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Naked Japanese woman with a kimono, vintage erotic art. Nude (1901) by William Merritt Chase.

Se proprio vuoi abortire, un po’ devi soffrire – Oltre la retorica del senso di colpa

“Fino a quando la società rifiuterà a una donna l’autorizzazione ad abortire quando sceglie di farlo, la paura delle auto-colpevolizzazioni post-aborto sarà certa ed effettiva come la legge che glielo proibisce. Il problema, allora, è come aiutare le donne ad affrontare la realtà delle emozioni post-aborto mentre si scrollano di dosso i sensi di colpa imposti da qualcun altro […] Forse condividere la mia esperienza personale potrebbe in qualche modo mostrare alle mie sorelle che la colpa e le sue emozioni connesse non devono necessariamente seguire un aborto”.

A scriverlo è Carol Driscoll, una delle numerose autrici del manuale di salute della donna Our Bodies, Ourselves, risposta all’oscurantismo sul tema. Era il 1970, tre anni prima che l’interruzione volontaria di gravidanza venisse legalizzata negli Stati Uniti. La testimonianza di Carol è dolorosa e difficile da leggere, perché si tratta della storia di un aborto clandestino, eseguito sul tavolo della cucina di casa sua da un’infermiera. Carol non ha sensi di colpa, ma ricorda quella esperienza in modo negativo per la paura e il dolore che ha provato. È anche convinta che se l’aborto fosse stato legale e sicuro, l’avrebbe vissuto come una liberazione.

In Italia, grazie alla L.194/78 ogni donna ha diritto ad interrompere volontariamente una gravidanza senza rischi, tolto l’alto numero di obiettori che non rendono questo diritto ancora pienamente fruibile. Tuttavia, però, questo diritto per essere accettato dalla società circostante, deve necessariamente associarsi ad una narrazione dolorosa dell’evento, una narrazione traumatica e a senso unico che implichi una sofferenza, un trauma, un dolore insuperabile, un lutto, un rimorso o una colpa. Una narrazione cupa che non accetta che una donna autoderminata possa dire con serenità: “Ho abortito e sto bene, perché era la scelta migliore per me”.

In Italia, secondo l’ISTAT il 25% delle donne ha abortito almeno una volta nella vita, questo mette immediatamente in luce l’incongruenza tra una narrazione comune del fenomeno che lo descrive come qualcosa di eccezionale e la normalità con cui le donne invece accedono al servizio. Vige un’egemonia della narrazione tragica nonostante la densità del fenomeno a livello percentuale. Questo la dice lunga.

Nessuno ci offre uno spazio per una narrazione che possa vedere l’aborto come un’esperienza che implichi emozioni e conseguenze diverse per ogni donna: per qualcuna sarà senz’ altro quella del dolore ( legittimo, rispettato e comprensibile) ma per qualcun’altra sarà quella della liberazione, del sollievo e della propria autonomia. La stessa letteratura scientifica, individua l’aborto come trauma arrivando a determinare a livello medico quella che viene chiamata sindrome post-abortiva. Sono quindi i “rischi psichici per la salute mentale della donna” e non più i “diritti dell’embrione” che oggi vengono usati dai movimenti pro-vita, noti avversari della legalizzazione dell’aborto, come deterrente per la pratica abortiva.

La sindrome post abortiva è stata smentita dalle ricerche empiriche come quella dell’American public Health Association Meeting, secondo cui “una settimana dopo aver chiesto l’aborto il 97% delle donne che lo hanno ottenuto sentono sia stata la scelta giusta, mentre il 65% delle turnaways  – cioè quella a cui l’intervento viene rifiutato,  avrebbero ancora voluto ottenerlo.

Questa narrazione, che va oltre il senso di colpa, risulta ancora oggi un taboo quasi a voler punire, per forza, una pratica che desta ancora scalpore. E’ un po’ come se la retorica abortista si cristallizzasse nello slogan: “Se proprio vuoi abortire, un po’ devi soffrire”. Dolore come espiazione di una colpa commessa. Dolore necessario e universale che non lascia spazio all’autonomia decisionale ma solo ad uno sguardo pietistico destinato a chi non può fare altrimenti.

Una donna dovrebbe essere libera di vivere l’interruzione di gravidanza come un’esperienza dolorosa, così come un’esperienza consapevole, legittima e ponderata, ma nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato ad imporre una narrazione culturalmente accettata al fine di impedire ad altre donne di compiere una scelta che resta legittima, legale e sicura!

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