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rappresentazione di persona che piange

PROVA RIFLESSI – Una storiella nel parcheggio del Carrefour

di Gian Marco Griffi

L’autore consiglia di leggere ascoltando: Band of Horses “Monsters”. Everything All the Time. Sub Pop Records, 2006.

Gli uni stanno nell’ombra

Gli altri nella luce

E si vedono coloro che stanno nella luce

E coloro che stanno nell’ombra

Non si vedono

Bertold Berg

Avevamo deciso di testare i riflessi di Tommi un mercoledì dopo la scuola.

Il mercoledì era un buon giorno per trovarci, perché i genitori di Eddi erano alla solita riunione dei Testimoni di Geova e mia madre aveva il giorno di riposo dall’ospedale e non mi voleva tra i piedi, specialmente nei periodi in cui aveva raccattato il solito coglione per farsi scopare.


E così ci siamo trovati nel parcheggio del Carrefour abbandonato verso le cinque di pomeriggio; era la prima giornata fredda dell’autunno, di quelle in cui i viali delle città sono ricoperti di foglie, ma nel parcheggio non c’era neppure una foglia. 

Il motivo, ve lo dico subito, è che non c’era neppure un albero nel raggio di dieci chilometri. Viviamo in una città senza alberi perché non meritiamo neppure quelli.

E comunque nel parcheggio c’eravamo io, Eddi, Emma e Kevin, e solo dopo un quarto d’ora è arrivato anche Tommi.

Tommi è il ragazzo più impacciato che conosca, noi lo chiamiamo il ritardato grasso; non è che sia proprio ritardato nel vero senso della parola, tipo mongoloide, handicappato o quelle cose lì, ma certo non è quello che definireste un tipo sveglio. Per quanto riguarda il grasso, invece, che c’è da spiegare?

È grasso, fa schifo a calcio e ha l’alito che gli puzza di merda lontano cento metri.

In tutti i casi non è stato difficile convincerlo a farsi testare i riflessi; tutti i ragazzi della scuola, gli ha detto Kevin, prima o dopo devono testare i riflessi.

Tommi lì per lì non ha capito, ve lo dicevo che non era un tipo tanto sveglio; ha annuito, si è soffiato l’alito merdoso sulle mani e si è messo di fronte a noi. Aveva le guance rosse e un ridicolo cappello di lana con il paraorecchie.

Emma gli ha chiesto se era pronto e lui ha risposto pronto per cosa?

Per la prova dei riflessi, gli ha detto Emma.

Io e Eddi abbiamo acceso una canna e Eddi ha fatto per passarla a Tommi.

Lui ci ha guardati un po’ stranito, poi ha allungato la mano per prenderla; in quel momento Eddi ha ritratto la canna e se l’è infilata tra le labbra.

Ecco, ha detto Emma, questi sono buoni riflessi.

Tommi è rimasto fermo con la sua mano tozza protesa, poi l’ha infilata in tasca.

Anche se a dire il vero, ha detto Kevin, testare i riflessi col nostro amico Tommi è fin troppo facile.

Poi si è avvicinato a Tommi e gli ha dato una pacca sulla spalla. Eddi s’è fatto un bel tiro e mi ha passato la canna.

E allora, Tommi, sei pronto? Ha chiesto Emma.

Sì, ho aggiunto io, non abbiamo tutto il giorno.

Tommi non ha detto niente. Ha tirato fuori la mano dalla tasca e ha fatto per mangiucchiarsi un’unghia, o infilarsi un dito nel naso, ma poi gli deve essere venuto in mente che non sarebbe stato un comportamento adeguato alla situazione e se l’è rinfilata in tasca.

Prepariamoci, ha detto Eddi.

Kevin ha tirato fuori dallo zaino una bomboletta di vernice rossa, ha camminato per una decina di metri sull’asfalto spaccato del parcheggio e ha tracciato una X. 

Una bella X rossa in mezzo al parcheggio del Carrefour abbandonato.

Tommi ha seguito le operazioni con interesse, ma si capiva bene che in quel momento avrebbe voluto essere a casa sua, seduto in cucina, a mangiarsi una bella fetta di pane e nutella.

