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Intersezionale

Alzheimer e demenza: un viaggio tra chi ha dimenticato, ma non è stato dimenticato

La dignità del ricordo è il diritto che ho voluto rivendicare in questo reportage. Ciò che divora avidamente la memoria della nostra esistenza, come l’Alzheimer o la demenza, non potrà mai cancellare le particelle di vita che restano indelebili in chi ci è stato vicino. 

“Le stime più recenti a livello internazionale indicano che nel mondo vi sono circa 35,6 milioni di persone affette da demenza, con 7,7 milioni di nuovi casi ogni anno e un nuovo caso di demenza diagnosticato ogni 4 secondi. Il numero di persone con demenza, e principalmente Malattia di Alzheimer, dovrebbe triplicare nei prossimi 40anni. In Italia circa 1 milione di persone sono affette da demenza e circa 3 milioni sono direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza dei loro cari”. 

Numeri che rivelano storie, e storie che rivelano legami che ho voluto raccontare in questo reportage, con quattro vite in cui nulla è liberamente ispirato, ma tutto è verità tramandata, da chi è rimasto. 

Le stanze di Nanda 

Le gambe ben accavallate, la compostezza nei modi, le mani sempre curate, quel filo di rossetto.                              

La malattia non si era presa il tocco di femminilità immancabile della sua persona. 

Fernanda Casula, per tutti Nanda, nativa di Neoneli, era una donna che aveva attraversato la vita con devota religiosità, ma anche con profondo dolore. Sua madre era morta ad appena trentatré anni, e lei dovette rimboccarsi le maniche sin da piccola, insieme alle sorelle e ai fratelli.

Da ragazza, aveva vissuto nella sua adorata Roma, lavorando come governante per un noto regista, prima di conoscere l’amore della sua vita, Francesco, e tornare in Sardegna per trasferirsi ai piedi del Monte Limbara al servizio di un possidente della zona.

Lei, donna di casa, lui, pastore. Insieme per crescere i figli, nonostante la subdola interferenza di una psicosi puerperale che avrebbe segnato il corso della sua esistenza.

Mentre si trovava a Sassari per una visita alle Cliniche, diede uno schiaffo a un medico, che prescrisse per lei il ricovero in un ex manicomio sardo. I suoi amati capelli lunghi e mossi, tagliati cortissimi, giorni trascorsi in un luogo dove (si scoprì tempo dopo) avvenivano i bagni nell’acqua gelata, dove si adoperavano le cinghie per legare al letto i pazienti, tre mesi in cui aveva tentato di chiedere aiuto con quella frase detta a suo marito durante le visite: “Francesco mio, Francesco mio, portami via da qui”.

Il rispetto di allora per la figura del medico, una diagnosi non argomentabile per un uomo semplice e dedito al lavoro fisico, i dubbi: erano appena iniziati gli anni Settanta quando conobbe gli orrori di un luogo di cui si occupò l’Espresso e Sassari Sera. Ma tre mesi trascorsero, e Nanda ne uscì, tornando nella casa da cui, con l’avanzare degli anni, andarono via per trasferirsi nel centro abitato, a Tempio. 

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Qualcosa in lei era cambiato da quell’esperienza, riprese la sua vita di sempre, ma non tornò più la donna di una volta. Giulia Cassitta, la nipote che ci racconta con amore e commozione la storia della sua amata nonna, ci riporta al momento di non ritorno, quello che ti fa capire che qualcosa si è rotto.

Un giorno come tanti, sua cugina bussò alla porta, ma Nanda non riconobbe la nipote, non le aprì come ogni giorno, le disse “Non ti conosco”, richiudendo in fretta. Il primo segnale certo, spiazzante.

Le visite e poi, quando aveva solo 65 anni, la diagnosi: Alzheimer. Prima la cugina, poi il marito, il suo Francesco adorato… “Chi è quest’uomo che vuole dormire con me, non lo conosco”.

Lui resta paziente e forse tiene per sé anche i momenti di aggressività che hanno contraddistinto le fasi della sua malattia, fino a quando la figlia, Anna, ovvero la madre di Giulia, la porta a casa sua, a Olbia, dove trascorrerà gli ultimi cinque anni della sua malattia, diventata ingestibile a distanza. Nanda è amata, nonostante tutto.

