostra specie. Quello che ci differenzia è la capacità di produrre immagini, idee, che ancora non esistono o che magari sono solo costruzioni ideali e farlo collettivamente.

La politica, l’economia, la religione ma anche concetti più concreti, come le leggi, i confini, le nazioni, non esistono in natura, ma intere masse di esseri umani si convincono dell’importanza e della forza di queste idee, al punto tale da morire per esse.

Il pensare collettivamente rende concrete astrazioni che possono sembrare più reali dell’acqua, del vento o della terra. Possono a volte essere più distruttive dei terremoti o dei vulcani, cosi come possono produrre più calore del sole d’estate.

Diego, per noi, è stato simile ad un idea che ne incarna tante altre,per capirlo bisogna conoscere e capire Napoli.
Il giorno della morte di D10s Jorge D’Alessandro, ex calciatore argentino e commentatore sportivo, distrutto commentò le immagini della folla alla casa Rosada sostenendo che ” l’Argentina è una giovane nazione, non ha una storia millenaria come altri paesi europei, Diego è una delle poche cose che contraddistinguono l’Argentina, è come la bandiera albiceleste, è un simbolo dell’essere argentini nel mondo”

Napoli invece ha una storia millenaria, è stata fondata dai Greci, ha visto la civiltà prima di molti popoli occidentali e cosi come ne ha visto la decadenza, nel 1600 era la città più grande d’Europa e oggi è relegata a periferia del Mondo.


Questa città sa cosa vuol dire avere una storia, quali sono gli uomini e le donne che sono stati in grado di lasciare un solco indelebile, se tutto l’amore nei confronti di quel piccolo pelusa venuto da lontano è ancora cosi forte, un motivo deve esserci per forza.

Comments (1)

  • carlo

    Bellissimo articolo! Acuto, profondo, a tratti commovente!

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