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DIVERSITÀ, INTERSEZIONALITÀ E CATEGORIE

I concetti della fisica sono libere creazioni della mente umana e non sono, comunque possa sembrare, unicamente determinati dal mondo esterno1)

Albert Einstein

Tra il desiderio che una determinata cosa esista e la sua reale esistenza c’è una bella differenza. Più il punto di osservazione coincide col desiderio che un oggetto o una situazione siano reali, minore ci apparirà la differenza tra quel desiderio e la realtà. Ma se ci allontaniamo l’immagine comincerà a sfocarsi, desiderio e realtà si mostreranno sempre più distanti e ci accorgeremo che difficilmente le cose stanno come desideriamo.

Allo stesso modo, la nostra necessità di dividere il mondo in categorie discrete viene spesso confusa con la realtà, nella quale invece non esistono categorie né regole o leggi. La tassonomia è un bisogno tutto umano, è la necessità di menti coscienti che, per farsi un’idea della realtà, devono suddividerla in gruppi e sottogruppi di oggetti accomunati da caratteristiche simili.

Secondo la classificazione di Linneo2) la nostra specie, Sapiens, appartiene al genere Homo, che a sua volta appartiene alla tribù degli Hominini, della famiglia degli Ominidi, dell’ordine dei primati che a loro volta appartengono alla classe dei Mammiferi, del phylum Chordata (ossia che posseggono una spina dorsale), parte del regno Animale che, a sua volta, è una categoria del dominio Eucariota.

Questa serie di divisioni e suddivisioni è fondamentale per la conoscenza scientifica, così come le infinite altre tassonomie create dalla nostra mente. Ma questo non significa che in natura esista realmente una famiglia degli Ominidi. Essa, come qualsiasi altra categoria, esiste solo in quanto creazione della nostra mente che ha osservato l’universo e ha dedotto alcune dinamiche raggruppando gli oggetti in base alle loro caratteristiche e alla frequenza con cui esse si presentano.

Senza questo particolare funzionamento della mente umana non esisterebbe la scienza come oggi la conosciamo, non ci troveremmo in questo preciso punto della nostra evoluzione culturale e probabilmente avremmo sviluppato altri sistemi per sopravvivere e progredire oltre la lenta evoluzione biologica.

Dicevo prima che le categorie di cui facciamo uso per dare senso alla realtà nella quale siamo immersǝ comprendono anche oggetti immateriali. La nostra mente infatti, secondo le più recenti teorie nel campo delle neuroscienze3) , suddivide in categorie di concetti qualsiasi cosa, anche quelle reazioni chimico-fisiche – frutto del rilascio di neurotrasmettitori nei nostri spazi sinaptici e della differenza di potenziale della membrana neuronale – che chiamiamo pensieri, emozioni, sentimenti.

Il nostro cervello genera costantemente una simulazione, una predizione della realtà basandosi su modelli sviluppati e affinati grazie alle esperienze passate4). Tutto quello che viene portato alla coscienza dalla discrepanza o dalla coincidenza tra questa simulazione subcosciente e le informazioni che giungono dai nostri sensi, è catalogato ed elaborato come pacchetti di informazioni: i concetti.

Se non facessimo uso di categorie non avremmo una coscienza come quella che possediamo attualmente, in grado di riflettere sulla sua stessa esistenza. E forse non ci saremmo evolutǝ culturalmente e socialmente fino ad hackerare la nostra stessa biologia sviluppando tecnologie e tecniche in grado di riparare i danni subiti dai nostri corpi a causa di ferite, di microrganismi o di malfunzionamenti.

Ma, come dicevo all’inizio, non bisogna confondere un mezzo creato dal desiderio o dalla necessità, con la realtà. Perché nella realtà quelle categorie che nella nostra immaginazione appaiono concrete, reali e ben distinte tra loro, si intersecano costantemente, e lo fanno con una frequenza tale da diventare irriconoscibili.

Questa distinzione è fondamentale quando parliamo di diversità e di quel processo che chiamiamo inclusione. Non prendere nella dovuta considerazione la realtà delle cose, e cioè che le categorie sono un artificio creato dalle nostre menti coscienti, pregiudica qualsiasi discorso o ragionamento sull’argomento.