Nanda è libera di entrare e uscire dalle stanze della sua mente che apre e chiude nell’accoglienza di un ascolto famigliare che non è mai contrasto: a volte si trova a Roma, perché come diceva sempre “Roma è Roma, non si discute”, chiama la figlia “Signora” e le chiede “ha bisogno di qualcosa?”, altre volte deve mettere fine al pianto della “bambina”, la sorellina molto più piccola di lei di cui si occupò con una responsabilità che tornava nella malattia.

Per tranquillizzarla, le comprano una bambola, così, quando nella sua mente sente piangere “la bambina”, può proteggerla e calmarla tra le sue braccia, come sospesa tra passato e presente. Le giornate sono scandite dal ritmo imposto del suo accudimento, lavarla, vestirla, farle fare una passeggiata, controllare che non cerchi di uscire quando all’improvviso pensa di poter tornare a casa, a Tempio. 

Due cose non cambieranno mai: la crema sul viso ogni giorno e le unghie sempre in ordine. Anna, la madre di Giulia, la nostra preziosa testimone, non lascerà che passi giorno senza che Nanda abbia i due gesti di cura e attenzione a cui non si opporrà mai, come se in tutto quell’oblio, volesse lasciare traccia del “portamento da vera signora” che l’aveva da sempre contraddistinta. Immancabile, il Rosario su Radio Maria, che la tranquillizzava, facendola pensare alla sua Roma, a piazza San Pietro, al suo tempo calmo in preghiera.

Il peggioramento delle condizioni si palesa un giorno in cui, durante il suo percorso di passeggiata dentro casa, non smette di camminare, come se non sentisse stanchezza, come se qualcosa si fosse inceppato e le impedisse di fermarsi. Il corpo sempre più curvo come un uncino, il dimagrimento e la fine, che Giulia avverte da una misurazione della pressione che la turba, e le ricorda la premorte della nonna paterna solo pochi mesi prima. 

Avvisa sua madre, Nanda sta perdendo le forze, ma non deve morire a casa della figlia, deve morire tra le sorelle, nel suo letto, a Tempio. Anna fa l’ultimo atto di amore, la carica in mattina, Nanda la guarda “Signora, io qui non torno più”, insieme raggiungono la destinazione del cuore.

Arriva nella sua casa giovedì, tutti gli adorati parenti riescono a darle l’ultimo saluto, prima del venerdì, giorno in cui Nanda spira nella consolazione dell’ultima benedizione per mano del prete chiamato dalla figlia, senza una ruga nella sua pelle, senza suo marito, morto qualche anno prima, che lei riconobbe senza esitazione in Ospedale.

Un attimo prima lo smarrimento più totale, un attimo dopo, davanti a Francesco suo, la lucidità dei tempi andati. “Momenti in cui tu non eri nessuno, momenti in cui lei era nessuno”, come li definisce Giulia, alternati da attimi brevi di coscienza piena. Nella casa di Olbia, Giulia non sentirà più quel parlare cantilenante continuo che non si arrestava mai, ma rivedrà per sempre, negli occhi degli anziani sofferenti, il ricordo di nonna Nanda, così dimentica eppure così vera. 

L’ora del thè 

Ogni giorno, alla stessa ora, per ogni pomeriggio dei sessant’anni di matrimonio trascorsi insieme, Rosina Bazzu, fino a quando è stata in salute, non ha mai saltato l’ora del thè, preparato con amore, prima per Mario, suo marito, poi per la famiglia cresciuta.

I limoni freschi raccolti dagli alberi della campagna sarda dove ha trascorso quasi tutta la sua vita, il thè nella confezione rossa classica, e i biscotti di una sola marca, di cui non ha mai dimenticato il sapore, nemmeno dopo aver dimenticato chi fosse.

Lo serviva nelle tazze senza piattino, quelle che tutti noi abbiamo visto almeno una volta nella vita, bianche, con i fiorellini celesti. Sempre loro, sempre le stesse, perché nonna Rosina badava alla sostanza delle cose, o meglio, alla loro essenza. 

