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Intersezionale

King Hussein after checking an abandoned Israeli tank

I palestinesi e il periodo giordano

Scritto da Leila Belhadj Mohamed

Il periodo successivo al 1967 è caratterizzato da una disfatta per il popolo palestinese, una seconda tragedia che ha portato alla nascita di ulteriori profughi e di perdita di altri territori. Tuttavia, al Muqawwama (la resistenza) si è rafforzata sempre più ed è diventata legittima e sostenuta da tutto il popolo che si è dedicato sia alla Resistenza armata che a quella non violenta.

La Resistenza armata, inizialmente, era concentrata in Giordania lungo il confine con l’entità sionista dove i fedayn, i partigiani palestinesi, compivano delle rappresaglie armate e azioni di sabotaggio ai danni dei propri oppressori israeliani.

LA BATTAGLIA DI KARAMEH

Nel marzo 1968 il piccolo villaggio di Al Karameh, in Giordania, situato oltre la West Bank, territorio conquistato da Israele durante la Guerra dei sei giorni del 1967, era la sede del gruppo di combattenti palestinesi di Al Fatah, i cui aderenti, come tutti quelli del resto dell’OLP, erano chiamati feddayn. All’interno di Al Fatah, in quel periodo, si affermò la leadership carismatica di Yasser Arafat; quest’ultimo era convinto della necessità – per il popolo palestinese – di compiere azioni di guerriglia all’interno della Palestina occupata dall’entità sionista, volte a riconquistare la propria terra da cui erano stati espulsi dopo la guerra del 1948.

I feddayn, nel corso di queste azioni, erano soliti piazzare bombe e mine il cui bersaglio erano per lo più infrastrutture strategiche come centrali elettriche, caserme o pompe di irrigazione. L’entità sionista nell’ottica di reprimere qualsiasi tipo di resistenza palestinese intensificò gli attacchi: truppe e carri armati furono concentrati a Gerico allo scopo di compiere un’incursione contro Al Karameh. Nel corso dell’operazione militare che ne seguì, i feddayn riuscirono, pur con forti perdite riuscirono a ricacciare indietro le forze israeliane e a distruggere un cospicuo numero di mezzi corazzati. Questa battaglia, per quanto poco rilevante dal punto di vista militare data la scarsità delle forze impegnate, fu tuttavia l’origine della fortuna politica di Yasser Arafat.

“Quello che abbiamo fatto è far capire al mondo… che il palestinese non è più il profugo x o y, ma il membro di un popolo che ha in mano le redini del proprio destino e che si trova nella posizione di determinare il proprio futuro “.

Yasser Arafat

ARAFAT ACQUISISCE PRESTIGIO INTERNAZIONALE

Yasser Arafat, leader di Al Fatah e dell’OLP

La Battaglia di Karameh fu fondamentale per l’acquisizione del potere da parte di Arafat, ma soprattutto per far sì che questo personaggio fosse conosciuto da tutto il mondo. Persino la Famosa rivista Time si occupò ampiamente della questione al punto di mettere in copertina (nel numero del 13 dicembre 1968) il leader di Al Fatah. Dopo la disfatta della guerra dei Sei Giorni, la vittoria a Karameh fu una svolta: la reputazione di Arafat e Fatah furono sollevati da questa importante vittoria simbolica, ed egli fu considerato un eroe nazionale che osò affrontare Israele. Con il plauso di tutto il mondo arabo, le donazioni finanziarie aumentarono in modo significativo migliorando armi e attrezzature, inoltre molti giovani arabi folgorati dalla figura di Arafat si unirono al gruppo rivoluzionario. Quando il Consiglio Nazionale Palestinese (PNC) si riunì al Cairo, il 3 febbraio 1969, Yahya Hammuda si dimise dalla presidenza dell’OLP e Arafat fu eletto presidente il giorno successivo. Due anni dopo diventò comandante in capo e nel 1973 capo del dipartimento politico.

LO STATO NELLO STATO

Non abbiamo altra scelta se non quella di colpire le organizzazioni terroristiche ovunque siamo in grado di farlo, è un dovere che abbiamo verso noi stessi e verso la pace e assolveremo a questo dovere in modo inflessibile”.