Un po’ come la barzelletta del tipo che entra in un bar e chiede al barista un cappuccino e una brioche, e il barista risponde che le brioche sono finite. Il cliente allora chiede un caffellatte e una brioche, ma no, brioche non ne abbiamo, risponde stizzito il barista. E allora mi dia un caffè macchiato e una brioche, insiste il cliente, e all’ennesima risposta negativa del barista lui, indignato, fa: «Vorrà dire che andrò in un altro bar». A quel punto un altro cliente, che ha assistito alla scena surreale, guarda il barista e dice: «Certo che ha una gran pazienza, lei. Io al suo posto a quello lì gli avrei tirato il vassoio con le brioche addosso!».

Insomma, non possiamo parlare di quella categoria che chiamiamo diversità – e che al suo interno racchiude tante altre sottocategorie – senza considerare che:

  1. le varie sottocategorie si intersecano sia tra loro sia con la categoria della cosiddetta normalità, e che
  2. in ogni caso, le categorie non sono entità realmente esistenti in natura ma suddivisioni create artificialmente la cui applicazione è utile a comprendere e studiare il mondo, ma non necessariamente lo è nella quotidianità, soprattutto se associate a un giudizio.
  3. Inoltre, questi costrutti artificiali mutano nel tempo e a seconda del luogo.

Se insistiamo a voler parlare di diversità utilizzando categorie chiuse e, anzi, scatenando a volte guerre tra categorie, non ci comportiamo in modo diverso dal cliente del bar, andiamo cioè avanti senza considerare l’informazione di partenza: nel caso della barzelletta, che le brioche sono finite, e nel caso della diversità che essa è intersezionale, mobile, fluida per sua natura e che, costretta in categorie chiuse e statiche, la si sta snaturando.

L’intersezionalità quindi non è un’opzione, un argomento del quale si può scegliere se parlare o no, o che può non essere preso in considerazione quando si affronta il discorso sulla diversità. Non partire dall’intersezionalità delle differenze vuol dire osservare la diversità con lo stesso sguardo semplificatore con cui si osserva la normalità: tassonomie, statistiche, assegnazione di ruoli e quindi aspettative e creazione di modelli ai quali bisogna aderire pena l’esclusione.

Quindi, per riuscire a comprendere a fondo l’essenza della naturale diversità che caratterizza l’umanità, bisogna evitare di attribuire giudizi morali e di valore alle varie categorie e comprendere che una persona può rientrare in un’infinità di gruppi contemporaneamente.

Io sono autistico (etichetta attribuita da una specialista secondo il modello medico), omosessuale (etichetta attribuita dalla società sulla base di una inclinazione naturale), immigrato (etichetta attribuita dalla burocrazia), destrorso, calvo, musicista, progressista, porto gli occhiali, sono ansioso, ho una leggera aritmia cardiaca. Potrei andare avanti ancora molto, eppure anche queste categorie che aiutano medici, conoscenti, autorità sanitarie e burocrazia a comprendermi, sono limitanti e non mi descrivono nella mia complessità.

Già, perché da autistico io sono diverso da Roberto o da Alice o da Giulietta o da Francesca. Il mio sistema nervoso reagisce a grandi linee come il loro ma poi, messǝ nella stessa situazione, ognunǝ reagirà diversamente. La categoria definita autismo è un concetto e i concetti, come già detto, li crea la mente, non esistono in natura.

Questa necessità, espressa con forza sempre maggiore da una parte della società che vuole essere padrona delle scelte che la riguardano e del modo in cui viene rappresentata, non è una novità, come superficialmente possiamo pensare. Le persone appartenenti alle categorie che abbiamo chiamato minoranze, hanno sempre provato il desiderio di essere se stesse alla pari di coloro che si autoproclamano normali, ma fino a poco tempo fa non avevano la possibilità di esprimere tale desiderio, anzi, tale legittima necessità.