La testimonianza arriva da sua nipote, Carlotta Maciocco, diciannove anni e un’eredità di puro amore che non potrà mai dimenticare. Nonna Rosina non aspettava che lei chiedesse, aveva il dono del saper elargire… Cura: “Quando andavo a dormire da lei, ascoltava il rumore dei passi nelle scale, e mi faceva trovare la colazione già calda e pronta sul tavolo della cucina”.

Non era una donna dai grandi desideri, dalle grandi passioni, amava però avere la sua famiglia riunita a pranzo la domenica, mostrare agli infermieri del reparto dialisi le foto della sua nipotina per far vedere a tutti quanto era bella.

La sua casa, nelle campagne galluresi, non era unica per gli arredi pregiati o per i tendaggi costosi, lo era per la convivialità, per la gioia di accogliere le persone che Rosina amava tanto avere attorno, per l’odore del pane abbrustolito nel camino, per gli indumenti che scaldava nella sedia davanti al fuoco prima di farli indossare alla sua nipotina… “In fretta in fretta, perché altrimenti si sfreddano”. 

Legata alle sue radici, lasciava sempre in sottofondo della musica sarda. Canzoni come Nanneddu meu, Ballende e Cantende, erano la colonna sonora della sua vita. Carlotta ricorda emozionata quando, da piccola, le insegnò i passi dello Scottish, un ballo tipicamente sardo che si esegue in coppia. I ricordi della sua infanzia sono intrisi del sapore e dei profumi della casa di Nonna Rosina e della sua calorosa presenza: i momenti in cui giocavano a carte, a rubamazzetto o a scopa; la sua tendenza a barare buffamente per vincere; i pomeriggi passati a lavorare gli scarti della pasta fresca; il gioco dell’anello davanti al camino alla ricerca di un gioiello che non c’era.  Nonostante i tanti ricoveri per una salute precaria, nonostante gli interventi, non perdeva il suo amore per la vita e per la sua famiglia. 

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“Nonna Rosina era la dolcezza”, racconta Carlotta, e dolce era anche il suo odore, un misto di caramello e borotalco per neonati. Non usciva mai, solo per le visite mediche o per le cerimonie, non andava nemmeno a fare la spesa. Per il guardaroba ci pensava il suo stilista personale, un ambulante marocchino che passava una volta alla settimana e da cui comperava i vestiti colorati, celesti, viola, che le piaceva tanto indossare. Indispensabile la lacca, e gli anelli di grossa fattura, mai uscire senza.

L’Alzheimer viene riconosciuto in vecchiaia, nell’ultimo anno di vita prima della morte, dopo un’infezione al sangue che la volle ricoverata per lungo tempo. Aveva iniziato con il vedere cose che non c’erano per davvero, formiche in particolare – ricorda Carlotta – poi la perdita della percezione spazio-tempo. Si trovava in ospedale, ma era convinta di essere a casa; scambiava una delle figlie per la governante, si perdeva nei suoi anni di bambina, finendo con la ricerca del padre o della madre.  

“Babbo è andato a lavorare” oppure “Mamma è andata a fare la spesa”. A volte diceva che si stava addormentando insieme alla madre. Come un ritorno tra le braccia di chi l’ha fatta sentire amata. La malattia le aveva donato la voglia di caramelle gommose alla frutta e di budino, che nascondeva regolarmente, insieme al cucchiaino, dietro i portaritratti del soggiorno. 

“Quando è morta mi è mancato tutto, l’amore che mi ha dato nonna Rosina credo che non sia paragonabile a niente, neanche a quello di una madre, amore puro. Si donava a tutti i nipoti indistintamente, per lei erano uguali”.

Di lei, Carlotta ha tenuto una delle sue tante sciarpe, e il suo pigiamone. Seppur lavato, non ha mai perso il suo odore, dice Carlotta commossa, mentre dagli occhi traspare ora un’altra preoccupazione, quella per nonno Mario, che alla morte della sua Rosina andava a piangere di nascosto in cantina per non farsi vedere, lui, che aveva detto che un pezzo della sua vita se n’era andato per sempre.

