TOP
mongolfiera e tormenta

Lampi d’inverno. La crisi climatica incalza e ci manda segnali

È un sabato sera d’inizio inverno, il 5 dicembre. L’autunno è trascorso fra violentissimi nubifragi, come quelli che hanno colpito il ponente ligure, Piemonte e Francia (il 2-3 Ottobre), Bitti in Sardegna (28 Novembre) e Crotone in Calabria (21 Novembre), e lunghi periodi di tempo stabile e alte temperature. Tanto che fino a qualche giorno fa tutti i principali fiumi del nord-Italia erano in secca. In alcuni casi c’era già preoccupazione per l’esiguo livello dei bacini di raccolta per l’approvvigionamento idrico nel caso, come spesso è accaduto negli ultimi anni, l’inverno fosse trascorso con poche piogge o nevicate. 

Ma una volta rimossa la protezione dell’anticiclone, l’ingresso di perturbazioni atlantiche (del tutto normale per questa stagione) presto ribalta la prospettiva e nel giro di tre giorni le Alpi sono sommerse dalla neve (in alcuni punti sulle Alpi orientali fino a 3 metri in 3 giorni), nel fondovalle piove incessantemente e i maggiori fiumi, dall’Appennino alle Alpi orientali, schizzano da vuoti fino in piena eccezionale.

Sollecitati da livelli straordinariamente alti, alcuni argini tengono, altri no, come in una pericolosissima roulette russa. Il Panaro per esempio (in Emilia-Romagna) si apre una breccia poco fuori Modena (10 km nord) e l’acqua, inarrestabile, invade le campagne e i centri abitati come la storica Nonantola, che conta 16.000 abitanti. Altri allagamenti e danni si registrano nelle valli del Veneto e in Friuli già duramente colpite dalla tempesta Vaia due anni fa.

Anche dal punto percettivo intuiamo che c’è qualcosa di inconsueto in tutto questo.

In molti al nord Italia avranno notato veri e propri temporali quel 5 dicembre, quasi come fosse una serata di tarda estate. Alcuni video mostrano Arabba (1600metri di quota nel cuore delle Dolomiti) sprofondata sotto una pesante coltre bianca, con i lampi che ripetutamente illuminano la notte invernale e i tuoni che rimbombano fra le montagne cariche di neve. Si rimane interdetti.

Per proteggersi dall’assedio dell’alta marea innescata dalla stessa perturbazione, Venezia, la regina dei mari, si è rinchiusa dentro la laguna. Le paratie del Mose sono rimaste sollevate per tutto il fine settimana impedendo però l’ingresso alle navi e il naturale ricircolo dell’acqua in laguna.

La marea si è mantenuta molto sostenuta anche nei giorni successivi e le paratie sono state abbassate solo in alcuni momenti ritenuti favorevoli. Ma il Mose non è stato studiato per essere azionato tempestivamente e di continuo, così piccoli imprevisti o minimi errori nella previsione del livello del mare possono portare di nuovo all’allagamento della città; come è successo con grande disappunto l’8 dicembre.

Molti abitanti si sono trovati spiazzati perché convinti (erroneamente) che la soluzione tecnologica (il Mose) avrebbe risolto per sempre il problema dell’acqua alta. Il livello del mare fuori dalle dighe invece continua a salire, anche se impercettibilmente, ma gli effetti di questo aumento diventano tangibili proprio negli eventi di alta marea dovuti a situazioni meteorologiche che creano un accumulo di acqua a ridosso delle coste. In quel caso pochi centimetri fanno la differenza, così come “pochi” gradi di aumento della temperatura globale possono essere determinanti per l’assetto del clima.

Fra qualche giorno il tempo migliorerà, e presto spariranno dalle notizie frane inondazioni valanghe e acqua alta che hanno colpito i nostri paesi e le comunità, ma resteranno le cicatrici. Ma cosa abbiamo imparato da questa catastrofe?

Se sui giornali appariranno titoloni del tipo “evento eccezionale”, “chiediamo lo stato di calamità”, “sistemeremo tutto come prima”, allora non abbiamo imparato nulla. È vero che in ogni singolo evento entrano in gioco fattori diversi e anche casuali, ma il ripetersi di questi fenomeni con una frequenza e intensità sempre maggiore è un chiaro (peraltro ampiamente previsto) indice di un cambiamento in atto. 

Siamo già nel pieno di una #crisiclimatica che è causata dal #riscaldamentoglobale dovuto alla emissione di gas serra e questa successione di eventi che accadono in maniera ravvicinata nel tempo ne è la prova. Nella sola Emilia-Romagna si sono registrate dieci grosse alluvioni in soli sei anni, ognuna delle quali ha causato morti e centinaia di milioni di euro di danni. Più di tre catastrofi ogni due anni.

Questa volta quindi non chiamiamolo evento eccezionale ma un ordinario evento catastrofico.

Ci troviamo di fronte ad una nuova tipologia di fenomeni, più intensi. Le precipitazioni autunnali e invernali, normalmente associate a perturbazioni in arrivo dall’Atlantico, di solito a carattere persistente ed esteso ma di debole moderata intensità, stanno diventando più intense e anche temporalesche, con caratteristiche simili a quelle estive anche in inverno. Questa intensificazione è sostanzialmente dovuta al maggiore contenuto di vapor d’acqua in atmosfera indotto dall’aumento di temperatura. Influenza che avviene attraverso differenti modifiche della instabilità e dinamica atmosferica.

Non dobbiamo quindi commettere l’errore di giudicare questi fenomeni nella loro singolarità, ma guardare il quadro complessivo. Ricordiamoci infatti che il tempo meteorologico è quello che osserviamo giorno per giorno e il clima è il tempo meteorologico che avremo dovuto osservare in accordo con le statistiche dei precedenti decenni. Ma se le due cose divergono e quello che osserviamo non fa più parte del catalogo degli eventi visti nel passato o non rispetta più la loro legge di frequenza, allora significa che il clima del passato non è più un buon indicatore di cosa succederà in futuro. Ovvero si va verso una differente normalità, in particolare con una maggiore frequenza di eventi catastrofici.

La logica dice quindi dove dovremmo investire massicciamente nei prossimi anni, nell’adattamento al #cambiamentoclimatico, nella manutenzione dei corsi d’acqua, nella loro rinaturalizzazione, nello spostamento degli insediamenti più a rischio, nella riduzione delle emissioni, in una agricoltura rigenerativa e protettiva del suolo e degli ecosistemi, nel ripopolamento della montagna e nello stop immediato al consumo di suolo vergine.  La politica e tutta la società tentennano perché forse in fondo ancora non ci credono, o non capiscono ancora la portata di tale cambiamento impone alla nostra società, ma ogni ulteriore rinvio contribuirà a rendere la situazione ingestibile nel breve futuro. 

Un consiglio, se non sapete come spendere il #RecoveryFund, beh qua c’è da fare per decine di anni.

Meteorologo presso ARPAE e ricercatore su genesi e frequenza di precipitazione estrema presso l’Università LMU di Monaco di Baviera. È autore con Sergio Rossi di Fa un po’ caldo. Breve storia del riscaldamento globale e dei suoi protagonisti, per Fabbri Editore.

Post a Comment