Dunque Tommi, ha detto Emma. Ognuno di noi ha un posto preciso, in questa città. In questo mondo. Si è presa la canna dalle labbra di Eddi. Ha fatto un tiro e l’ha infilata di nuovo tra le labbra di Eddi. Sapevamo tutti che ogni tanto, quando le andava, si faceva scopare da lui. Del resto Eddi era il più fico della scuola, lo dicevano tutte.

A quel punto Tommi ha capito che lui sarebbe stato l’attrazione principale della giornata.

L’avevate capito tutti, tranne lui. Lui pensava che lo avessimo chiamato lì, al parcheggio del Carrefour, per fumare una canna e bere una bottiglia di vino rosso. Ve l’avevo detto, che non era un tipo sveglio.

Cammina fino alla X, gli ha detto Emma.

Tommi si è guardato un po’ intorno, ha capito che la cosa migliore, a quel punto, era fare esattamente quello che Emma gli stava chiedendo di fare.

E così in quattro e quattr’otto si è posizionato esattamente sulla X rossa.

Dall’altra parte dell’edificio in rovina si sentiva il traffico, ma per il resto c’era un bel silenzio carico di fame e di dolore. Il sole non aveva niente da dire, in quel pomeriggio di novembre, un crepuscolo cieco traghettava sui tetti dei palazzi un gelo di gufi, un vento di labbra screpolate soffiava da nord e sfilacciava le nuvole, che assumevano la forma di un pettine. 

Mi sono messo a fissare il fumo dei camini in un giorno vecchio come il mondo dei morti, ho pensato a casa mia, in campagna, una campagna nutrita da una neve sporca, tra stoppie bruciate e l’appollaiarsi di galline noiose e arruffate, ho pensato a quelli del bar, a Fausto che se fosse stato qui mi avrebbe preso a calci nel culo, alle preghiere recitate tra le ombre danzanti attorno alle candele della chiesa, a tutte le porte ancora da scoprire lungo i gerbidi attorno al fiume.

Ho sentito odore di ferro lavorato misto a erba e traffico, avevo le narici piene di quello schifo e gli occhi secchi sferzati da un gelido spettro che mi volteggiava intorno alla testa barcollando come un ubriaco, ho pensato salvalo, cazzo, salvali tutti, pesca dal fondo di un pozzo diroccato un secchio di amore acquitrinoso e usalo per sciacquarti il corpo, sfocia come un fiume notturno nel porto di una ingenuità perduta e naviga come una corrente sottomarina oscura e scheletrica, ricorda l’altalena su cui tua madre ti spingeva fino al giorno in cui il seme della fine s’inculcò nel suo seno, bastardo e pestilenziale, ricorda la sensazione di bontà, salvalo, cazzo, salvali tutti.

Mi sono chinato sull’asfalto gelido del parcheggio. 

Kevin mi ha chiesto se stavo bene. C’era un fischio che mi perforava il timpano destro e usciva dallo spazio tra i denti davanti, come una sirena antinebbia in sottofondo, a distanza siderale eppure vicinissima, ho detto no che non sto bene, Kevin si è chinato per aiutarmi, Emma mi guardava dall’alto senza fiatare, Eddi sogghignava e si fumava la canna.

E Tommi? Quello sfigato ha fatto un passo per avvicinarsi, come se volesse soccorrermi, come la vittima di un incendio che improvvisamente soccorre il pompiere accorso per liberarla dalle fiamme.

Eddi gli ha detto no, tu sta’ fermo.

Tommi è tornato sulla X rossa senza dire niente, mentre Kevin farfugliava qualcosa che non riuscivo a comprendere ho guardato il cielo degli uccelli e la terra dei ratti, ho vomitato la mia adolescenza sul catrame gelato di un parcheggio del Carrefour.

Kevin mi ha aiutato a rialzarmi. Ho guardato Tommi con una supponenza che mi ha ricordato la supponenza dei conquistatori, degli spagnoli in Messico, degli americani, dei francesi e dei belgi; ho sentito vibrare la colonna vertebrale, ho guardato un cartellone pubblicitario sul quale stava un menestrello smorto, o un pagliaccio, e un lago di vetro sul quale pattinava una ragazza mostruosa e deforme.

Possiamo andare avanti? Ha chiesto Eddi. Tra poco fa notte.