Lui, così diverso, più distaccato, che non voleva più vivere senza la moglie e che ora inizia a dare i primi sintomi di demenza: vede le figlie e dimentica di averle viste, dicendo di essere da tanto che non le vede; dimentica il nome da cui deve comprare i maialetti; dimentica anche di aver parlato al telefono con qualcuno. Non si sa ancora, se per i suoi 85 anni, si tratti di Alzheimer o di demenza, ma le avvisaglie fanno pensare che il tempo del ricordo, stia svanendo anche per Nonno Mario. 

Fiddole e fiddoli (figlie e figli)

Caterina, Carmela, Salvatore, Giovanni (r.i.p.), Antonio, Pierpaolo e Franco. “Fiddole e Fiddoli”, figlie e figli, di Lucia Pasella e di Domenico Papaleo. Questa è una storia che lascia il vuoto della mancanza solo a scriverla. Dei sette figli, è Caterina a testimoniare chi era sua madre, Lucia, prima, durante, e dopo la malattia. Sposa per amore a ventiquattro anni, il 29 agosto del 1946, con gli anni, darà alla luce la sua stessa luce: sette figli, dieci in realtà, se non fosse che tre morirono alla nascita.

Allattati tutti, compresi i tre fratelli di latte, specifica Caterina, che ne parla come una mamma chioccia, nell’accezione più dolce del termine. Una madre e un padre che ti entrano dentro come l’aria che respiri. Una casetta in campagna, il grande orto di papà Domenico, la modestia di non avere la corrente, di non avere la lavatrice, di fare il bucato nella vasca fuori casa, ma il lusso di alimentare ogni cosa con il materno amore: “Se avessi i soldi, costruirei un palazzo dove vivremo tutti insieme”. 

Una donna riempitiva, solare, che al suono di una fisarmonica mostrava la grazia della sua dote innata: il ballo, fiamma mai spenta, nonostante la sveglia presto, la farina da impastare, il ferro a carbone da alimentare.

Le giornate impegnate a non fare mai sentire solo nessuno dei figli e delle figlie: “Mia madre non ci chiamava quasi mai per nome, per lei eravamo fiddola me’, fiddolu me’, figlia mia, figlio mio”. Quando le chiedo cosa le ha lasciato, lei senza esitare: “la bontà, lu ben voleri”. Un bagaglio, un’eredità, che Caterina ci spiega come “una cosa che vi rimane dentro, non la potete né scacciare né dimenticare”. Mamma Lucia, che ogni mattina non fa mancare al suo viso la crema per “non far diventare la pelle ruvida”, poco importa se non è quella antirughe, ma universale per mani e corpo; Mamma Lucia, che raccoglie i suoi capelli ondulati in una crocchia fissata con le forcine e guai a vedere un capello fuori posto; Mamma Lucia, che adora la biancheria intima con il pizzo; Mamma Lucia, che guai a mancarle la saponetta Palmolive, che ama solo i colori chiari e le fantasie floreali, che non vestirà il nero mai, nemmeno alla morte della madre, in cui indosserà un blu scuro perché ripete “il lutto lo porti dentro, non fuori”.

Ai piedi del Monte Limbara, avrebbe potuto dimenticare chi fosse la Donna, dietro quel ritmo di faccende che incalzava al mattino presto, prima di tutti. Avrebbe potuto lasciarsi indurire dalla fatica, ma no, Mamma Lucia ha scelto di mostrare alla propria famiglia la parte pulsante della vita, quella che ti fa amare chi sei, perché ami ciò che fai.

 

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L’Alzheimer arriva subdolo, come sempre avviene: un giorno come tanti, Lucia, mentre prepara il brodo, che fa allo stesso modo da una vita, butta la minestra nella pentola del brodo prima di separarlo. “Ma’, ti sei sbagliata?”, le dice suo figlio che conosce troppo bene la madre per non notare quel particolare, che riferirà subito ai fratelli e alle sorelle. “Eh…mi socu sbagliata” (mi sono sbagliata), dirà imbarazzata. Il segnale che qualcosa sta cambiando.