Nel passato, quando l’informazione era lenta, circoscritta a territori specifici e non alla portata di tuttǝ, per arrivare a un cambiamento culturale che permettesse a una minoranza di ottenere gli stessi diritti (o almeno alcuni diritti) di cui godeva la maggioranza, era necessario che le persone appartenenti a una determinata categoria (nerǝ, donne, omosessuali) si riunissero fisicamente e cominciassero una battaglia lunga e spesso rischiosa. La diversità era assente dalla vita pubblica, era occultata alla vista della massa; le persone diverse erano invisibili e sole, scoraggiate dall’uscire allo scoperto.

Col tempo le cose sono cambiate. L’informazione è diventata istantanea, la comunicazione stessa è divenuta più immediata grazie alla diffusione illimitata di immagini e video, e tutto questo è alla portata di chiunque possieda un telefono e una connessione a Internet5).

Se a me piace arrampicarmi sugli alberi a testa in giù posso scriverlo su Facebook, così un giorno un’altra persona a cui piace fare la stessa cosa leggerà di me e, se mi contatterà, sapremo di essere in due. E poi tre, dieci, cento, e rivendicheremo il nostro diritto ad arrampicarci sugli alberi a testa in giù. A questo punto le differenze tra una persona e l’altra diventano sempre più evidenti, e noi cominciamo a renderci conto che sono proprio quelle differenze a volte apparentemente insignificanti a renderci chi siamo.

Ma così diventa tutto più difficile, obiettano coloro che amano il concetto classico di inclusione, quell’idea secondo cui le categorie sono ben definite e la maggioranza ha il potere di accettare o rifiutare le minoranze in base a caratteristiche stabilite più o meno arbitrariamente. Per questo motivo preferisco parlare di convivenza delle differenze e non di inclusione, perché la convivenza è un processo che implica il rispetto reciproco, la parità tra persone e un’intenzione attiva di comprensione dell’altrǝ.

Quando le categorie con cui suddividiamo l’umanità sono rigide e immobili diventano camicie di forza nelle quali noi stessǝ continuiamo a infilarci da solǝ, per poi andare a rivendicare il nostro diritto a essere chi siamo. Urliamo dalle gabbie nelle quali entriamo perché abbiamo bisogno di appartenere a un gruppo accomunato da alcune caratteristiche, perché la comunità umana ci rifiuta per quello che siamo.

Ma allora, il fatto che io da autistico rivendichi il diritto di autorappresentanza e autodeterminazione, oppure che una persona dalle caratteristiche fisiche definite femminili non si identifichi con il ruolo che la società ha deciso debba corrispondere a tali caratteristiche biologiche, che problema crea al resto del mondo?

Che una persona possa essere se stessa, che possa non identificarsi con alcuna categoria standard, cosa toglie a chi non la pensa così? Prestigio? Unicità? Superiorità? L’estensione dei diritti a categorie fino a oggi considerate inferiori, non meritevoli di goderne, non toglie niente alla maggioranza, niente tranne il privilegio di sentirsi migliore e decidere della vita di chi si oppone o non corrisponde ai suoi modelli.

Esercitiamoci a considerare l’intersezionalità come base di ogni nostro pensiero o discorso sulla diversità, cerchiamo di guardare il mondo mettendo da parte la visione categoriale che ci costringe a indossare maschere e soddisfare aspettative, rispettiamo il diritto di ciascunǝ a essere se stessǝ.

Note

Note
1 1Einstein, A., Infeld, L. (1938). Evolution of physics. Cambridge, United Kingdom: Cambridge University Press.
2 Linné, C. (1758). Systema naturæ. Regnum animale (10 ed.).
3 Barrett, L. F. (2017). The theory of constructed emotion: an active inference account of interoception and categorization. Social Cognitive and Affective Neuroscience, 12(11), 1833. https://doi.org/10.1093/scan/nsx060
4 Ph.D, B. L. F. (2018). How Emotions Are Made: The Secret Life of the Brain (Illustrated ed.). Mariner Books.
5 A oggi si parla di circa 3,5 miliardi di connessioni attive nel mondo: https://ourworldindata.org/rise-of-social-media

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