Io l’ho guardato come fosse una puzzola privata di ogni bellezza bestiale e ricoperta di carne umana, mi stava per tornare l’istinto di vomitare.

Sai una cosa, Tommi? ha detto Emma. Tommi ha detto no, Emma ha detto stavo riflettendo su questo fatto.

Mentre parlava camminava avanti e indietro sul posto. La prova dei riflessi non si può fare così, vestito come un idiota, con quei pantaloni sdruciti, quel giubbotto verde e quel comico cappello col paraorecchie.

Tommi non ha capito. All’inizio sembrava che volesse chiedere delucidazioni, invece è rimasto zitto.

Levati le scarpe, ha detto Emma.

Tommi ci ha pensato un po’ su, ma quando Emma glielo ha chiesto dolcemente, come solo la ragazza più bella della scuola sa fare, si è levato le scarpe.

Forse perché si fidava di Emma, forse perché voleva farci vedere che lui non era quel ragazzone ritardato che tutti pensavamo che fosse.

Bravo bambino, ha detto Emma. Adesso togliti anche il giubbotto e i pantaloni.

Fa freddo, ha detto Tommi.

Fa freddo? Ha detto Emma. A me non pare che faccia così freddo. Si è rivolta a noi. A voi pare che faccia freddo?

A me pare che faccia un cazzo di caldo, ha detto Kevin.

Si muore di caldo, ha confermato Eddi.

Per un attimo ho pensato di intervenire, Gesù, ma non sono intervenuto. Sono stato zitto. 

È stato come se all’improvviso avessi indossato un costume raccapricciante, non riuscivo a trovare disgustoso il mio disgusto né a trovare amorevole la mia compassione. 

Tommi stava tremando, non so se per il freddo o per la paura. Ciononostante quel ritardato del cazzo si è levato il giubbotto e i pantaloni. 

Gesù, che spettacolo schifoso vedere quel ciccione in mutande con tre o al massimo quattro gradi centigradi.

Fossi in te, gli ha detto Emma, toglierei anche il maglione.

Tommi si è levato il maglione, poi la canottiera; è rimasto lì, in mezzo a quel parcheggio, con le mutande e il cappello col paraorecchie e niente altro.

A quel punto Eddi ha gettato a terra la canna, ha aperto lo zaino e ha tirato fuori tre pistole ad aria compressa.

Tommi probabilmente non ci ha fatto caso, perché la sua espressione era sempre la stessa, ovvero l’espressione di un ritardato grasso.

Se non avete idea di come sia l’espressione di un ritardato grasso, beh, dovevate arrivare prima e guardare Tommi.

Eddi ci ha passato le pistole. Ha detto che erano caricate con pallini per finocchi, che non avrebbero fatto male neppure a un coniglietto; ed è stato in quel momento che ho capito che Tommi avrebbe passato un brutto quarto d’ora.

Cominciamo la prova riflessi, ha urlato Emma. Sei pronto? Conto fino a tre.

Prima che arrivasse al due ci siamo messi a sparare, cominciando da Kevin, poi io e per ultimo Eddi. Lo capirete anche voi, una prova riflessi come si deve non può essere preannunciata. Il soggetto non deve aspettarsela, altrimenti che prova riflessi sarebbe?

E comunque quello sfigato si è preso nove pallini addosso, prima di cadere in terra e piangere come un bambino di tre anni mentre Emma filmava tutto.

Mentre sparavo il primo colpo ho pensato a Bertolt Brecht, al bar c’era un libro di poesie e ho cominciato a leggerlo (diciamo la verità, ne sono rimasto colpito), pensavo a cosa avrebbe scritto Bertolt Brecht di me se fosse stato qui, ero sovrappensiero e deve essermi scappata dalla bocca una frase del tipo “chissà cosa direbbe Bertolt Brecht di noi”, Kevin ha smesso di puntare all’uccello di Tommi e ha detto chi? Io ho detto Bertolt Brecht, Eddi ha detto e chi cazzo è Bertold Berg, io ho detto che era un poeta, Emma ha detto che se Bertold Berg fosse stato qui ci avrebbe dato una mano a testare i riflessi di Tommi, io ho detto no, avrebbe scritto una poesia, Eddi ha detto tipico dei poeti, stare in disparte e scrivere di grassoni mentre gli altri gli sparano al culo, Emma ha detto e comunque chi se ne frega di Bertold Berg, Kevin ha detto sì, chi se ne frega di Bertold Berg, Eddi ha detto chi se ne frega di Bertold Berg, e ha sparato a Tommi.