Poi, la strada verso il bagno, non trovata, la visita dal medico, e la sorprendente lucidità di Lucia che, in quei minuti di domande ambulatoriali, torna improvvisa. Ancora nessuna diagnosi, eppure Mamma Lucia continua a fare cose strane. Fa diventare una delle sue ante della credenza un nascondiglio segreto, dove inizia ad infilare tutto quello che le viene in mente, e poi la confusione nello scambiare i nomi dei suoi adorati figli e delle sue adorate figlie.

Caterina decide di parlare con un neurologo, gli confida la paura che sua madre abbia “quella brutta malattia di cui parlano in televisione”, e di nuovo le viene detto che sta esagerando, ma stavolta chiede di più. Non sarà Mamma Lucia ad andare dal neurologo, ma il neurologo ad andare da lei, per osservarla nel suo quotidiano e concludere così “Non ti sei sbagliata di una virgola”. Le tentate cure, le medicine, i capi indossati al contrario, il ricovero e il ritorno a casa, quando oramai, non cammina più. 

Ma Lucia non ha una famiglia come le altre, perché non è stata una madre come le altre: ogni giorno, per due mesi, un fratello a braccetto da una parte, un fratello a braccetto dall’altra e Caterina inchinata sulle sue gambe, per insegnarle di nuovo a camminare. “Io non lo so fare, non l’ho mai fatto, non so camminare”, era il sottofondo che accompagnava la rieducazione alla mobilità, ma l’impresa riesce e grazie alla memorizzazione di ciò che era andato sopito, Mamma Lucia cammina, e camminerà per altri tre anni.

Reimparare a camminare e rinnamorarsi: accade un giorno, Caterina la trova giuliva nel cortile: “Sono fuori perché da stamattina c’è un uomo che mi sta corteggiando, ma io non gli ho dato retta perché non c’eravate voi, perché se non vi piace non lo faccio entrare in casa”. Caterina la asseconda e si fa mostrare il misterioso ammiratore, si tratta di suo marito Domenico, seduto vicino agli alberi. “Mamma fatelo entrare, è un bell’uomo” e la sua risposta in gallurese: “Tandu cosa dì, me lu possu piddà” (quindi cosa dici, me lo posso prendere)? 

Come in un film, Lucia torna ragazza per rinnamorarsi ancora del suo Domenico, dimentica che ormai è suo marito, ma dimostra che ancora e ancora avrebbe scelto lui. Dieci anni di Alzheimer, dieci anni difficili, in cui il tragitto di andata e ritorno, da casa di Mamma, si inonda spesso di lacrime per quel dolore che non si placa, ma che non prenderà mai il sopravvento a casa Papaleo. Le astuzie per farle prendere le medicine nascoste sotto la lingua e poi sputate di nascosto, le gocce nel biscotto di Fonni tagliato a metà e mangiato insieme come una sfida a chi fa prima, le pastiglie nella pera, dai Ma’ che ce la mangiamo insieme.

Dieci anni, in cui Lucia non ha mai rifiutato la crema sul viso e sul corpo, in cui non si è mai disfatta i capelli pettinati e acconciati, come a non dimenticarsi del bell’aspetto da mantenere. Quando arriva la morte, è il sintomo della stanchezza ad avvisare e permettere ai figli di stare ancora una volta tutti insieme attorno alla adorata madre, dal giovedì alla domenica seguente, domenica di Pasqua. “Quando è morta era piccolina, piccolina, perché regrediscono…come bamboline”.

Domenico resisterà otto anni senza la sua amata Lucia, di cui fino all’ultimo, non accetterà mai la malattia. L’intensità di questa famiglia è racchiusa nella frase con cui Caterina mi saluta con lacrime affacciate: “Io vorrei tornare indietro, rifare tutto il sacrificio che ho fatto, pur di rivederli un’ultima volta”. 

Lu capumastru

Questa non è una storia come le altre. Pietro Desini, Piero per tutti, non è stato colpito da Alzheimer, ma la sua memoria è stata comunque cancellata, come resettata. Vi parlo di lui dopo aver intervistato suo figlio Tore, occhi grandi e lucidi ad ogni passaggio delicato di questa profonda storia di famiglia, di riconoscenza, di dono.

