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Family act: una critica femminista

Ad un mese dalla mobilitazione del 25 e 28 Novembre lanciata dalla rete transfemminista Non una di Meno, possiamo, tramite le parole e le rivendicazioni messe in campo dal movimento in quelle giornate, leggere uno dei progetti in cantiere del nostro governo: il ddl sul Family Act.

Fin da subito notiamo come le rivendicazioni femministe stridano con quelli che sono i piani di finanziamento del governo. Da una parte il Family Act che rafforza l’idea di famiglia patriarcale e il ruolo sociale delle donne in quanto madri, non riconoscendo altre forme di vita e di povertà; dall’altra il Recovery Fund, che dietro l’autoimprenditorialità e la volontà di voler incentivare l’entrata nel mondo del lavoro per le donne, nasconde lo sfruttamento e l’impoverimento che invece continuiamo a subire.

Durante questi mesi di pandemia globale è risultato ancora più evidente come il lavoro di cura e di riproduzione delle donne sia essenziale per mandare avanti la società e l’economia del paese, e come questo lavoro (come la cura della famiglia, della casa e dei figli) , allo stesso tempo, non sia riconosciuto o sia sottopagato e sfruttato (come nei casi delle badanti e dal lavoro delle donne dell’est europa).

Se da una parte Confindustria, interessato solo ai profitti, continua a far crescere la frattura tra salute e lavoro, dall’altra le parole d’ordine di queste mobilitazioni sono state “sciopero” e “patrimoniale”, indispensabili affinché i piani di ricostruzione proposti per la gestione della pandemia, non risaldino le gerarchie sessuali e di sfruttamento su cui tutta la società è strutturata. Tra questi anche l’idea quindi della maternità come destino.  

In Polonia il parlamento ha tentato, proibendo anche gli aborti terapeutici, di dare un chiaro segnale contro l’autodeterminazione delle donne rendendo quasi impossibile interrompere una gravidanza . In un primo momento la Polonia, come anche l’Ungheria per motivi differenti, sembrava non rispondere alle condizioni dello Stato di diritto per entrare a far parte del Recovery Fund. Tuttavia, dopo un primo momento di stallo e di discussione all’interno del Consiglio Europeo, è ceduto il veto contro questi due paesi. La libertà di abortire quindi non sembra per l’Europa un motivo sufficiente per non rientrare nello Stato di diritto. 

Anche il Family act risponde a queste dinamiche. Le donne per l’Unione Europea possono decidere sulla loro vita o devono essere vincolate comunque alla famiglia e al matrimonio per avere dei sussidi? 

Maternità come scelta?  

Il family act, approvato l’11 Luglio 2020 dal Consiglio dei Ministri delle Pari Opportunità e la Famiglia, e dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali,  è un disegno di legge pensato come sostegno economico per le famiglie con figli a carico. Forse a primo impatto può sembrare un aiuto concreto, considerando il periodo di pandemia e di crisi economica e sociale che stiamo vivendo in questi mesi, ma già a partire dal nome ci accorgiamo dell’insita minaccia al diritto di libertà delle donne.

Quello che prevede il disegno di legge è un bonus, che verrà calcolato in base all’Isee per le famiglie con figli al di sotto dei 21 anni, con un aumento del 20% per ogni figlio successivo, con agevolazioni per gli asili e una riformulazione del congedo parentale. Questo disegno di legge, presentato da Italia viva quasi un anno fa, viene considerato uno strumento utile per sostenere e “valorizzare” la famiglia.  

Ma cosa significa, davvero, valorizzare la famiglia? Non è di certo una novità la sua centralità in Italia.  

Il 29, 30 e 31 Marzo 2019 a Verona è stato ospitato il Congresso Mondiale delle Famiglie (Word Congress of Families), organizzato da molteplici soggetti: l’International Organization for the Family, ProVita Associazione Onlus, CitizenGo, Comitato Difendiamo i nostri Figli, Generazione Famiglia, National Organization for Marriage. Ne hanno preso parte anche l’allora vice premier Matteo Salvini, l’ex ministro della Famiglia e dei Disabili Lorenzo Fontana e il senatore Simone Pillon.  