Golda Meir

Alla fine degli anni ‘60, le tensioni tra i palestinesi e il regime giordano aumentarono notevolmente poiché, diversi gruppi armati palestinesi avevano creato una sorta di “Stato nello Stato” in Giordania e West Bank (sotto occupazione giordana), controllando diverse posizioni strategiche del Paese. Dopo la loro proclamata vittoria nella battaglia di Karameh, le milizie di Fatah e di altri partiti palestinesi iniziarono a prendere il controllo prima dei campi profughi palestinesi (liberandoli dalle autorità giordane), per poi espandersi in ulteriori zone nevralgiche inserendosi nella vita civile del paese, sostituendo le forze di polizia giordane – creando posti di blocco -e riscuotendo balzelli come forma di autofinanziamento. Questo scontro interno fu conseguenza di un enorme divario, ideologico e politico, tra le organizzazioni palestinesi di stampo socialista e repubblicano e le autorità giordane monarchiche e reazionarie, scontro politico all’epoca presente in tutto il mondo arabo. Un ulteriore motivo di scontro tra le parti fu l’evidente divario demografico a favore dei palestinesi e il crescente sentimento di una West Bank occupata militarmente.

Re Hussein considerò questa una minaccia crescente per la sovranità e la sicurezza del suo regno, e cercò di disarmare le milizie. Tuttavia, al fine di evitare uno scontro militare con le forze dell’opposizione, Hussein licenziò diversi funzionari del suo gabinetto anti OLP, compresi alcuni dei suoi familiari, e invitò Arafat a diventare vice primo ministro della Giordania. Arafat rifiutò, citando la sua convinzione della necessità di uno Stato palestinese con una leadership palestinese.

IL SETTEMBRE NERO

Nonostante i tentativi di repressione di Hussein, le azioni militanti in Giordania proseguirono. Nel mese di settembre del 1970 iniziò lo scontro frontale tra i fedayn e l’esercito del Re. Dopo aver attaccato il corteo di Re Hussein, il 1° settembre, il Fronte Popolare della Liberazione della Palestina – parte dell’OLP – dirottò tre aerei, uno dei quali fu precedentemente svuotato dai passeggeri e fatto esplodere al fine di attirare l’attenzione del mondo sulla questione palestinese.

Il 16 settembre Re Ḥussein, spaventato anche dalla possibilità di perdere la sua monarchia , dichiarò la legge marziale e il giorno seguente i militari attaccarono i quartieri generali delle organizzazioni palestinesi ad Amman; l’esercito attaccò anche i campi di Irbīd, al-Ṣalt, Sweyleh e Zarqāʾ, senza fare distinzioni tra civili e guerriglieri. Il 18 settembre la Siria, attraverso l’Esercito di Liberazione della Palestina, molto vicino al suo presidente il cui quartier generale era situato nella capitale Damasco, cercò di intervenire in favore della guerriglia palestinese.

Temendo la sconfitta, il Re Giordano chiese l’aiuto statunitense per prevenire l’attacco che, con l’appoggio siriano, avrebbe potuto porre fine al suo regime.

Allo scopo di proteggere il vitale e strategico alleato giordano, il governo statunitense decise di non intervenire direttamente, ma chiese l’intervento israeliano; che tramite la sola minaccia riuscì a intervenire con successo in un conflitto interno arabo.

Re Hussein di Giordania e la moglie, la regina Noor

LA FUGA IN LIBANO

L’alleanza di Re Hussein con gli statunitensi e i sionisti fortificò il regime giordano che in poco tempo ebbe la meglio sulla resistenza palestinese. Presto i fayyin dell’OLP iniziarono a ritirarsi gradualmente e trovarono nei campi profughi in Libano una base al momento sicura, per riorganizzarsi. Iniziò dunque, il momento che verrà chiamato “il periodo libanese”.

Siamo un gruppo di giovani studenti e lavoratori palestinesi, figli di seconda generazione e giovani recentemente arrivati in Italia, sparsi su tutto il territorio italiano. Il nostro obbiettivo è quello di portare ľ'attenzione del pubblico italiano su tutto ciò che riguarda la questione palestinese, attraverso gli occhi di noi giovani. Vogliamo proporre punti di riflessione nuovi con ľintento di restaurare ľ'identità palestinese, coltivando la memoria e andando oltre le divisioni politiche. La nostra associazione è indipendente, pluralista, apartitica, laica e non persegue alcun scopo di lucro

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