Una famiglia di cinque figli, due fratelli e tre sorelle, cresciuti da un modello famigliare in cui Piero faceva la differenza, con il suo lato romantico mai nascosto, la commozione davanti a certi film, primo fra tutti “Il Campione”, legato a Piero come una profezia, che parla di un ex pugile, in passato giunto anche al titolo mondiale nella sua categoria, ma che, dopo aver riportato una lesione al cervello in uno dei suoi incontri, è costretto a ritirarsi dall’attività agonistica. 

Delicato come l’amata visione di Forrest Gump, che ri-guardava nonostante lo conoscesse bene, e ancora l’indimenticabile film “L’attimo fuggente”, con la scena scolpita in ognuno di noi, quando Robin Williams, si volta verso la classe alle parole “O capitano, mio capitano”, e commosso, capisce che la sua esortazione a fuggire la pigrizia mentale, è stata seguita. La stessa pigrizia mentale che a Piero non è mai appartenuta: noto “capumastru”, capace di costruire una casa dalle fondamenta alle chiavi in mano, non era “solo” un gran lavoratore, un muratore divenuto costruttore di rare capacità, era la curiosità, il guizzo mentale, l’arguzia di chi non si stupisce davanti alla genialità umana, bensì, ne rimane affascinato.

Profondamente legato al suo lavoro, strettamente dipendente da quella sensazione che si prova alla fine della costruzione del rifugio atteso una vita, era convinto di fare il lavoro più bello del mondo. Nonostante la sveglia presto, l’inverno che sferza dentro e fuori i ponteggi, l’estate che non fa sconti, Piero, fino al giorno zero, ha costruito cose per costruire case ogni giorno della sua vita, mettendo una pietra sopra l’altra, assaporando il sapore di libertà che tanto amava del suo lavoro. 

“Andando a lavorare al bar, stai entrando in prigione” – dice a Tore quando ancora non sa di parlare del suo mestiere per i prossimi vent’anni – “Io lavoro all’aria aperta, alle cinque sono a casa, tu lavorerai per le feste.  Quando gli altri si stanno divertendo, tu sarai al lavoro”. Verità che Tore non dimentica, pur senza farsi dissuadere. Olbiese da generazioni, Piero viaggiava di continuo, senza spostarsi dal suo soggiorno, dentro ai documentari naturalistici, e dentro all’inseparabile Atlante: “Se voglio partire, mi basta leggere l’Atlante”, diceva spesso, e poi la passione per la storia, le vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale.

Primo Levi entra nella vita di Tore dal programma scolastico con “Se questo è un uomo”, ma Piero glielo fa conoscere più a fondo invitandolo a leggere “La Tregua”. E ancora lui, l’amore e il mistero della sua vita: Leonardo Da Vinci.

Non importava quanti libri già possedesse su di lui, erano sempre ben accetti, perché figli di una comunanza che lo rapiva. Chissà dove stava il segreto di quell’unione, forse nella passione per la creazione, per l’inventiva, per la curiosità, o forse per quella frase di Leonardo che definiva “la pittura una poesia muta” nei cui versi Piero si esprimeva dipingendo paesaggi o nature morte. 

“Com’era mio padre? Mio padre era l’uomo che tutti avrebbero voluto conoscere, mai fuori posto, mai una parolaccia, un uomo mite, sorridente. Non l’ho mai sentito litigare con mia madre”. Appassionato di De Gregori, Dalla e Zarrillo, della sua Tavolara che stava a guardare per ore, ogni anno aveva un appuntamento fisso: Sanremo tutti insieme.