Le idee portate avanti da questi soggetti istituzionali a livello globale sono la distinzione “naturale” dei ruoli tra uomini e donne, e a quest’ultime viene completamente relegato il lavoro di cura e della casa, quindi il lavoro riproduttivo; il rifiuto di concepire configurazioni familiari diverse da quella eteronormata, unita in matrimonio e bianca; l’accostamento tra interruzione volontaria di gravidanza e omicidio; la patologizzazione della transessualità e dell’omosessualità. 

La creazione, inoltre, di un Ministero che tuteli la famiglia come ente sottolinea come solo a questa sia riconosciuto il diritto di esistere in termini di tutele.  

Ed è qui che con il family act si ritorna all’idea di una tutale prettamente familistica. 

Il premier Giuseppe Conte al termine del consiglio dei Ministri ha affermato: “Abbiamo approvato il Family Act per sostenere la genitorialità, contrastare la denatalità, favorire la crescita dei bambini e dei giovani e la conciliazione della vita familiare con il lavoro, soprattutto femminile”. 

Risalta subito come le donne, per accedere all’assegno, devono essere madri, detta con le parole del premier, quando contrastano la denatalità. Ci accorgiamo come da una parte l’unico modo per una donna di essere considerata degna di tutele sia quando ricopre il ruolo di madre, dall’altra come non venga riconosciuta altra forma di unione se non quella familiare e del matrimonio eteronormato, non tenendo in conto le coppie divorziate, le donne sole con figli/e, le unioni civili o altre forme di affettività.  

Per le donne migranti, inoltre, risulta ancora più difficile accedere al bonus poiché è diventato quasi impossibile avere i requisiti di soggiorno necessari, pertanto per poter mantenere i figli, mandarli all’asilo, non potranno di certo contare sull’aiuto dello Stato ma dovranno lottare per un salario e per veder riconosciuti i loro diritti. 

Leggendo i vari articoli del disegno di legge, nel comma 2 b del primo articolo troviamo scritto:  “promuovere la parità di genere all’interno dei nuclei familiari, favorendo l’occupazione femminile, anche attraverso la predisposizione di modelli di lavoro agile o flessibile volti ad armonizzare i tempi familiari di lavoro e incentivare il lavoro del secondo percettore di reddito;” 

Per prima cosa l’affermazione “secondo percettore di reddito” non promuove nessuna parità di genere all’interno della famiglia, considerando la donna al di sotto del marito, invece primo percettore di reddito. Non tenendo conto, peraltro, che il lavoro di cura e di riproduzione all’interno della casa, delegati alla donna, non è pagato, si pone come obbiettivo quello di rendere “armoniosi” i tempi del lavoro salariato, agile o flessibile, con quelli del lavoro di cura. All’incentivo di lavoro per le donne è dedicato tutto l’art.5 del disegno di legge dove parte consistente è data alla possibilità per le donne di “lavoro agile”. Se vediamo la l.81 del 22 maggio 2017 dall’articolo 18 per lavoro agile si intende: “forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa”. Lavorare in a casa, rendendo più difficile la divisione tra tempo del lavoro e tempo libero, e allo stesso tempo sovrapponendo lavoro produttivo e riproduttivo, non è una scelta che porta spesso vantaggi come abbiamo notato anche con lo smartworking in questi ultimi mesi. Quello che notiamo è invece una lenta e progressiva svalutazione delle attività riproduttive, processo contrario rispetto a quello che il movimento transfemminista mette in atto da anni: una forza essenziale e collettiva che risponda allo sfruttamento capitalista e patriarcale della società prima e durante la pandemia. 

Se da una parte viene discusso il Family act, dall’altra il governo non tiene di conto dei diritti riproduttivi delle donne e dell’aborto in particolare che continua ad essere stigmatizzato ed ostacolato.  

