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Il prevedibile fallimento del carcere: uno strumento di tortura mascherata.

Ci ritroviamo difronte ad un paradosso. Davanti a noi, come da diversi secoli a questa parte, stiamo adottando uno strumento punitivo ed afflittivo che ha dimostrato la sua inefficienza. E talvolta, perché va detto, questa inefficienza ha prodotto dei mostri.  

Mostri che hanno assunto la forma dell’appiattimento dei diritti più fondamentali, per cui nessun uomo o donna posto sulla Terra debba esserne privato. E sebbene questo principio cogente, abbiamo manifestatamente deciso di violarlo con la offuscata e terribile pretesa di garantire la giustizia, tramite la cassazione della dignità. 

E dal momento che le parole sono incredibilmente importanti – nel preciso istante in cui concorrono a definire la realtà, o almeno quella realtà che noi definiamo come tale – non ho timore a qualificare il carcere, come generalmente inteso e strutturato, uno strumento di tortura mascherata.  

Ed è ben chiaro che non mi riferisco alla classica tortura, sarei sciocco altrimenti. La definisco una tortura nei suoi effetti.  

Infatti, a ben vedere, la tortura come il carcere una volta che piomba su un qualsiasi corpo fisico e mentale produce una sproporzionata sofferenza. Del resto, va sottolineato, e mai dimenticato, che la pena volta ad essere afflitta ad un reo dessa debba essere proporzionata al reato commesso. Ma ciò non può avvenire in un luogo come quello carcerario, dove le sofferenze si accumulano una sopra l’altra. La vita nelle strutture detentive, nei fatti, si rispecchia come una pena applicata su un’altra pena.  

Mi rendo conto che questo punto possa essere poco chiaro. Quindi, cosa intendo con somme di pene che generano questa sproporzionalità?  

Ebbene, il primo aspetto che va affrontato è la ormai cronica ed avvilente  questione del sovraffollamento. Stando ai dati che ci concede il lodevole lavoro dell’associazione Antigone, nel suo ultimo rapporto sulle condizioni di detenzione,  si osserva quanto l’affollamento delle carceri sia un problema strutturale e  generalizzato su tutto il territorio italiano, ad eccezione di due Regioni: il Trentino:

Alto Adige e la Sardegna. 

A questo punto, provate ad immaginarvi di dover scontare una pena detentiva, in un contesto che non vi permetta di respirare e che vi privi delle più basilari forme di privacy ed intimità che ogni umano cerca di conservare. Non credete anche voi, che questa sia la manifestazione di un sovra-supplizio irragionevole? 

Oltretutto, oggi, tal problema si dimostra quanto mai evidente a causa dell’enorme  fasto che sta affrontando tutto il mondo: la pandemia.  

In un contesto di stretta costrizione e di soffocante sovraffollamento, come è possibile gestire tutte le norme di distanziamento, per evitare il contagio da Covid 19?  

La risposta è di semplicissima portata: è materialmente impossibile. E ciò conduce inevitabilmente ad un altro dilemma. Il diritto alla salute non è forse un diritto che dovrebbe essere garantito a tutti, a prescindere dalle informazioni contenute sul certificato penale di una persona? 

Per rispondere a questa ulteriore domanda, abbiamo uno splendido strumento che possiamo utilizzare alla stregua di una bussola. La Costituzione.  E la nostra carta costituzionale, manco a dirlo, parla chiaro. Per cui la risposta è  affermativa.  

Nonostante ciò, è sconcertante vedere come la nostra risposta statale sia di tutta evidenza di senso contrario. 

Passando oltre, per riportarsi sulla fattuale sproporzionalità della pena carcere, a  mio avviso, va evidenziato quanto pure le celle, in Italia, non sempre rispettino gli  standard posti dalla corte Cedu. Per i quali le celle dovrebbero garantire almeno tre metri quadri di spazio a persona, per non incorrere in un trattamento inumano o  degradante. 

Ciò dimostra, di nuovo, quanto il carcere si rispecchi in una poli-afflizione del  detenuto, ponendo nell’ombra qualsivoglia principio di legalità della pena, così come intesa secondo i parametri costituzionali.  

Sovraffollamento, diritto alla salute negato e celle che sembrano stanze di  costrizione inquisitorie, non hanno effetti solo sul piano dei diritti. Oltre a concorrere nel rendere la pena detentiva sproporzionata, rendono gli istituti penitenziari ambienti non sicuri per i suoi utenti. Dunque, un po’ cinicamente, non ci si deve sorprendere se nelle prigioni italiane si continui a morire, a causa dei suicidi commessi dagli stessi detenuti.  

E tale sconfitta, traduce visivamente quanto un luogo studiato per contenere e  costringere senza guardare alla persona, sia un luogo distruttivo e non costruttivo.  Al contrario, la pena dovrebbe necessariamente costruire, per raggiungere quel  nobile scopo che le è attribuita, ovvero quello della rieducazione.  