E lì a commentare, a scommettere su chi avrebbe vinto, come l’anno in cui ascoltò per la prima volta “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri e disse da subito che avrebbe vinto: “Questa canzone è bellissima”. Preciso, bravo in matematica, “primo della classe senza libri” come gli diceva il maestro delle elementari, capace di trovare l’errore nelle cartografie dei geometri con un colpo d’occhio, aiuto prezioso nei compiti di scuola, amava la caccia grossa, o forse di più, il clima che accompagnava quelle domeniche fatte di natura e amicizia, legami veri che ricordava sempre a Tore di coltivare: “Non abbandonare mai i tuoi amici, ricordati che gli amici vanno coltivati”

Piero che sapeva di ginestra selvatica e mirto; che aveva un odore buono di persona buona, come lo definisce Tore, Piero che arriva alla pensione e prova a farsi bastare il tempo dipingendo, ma che non si quieta, perché l’istinto della creazione non si spegne con il raggiungimento dell’età pensionabile, e chiede al fratello di Tore, che ha proseguito la strada da lui segnata, di riassumerlo perché proprio non ce la fa, ne ha bisogno…dice lui.

Il ritorno al lavoro, la serenità ritrovata, prima di quel giorno maledetto che lo cambierà per sempre. Una scala bassa, le mani ad appendere il chiodo, un attimo di buio in cui la lampadina si è spenta, come dirà lui stesso nelle poche ore di lucidità che seguiranno alla caduta.

Piero ha battuto la testa, è mattino, viene portato in ospedale, risponde alle domande dei Carabinieri arrivati per verificare le norme sulla sicurezza, ma alle undici l’irrimediabile. L’edema cerebrale si è esteso come la peggiore delle esondazioni, viene trasferito a Sassari e operato d’urgenza. Dopo un mese di terapia intensiva Tore entra per vederlo, e non lo trova, chiede dove sia il padre e si accorge di essergli passato davanti senza riconoscerlo: completamente rasato, gonfio dai medicinali, non è la persona che aveva conosciuto fino a quel momento, ma la lacrima che vede solcare il viso del padre gli fa capire che si tratta dello stesso pezzo di cuore. 

Nove mesi in un ospedale per la riabilitazione, che non avviene, perché non viene seguito a dovere. La certezza arriva quando, portato a casa durante la prima settimana di inserimento graduale, la figlia lo gira e vede un buco, conseguenza di una piaga trascurata chissà da quanto.

Piero non mangia se non con la PEG, ma la rinascita arriva e dopo una settimana di cure famigliari, nella sua casa, inizia a mangiare il semolino, che con i mesi diventeranno spaghetti, gamberoni e tutto quello che acconsentirà. Il corpo non sta in piedi, se non sorretto da una parte e dall’altra, la parola è trattenuta, dice poche cose, ma canticchia canzoni inventate, fischietta e confonde il figlio con il fratello; si perde nel vuoto a fissare qualcosa che agli altri non è dato conoscere, liscia con le dita, tante e tante volte, lo stesso scontrino. Inizia la sua vita senza filtri, ogni tanto qualche parolaccia, ma compaiono gli abbracci e i baci a cui non si oppone e che Tore dice, non gli avevo mai dato prima. Un nuovo Piero, ma lo stesso amore famigliare di sempre. 

Una seconda vita, che si esprime con l’irriverenza spontanea di un bambino, che trascorre così per quattro anni. Ci siamo uniti ancora di più, ho imparato a essere più paziente, e ad avere più rispetto per gli anziani”, dice Tore, che alla prima occasione lo caricava in macchina per portarlo un giorno al mare, un giorno in campagna, senza la radio, per sentire meglio i rumori della città che lo incuriosivano sempre. 

Piero andrà via dopo questi anni trascorsi nella forzata dimenticanza dalla sua vita precedente, che tuttavia, non cancellerà mai l’amore di chi c’è stato prima e dopo quella maledetta mattina: “Di lui mi manca la presenza…e la sua voce”, conclude Tore, a nome suo, ma già sentiamo, a nome di tutta la sua “Innamorata” famiglia. 


Ringraziamenti: voglio ringraziare Giulia, Caterina, Carlotta, Tore, e tutte le rispettive famiglie. So che non è stato possibile racchiudere tutto in un articolo, ma so di aver incontrato fedeli testimoni di ciò che niente potrà cancellare. GRAZIE. 

Comments (3)

  • Anna pasella

    Grazie!

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  • Sara Papaleo

    Una grandissima emozione ❤️

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  • Lucia Papaleo

    È stato molto emozionante leggere e rivivere ciò che è stato, grazie

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