Durante la pandemia molte delle contraddizioni sulla funzione del sistema ospedalieri per quanto riguarda l’accesso all’aborto sono esplose. La conversione di molti reparti di IVG in reparti covid, la mancanza di informazioni chiare, i problemi strutturali degli ospedali come l’alto tasso di obiezione di coscienza e il continuo definanziamento dei consultori, hanno reso quasi impossibile interrompere una gravidanza. Inoltre, l’aborto farmacologico, usato in tutta Europa, risulta impraticabile in Italia.  

Come Obiezione Respinta insieme a Non una di Meno, abbiamo portato avanti la campagna SOS Aborto, che in quattro punti esprimeva in modo chiaro come far fronte alle necessità riscontrate in questi mesi: l’eliminazione della settimana di riflessione, il prolungamento a 63  giorni del limite per somministrare la Ru486, la possibilità di abortire farmacologicamente nei consultori e negli ambulatori e il finanziamento dei consultori stessi. L’unica risposta a queste richieste è stata una delibera nazionale relativa alle nuove linee di indirizzo rispetto all’aborto farmacologico, che ogni regione dovrà attuare attraverso protocolli. Se il Piemonte e le Marche hanno già esplicitamente rifiutato la proposta del Ministero della Salute, altre regioni come il Lazio, la Toscana e l’Emilia-Romagna stanno discutendo, nei rispettivi tavoli di lavoro regionali, la sua attuazione.

Si potrebbe tracciare un filo rosso che lega insieme il family act, la difficoltà di accedere all’IVG e le campagne dei “pro-life”, la cui ultima azione è stata l’affissione dei manifesti contro la pillola RU486 nelle principali città italiane. 

Che conclusioni trarre quindi quando parallelamente viene promesso un assegno alle famiglie con figli a carico, viene ostacolato l’aborto e permessa la diffusione di informazioni anche medicalmente errate agli antiabortisti? 

Risposta femminista di Non Una di Meno 

È chiaro come il governo non possa più ignorare le richieste che da anni il movimento femminista porta avanti, e non tener conto delle parole d’ordine che ci muovono, ma sappiamo perfettamente che la nostra risposta all’emergenza sociale, alla violenza strutturale, alla parità di genere, allo sfruttamento lavorativo, alla gabbia familiare, alla maternità imposta è scritta nel piano femminista contro la violenza redatto e pubblicato da Non una di meno ormai tre anni fa. 1)

Il 25 e 28 Novembre sono state riportante nelle piazze le rivendicazioni del Piano Femminista e Transfemminista contro la violenza patriarcale e pandemica, chiedendo che le risorse economiche del Recovery Fund e del Family act andassero a finanziare sanità e scuola pubblica, garantissero un reddito universale, svincolato dal salario, dalla cittadinanza e un welfare universale e non familistico, per liberare le donne dal carico di lavoro di cura e dalla forma della famiglia come unico strumento per avere delle tutele. 

Il movimento femminista globale di Ni Una Menos ha denunciato come la famiglia patriarcale eteronormata sia il luogo dove avviene il maggior numero di violenze domestiche e sulle donne, come questa riproduca la divisone di genere e sessuale del lavoro e sia strumento ideologico usato a scopi razzisti.

Pertanto, riproduce un modello gerarchico e sessista, dove la tutela di una nazione bianca porta al suo interno il lavoro migrante sfruttano; dietro la difesa e la tutela della famiglia vi è l’affermazione dell’eterosessualità obbligatoria e un velato attacco alla libertà sessuale e ai diritti riproduttivi delle donne, come l’aborto. 

Non sui nostri corpi, non a nostro nome. 

Note

Note
1 https://nonunadimeno.files.wordpress.com/2017/11/abbiamo_un_piano.pdf

Obiezione Respinta è un progetto che dal 2017 mappa dell'obiezione di coscienza in Italia a partire dalle esperienze di chi l'ha vissuta sulla propria pelle. Negli anni ci siamo occupate di divulgazione su sessualità, contraccezione, IVG, tecnologie digitali, femminismo. Online ci trovi su obiezionerespinta.info, mentre offline ci trovi alla Limonaia-Zona Rosa di Pisa.

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