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Campo profughi a Sulaimaniya, Iraq. Intervista ai soci dello studio di architettura TAMassociati

In Copertina immagine di https://www.tamassociati.org/portfolio/health-centre-refugee-camp-iraq/

La guerra “tutti contro tutti” della Siria ha costretto migliaia di persone a cercare rifugio in un’Europa sempre meno ospitale, mentre i più disperati e poveri hanno trovato una via d’uscita nelle zone vicine. Molti dei sopravvissuti si sono trasferiti, nel corso del 2015, nei campi di Arbat, in un angolo sperduto del Kurdistan iracheno, tra Sulaimaniya e Khanaqin.

TAMassociati, guidato dai soci Massimo Lepore, Raul Pantaleo e Simone Sfriso, e‘ lo studio di architettura che e‘ stato incaricato dalla ONG Emergency di trasformare le due cliniche dei campi profughi a Sulaimaniya in Iraq, gia‘ operanti.

ML RP SS, Che obiettivi vi siete posti quando avete ricevuto un incarico tanto delicato? Che differenze ci sono rispetto ad un contesto piu‘ convenzionale?

Siamo partiti dal presupposto che i campi profughi sono come piccole città, con scuole, luoghi di culto, polizia, case, vigili del fuoco e ospedali. Un campo profughi è un microcosmo di vita, con gli spazi, ritmi e tempi di un qualsiasi centro abitato. Abbiamo quindi pensato di andare oltre i bisogni primari, immaginando spazi di socialità e di vita.

Uno degli obiettivi è stato di rendere le cliniche più funzionali e accoglienti, trasformando anonimi contenitori in edifici, spazi abbandonati in veri luoghi pubblici, le rocce che li circondano in giardini. In questo deserto di pietre e di umanità cosi vicino al fronte proviamo a dimostrare che anche un albero puo‘ essere un segno di rinascita. Perchè crediamo che sia possibile affrontare l’emergenza puntando non solo sulla funzionalità, ma anche sul diritto ad un luogo decoroso per chiunque. Il diritto alla bellezza si manifesta anche in luoghi estremi in cui tutto appare negato.

E ci siete riusciti?

E‘ stata una sfida difficile, perche‘ in un contesto cosi vicino al fronte prevale l’emergenza, come se i profughi fossero numeri e non persone. Tuttavia, e‘ necessario in quei contesti andare oltre l’emergenza.

Esattamente in che cosa il vostro intervento si distingue dall’ospedale da campo che tutti noi ci immaginiamo?

In realta‘ nei progetti a cui abbiamo lavorato abbiamo utilizzato gli stessi moduli prefabbricati standard presenti tipicamente nei campi profughi: nelle stesse quantita‘, con le stesse finiture e gli stessi costi. Abbiamo cercato di dimostrare che in realta‘ la differenza sta nell’approccio del progettista, nel suo impegno, semplicemente attraverso l’uso del colore, creando spazi accoglienti, conferendo un’identità agli edifici.

Ci puoi fare un esempio?

Per esempio l‘ingresso di emergenza alla clinica Qoratu, dipinto con cura di rosso, con le scritte studiate adeguatamente, e grazie all‘introduzione di semplici schermi frangisole, e‘ stato riconosciuto come ingresso principale del campo. I rifugiati lo considerano un punto di riferimento.

L‘impatto di questo progetto, apparentemente piccolo, ci ha convinto che la qualita‘ dell’architettura, la bellezza di un luogo, il diritto al decoro e alla dignita‘, anche nell’estetica di cio‘ che ci circonda, sono parte integrante e necessaria del processo di guarigione psicologica per chi ha vissuto traumi come quelli della querra. La vera sfida, quindi, è progettare, anche in questi contesti, con lo scopo di prefigurare un futuro possibile per le comunità. E spesso e‘ piu‘ questione di impegno e di design che di budget.

Indipendentemente dal caso specifico, quindi, cosa insegna questa esperienza, sul contributo dell’architettura per ridurre l’emarginazione?

Da questa esperienze, e dalle altre in Sudan e in Senegal, emerge con forza la necessità di riconsiderare l’architettura come opera collettiva e come bene comune al servizio della comunita‘. Il processo di generazione e realizzazione di un progetto architettonico deve quindi essere strutturato in modo da coinvolgere progettisti, istituzioni e utenti nella costruzione di un “bene comune” capace quindi di trascendere la mera utilità o estetica dell’oggetto architettonico, che, da sola rischia di diventare ulteriore strumento di emarginazione.

Il caso del campo profughi conferma che l’architettura, intesa come opera collettiva, può anche contribuire al consolidamento di valori comuni come identità, consapevolezza e appropriazione e quindi mitigare il senso di abbandono e di marginalizzazione.

E‘ qualcosa che va oltre la forma degli edifici. Il critico Davide Tommaso Ferrando, che ha lavorato con noi al Padiglione Italia, nella Biennale del 2016, sostiene che i cosiddetti „commons“ non sono definiti in termini oggettivi ma relazionali attraverso un processo che riguarda indifferentemente beni materiali o immateriali. Cosi l’architettura, una volta introdotta nell’ambito dei beni comuni, sarà caratterizzato più dalla capacità di attivare processi collettivi di riappropriazione e trasformazione dell’ambiente urbano, che dall’assunzione di una specifica forma fisica.

Che lezione avete imparato dall’esperienza nel Kurdistan iracheno?

Che si devono sfatare anche molti luoghi comuni. Nella desolazione del campo profughi il tempo passa molto lentamente in attesa di qualche cambiamento. Gli uomini si muovono per il campo ingannando le lunghe ore di stasi. Le donne invece sono sempre indaffarate in qualche attività, pronte a qualunque evenienza. Sembrano effettivamente in grado di reagire alla tragedia. La resilienza delle donne, in queste condizioni cosi estreme, dovrebbe forse essere considerato un potenziale anche per la necessaria rigenerazione anche delle nostre citta’.

Grazie TAMassociati!

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