All’inizio sembrava che ballasse, o che gli bruciasse l’asfalto sotto ai piedi. Da morire dal ridere. Ma poi, quando è caduto, sembrava quei calchi di Pompei che tentano di proteggersi dall’inesorabile.

All’ultimo pallino che lo ha colpito in faccia, su quelle ridicole guance paffute, mentre Kevin urlava chi se ne frega di Bertold Berg, Tommi ha cacciato un urlo terribilmente fastidioso. Poi è rimasto rannicchiato in silenzio per un paio di minuti, giusto per dare il tempo a Eddi di ricaricare, di urlare chi se ne frega di Bertold Berg e di piazzargli un bel pallino sulla chiappa sinistra.

È stato in quell’istante che dal Carrefour abbandonato sono usciti quattro o cinque poliziotti, un paio di giornalisti, qualche avvocato, un giudice, un fotografo, un prete, un cameraman, il preside della nostra scuola, il sindaco, il Presidente del Consiglio, il Presidente della Repubblica, tutti voi.

Vi siete avvicinati a Tommi, lo avete circondato, avete analizzato le ecchimosi procurate dai pallini ad aria compressa. Alla fine qualcuno si è chinato e gli ha detto: hai dei riflessi da schifo, ragazzo.

Poi vi siete girati dall’altra parte, ve ne siete andati senza neppure guardarci.

Era una giornata un po’ fredda, le serrande rincagnate e i vetri frantumati del Carrefour sembravano il presagio di una piccola fine del mondo, un’apocalisse trascurabile scritta su pietre gelate del Monferrato, ma che cazzo, ci siamo proprio divertiti. Alla faccia di Bertold Berg.

Gian Marco Griffi

Nasce a causa di circostanze indipendenti dalla sua volontà ad Alessandria, il 16 dicembre 1976. Vive per circa trentun anni in un paese chiamato Montemagno, in Monferrato. Sin da piccolo frequenta l’unico bar di Montemagno e l’unica tabaccheria di Montemagno (i suoi nonni hanno un bar tabaccheria); impara a fumare e a giocare a briscola. Vagabonda per Torino negli anni dell’università, durante i quali frequenta molti pub, molti locali di cui non ricorda il nome, molte pizze al taglio, molti supermercati, pochissimi corsi alla facoltà di filosofia. A un certo punto rinnega le armi al fine d’evitare il servizio di leva. Si rende utile alla Società fotocopiando documenti top secret per la Provincia di Asti. Vive ad Asti, dove lavora in un Golf Club. Suoi racconti sono apparsi su Cadillac, Ammatula, Argo, YAWP, Scorretto Magazine. Ha pubblicato la raccolta di racconti Inciampi (Arkadia, 2019), e il romanzo Più segreti degli angeli sono i suicidi (Bookabook, 2017). Possiede una discreta immaginazione.

Nasce a causa di circostanze indipendenti dalla sua volontà ad Alessandria, il 16 dicembre 1976. Vive per circa trentun anni in un paese chiamato Montemagno, in Monferrato. Sin da piccolo frequenta l’unico bar di Montemagno e l’unica tabaccheria di Montemagno (i suoi nonni hanno un bar tabaccheria); impara a fumare e a giocare a briscola. Vagabonda per Torino negli anni dell’università, durante i quali frequenta molti pub, molti locali di cui non ricorda il nome, molte pizze al taglio, molti supermercati, pochissimi corsi alla facoltà di filosofia. A un certo punto rinnega le armi al fine d’evitare il servizio di leva. Si rende utile alla Società fotocopiando documenti top secret per la Provincia di Asti. Vive ad Asti, dove lavora in un Golf Club. Suoi racconti sono apparsi su Cadillac, Ammatula, Argo, YAWP, Scorretto Magazine. Ha pubblicato i romanzi Più segreti degli angeli sono i suicidi (Bookabook, 2017) e Inciampi (Arkadia Editore, 2019). Possiede una discreta immaginazione.

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrivista.it

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