Un luogo salubre produce malessere e pure morte, e così non dovrebbe essere se  tali spazi si trovano sul palmo della mano di uno stato di diritto. 

Per trovare una soluzione a questo fallimento, non dobbiamo cadere nell’errore di  non rivolgersi anche nei confronti dell’opinione pubblica, in modo che possa  abbracciare l’idea di una visione costituzionale della pena.  

Oggi, un pericoloso sentimento – quello giustizialista – si sta innervando nell’opinione pubblica; erosivo dei principi garantisti che coronano, almeno formalmente, il nostro ordinamento penale.  

E ciò si rifletta nella spasmodica volontà pubblica di punire con, infondata e  indiscriminata, forza chiunque si macchi di un crimine. E talvolta, purtroppo, tale  ira sociale viene scagliata pure nei confronti di chi, per qualsiasi ragione, si ritrovi  sul registro degli indagati. Dimenticandosi, in questo caso, che indagato non è  sinonimo di colpevole. 

Il fatto è che quasi nessuno, a maggiore ragione chi s’arma di parole giustizialiste, ha una chiara visione della realtà carceraria. E questo, è inevitabile quando il tema delle carceri si cerca, in ogni modo possibile, di rimuoverlo dalla nostra mente.  Tra noi e il carcere, di fatto, poniamo diverse distanze che hanno tutte lo scopo di  allontanare l’immagine di essa dalla nostra vita.  

In primo luogo, possiamo parlare di distanza mentale, che prende forma concreta  tramite la distanza fisica. Non a caso, gli istituti penitenziaria sono posti, quasi sempre, in zone limitrofe e nascoste, in modo da favorire la distanza che si vuole  ergere. 

Ed ecco che in questo modo, una terza distanza prende forma ovvero quella che possiamo definire come distanza sociale, la quale si realizza fra i cittadini c.d.  incensurati e i detenuti. Non favorendo, in questo caso, il pieno reinserimento sociale degli ultimi. 

Ebbene, queste tre distanze osservate attentamente, senza difficoltà, mi appaiono  come la messa in azione di un meccanismo di difesa: la “rimozione” ipotizzata da  Freud. 

Tramite la rimozione, quindi, il carcere non esiste finché non ci si avvicina per  volontà o perché imposto a seguito di una sentenza condannatoria.  Eppure, il carcere esiste ed aleggia su tutti noi, e per questo una riflessione sul tema  va fatta, osservandolo da vicino e senza paura. 

Chi batte queste parole su questo foglio, non ha la pretesa di proporre la corretta  via per ovviare alla questione carceraria. Tuttavia, d’altra parte, quel che è certo, e  che non si può negare, è che il carcere va abolito o quantomeno riformato per  ottenere un mutamento totale della sua essenza.  

Il dibattito fa abolizionisti e riformisti è un dibattito, al momento, prettamente di  nicchia e poco ascoltato da chi ha il potere di percorrere la via per le riforme  necessarie del sistema delle pene.  

Il mio spirito, per certi versi intrepido, mi porta ad accogliere a mente aperta la sfida  messa in campo dagli abolizionisti. Tacciati, per altro, d’essere utopistici nelle idee.  Appellativo che mi rifiuto di ricevere.  

Poiché ciò che si presta ad essere una proposta razionale e spinta da nobili principi,  non può essere tacciata di utopismo. Semplicemente, a questo scopo, è richiesta  una forte volontà politica, di cui amaramente ne siam privi. 

Abolire il carcere richiamerebbe alla memoria la necessità di assecondare i  parametri costituzionali contenuti nell’art.27 della Costituzione. Il quale, va  nuovamente ricordato, impone d’imperio il fine rieducativo della pena.

A tal proposito, ci sarebbe da ridere se la situazione non fosse drammatica nel  constatare che il tasso di recidiva, prodotto dal nostro sistema carcerario, si attesti  al 68%. Ciò sta a significare, vergognosamente, che il 68 % delle persone che entra in carcere, una volta uscita ricommette un reato.

E badate bene, la colpa è di un  sistema che ha dolosamente deciso di abbandonare i detenuti a loro stessi, con la  stupida aspirazione che questi autonomamente chiusi in una cella, con altri detenuti, maturino sui loro sbagli. Assurdo doverlo scriverlo, ma far scontare una  condanna in un ambiente nocivo è pura follia e i suoi effetti son ben visibili.  Tale dato, inoltre, ci riassume e ci permette di comprendere quanto sia una bugia  che il carcere produca sicurezza. Il carcere non vende sicurezza. Tutt’altro! Ed è del  tutto dimostrato.  

Siamo difronte ad una effettività rinnegata della pena, poiché nella pratica i  principi costituzionali vengono rinnegati.  

Hegel sosteneva, con estrema chiarezza, che il delitto fosse la negazione del diritto. Mentre la pena, al contrario, si prestava come la riaffermazione del diritto.

E tal principio è ben saldo pure nella mente degli abolizionisti, che facilmente prestano il fianco alla prevedibile ed immediata domanda: “ma quindi abolire il  carcere è un via libera per tutti!?” 

Sostenere di voler abolire la pena detentiva, non vuole significare abolizione delle pene in generale.  

Su questo va, innanzitutto, affermato che la Costituzione quando parla di pene non parla mai di carcere. Difatti, alla luce dei lavori dell’Assemblea Costituente si  interpreta la volontà, da parte di essa, di lasciare sostanziale carta bianca nelle  mani del Legislatore. Va, oltremodo, ricordato che fra i membri dell’Assemblea  Costituente vi parteciparono soggetti che subirono la mano pesante del carcere  fascista. Si trattava di persone che avevano ben in mente cosa volesse  rappresentare la vita carceraria, perciò s’abbandonarono nella speranza che il Legislatore riempisse le misure punitive con una vocazione riformatrice ed umana.

In quegli anni, Altiero Spinelli, nel 1949, su “Il Ponte” – allora diretta da Piero  Calamandrei – sosteneva con fermezza: “più penso al problema del carcere e più mi  convinco che non c’è che una riforma carceraria da effettuare: l’abolizione del carcere penale”  

Sulla base di queste premesse, l’opinione degli abolizionisti si adagerebbe su forme di risposta da parte dell’ordinamento conformi ad un principio di effettiva rieducazione del reo. La risposta penale non può e non deve sempre conformarsi alla detenzione, come accade oggi. Si tratta, in altri termini, di una punizione  standardizzata di uno Stato pigro che si rifiuta di calibrare la propria punizione sulla  base della persona che si ha difronte.  

E gli esempi su questo fronte non mancano nel mondo ma pure in Italia. Le misure alternative alla detenzione (l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare, il regime di e la liberazione anticipata), in questo senso, sono un’ottima strada da seguire, ma la loro portata, nel nostro paese, è ancora molto bassa.  Un maggiore utilizzo si dovrebbe riflettere pure nelle sanzioni di comunità, “ovvero di prestazioni lavorative e attività riparatorie in favore della collettività, che realizzano, meglio di ogni altra, quel reinserimento sociale cui la pena deve tendere  secondo Costituzione e che, prevenendo la recidiva, garantisce davvero la sicurezza dei cittadini” (L.Manconi, S.Anastasia, V.Calderone e F.Resta, “Abolire il  carcere”).  

O ancora, si potrebbe pensare a percorsi di restituzione del danno, in cui il reo, in prima persona, è impiegato nel riparare il danno prodotto dando spazio in questo senso ad una forma di giustizia riparativa.  

L’obiettivo sottostante di tutte queste forme di pene si anima nell’offrire ad ogni detenuto una reale opportunità di reinserimento sociale. Evitando, in questo  modo, l’alienazione sociale che molti ex detenuti subiscono una volta terminato il loro periodo di detenzione. Preservando, tra l’altro, la loro dignità umana. Ma elemento ancor più importante si ritrova nell’idea di avere misure punitive diversificate. Superando in questo modo la soluzione standardizzata, che non va di certo bene per tutti.

Per concludere, mi pare evidente che l’avanzamento di proposte aventi per oggetto  la rimozione, dal nostro ordinamento penale, della pena detentiva non debba  apparire come una proposta irrealizzabile ed utopistica.  

Del resto, le prigioni non sono sempre esistite. Storicamente, si può facilmente  collocare fra il Settecento e l’Ottocento le creazioni delle stesse. 

Vi fu, per l’appunto, una evoluzione che rimosse le pene corporali e ciò portò alla nascita della soluzione detentiva. Le prigioni, dunque, servirono a riformare un  sistema preesistente che si manifestava nella tortura e nella marchiatura dei rei. 

Oggi è forse arrivato, anche per noi, il momento di riformare lo status quo scuotendo gli archetipi esistenti, rivoluzionando quello che si sostanzia in una pena  criminalizzante con la conseguente scomunica delle premesse sociali, nonché  costituzionali, sulle quali il carcere pone le basi della propria esistenza. Le pene, in ultima analisi, concorrono a rispecchiare la nostra società. Il  trattamento che si riserva ai detenuti è un ottimo strumento per qualificare l’effettività dello stato di diritto di una nazione.  

Mantenere viva ed alta la dignità di chi ha commesso uno sbaglio, va osservata  come questione di strategia nazionale per preservare la sicurezza e lo sato di salute  dello Stato. 

Ciò detto, la pena carcere nel periodo storico innervato e sospinto dall’emergere  sempre più progressivo dei diritti umani e civili non dovrebbe avere spazio. Se non  per motivi d’umanità, quantomeno lo dovrebbe essere per motivi d’effettiva e  compiuta razionalità.

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