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Erdogan e la guerra alle donne: 100 ragioni per processare il dittatore

Lo scorso 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ha avuto inizio la campagna One hundred reasons to prosecute the dictator (Cento ragioni per processare il dittatore), che mira alla raccolta di almeno 100.000 firme da consegnare all’ONU e ad altre istituzioni internazionali perché venga fatta giustizia sulle migliaia e migliaia di crimini contro le donne (in particolare contro donne attiviste impegnate nella lotta alla violenza di genere e al patriarcato) di cui il regime del dittatore turco Recep Tayyip Erdoğan si macchia quotidianamente.

La campagna, che terminerà l’8 marzo 2021, è stata organizzata dal TJK-E (Tevgera Jinên Kurd Li Ewropayê, Movimento delle Donne Curde in Europa, ndr), che ha raccolto una documentazione dettagliata di prove e dati sui femminicidi politici commessi dallo Stato fascista turco. In 18 anni di governo dell’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, Partito della Giustizia e dello Sviluppo, presieduto da Erdogan), la violenza di genere è aumentata del 1400% – percentuale incredibilmente significativa – ed <<Erdogan è diventato il principale autore di un sistema che si macchia di massacri, omicidi e stupri mirati e sistematici nei confronti delle donne>> (dall’appello del TJK-E, ndr).

Le cento ragioni scelte dal TJK-E per processare il dittatore turco, dunque, sono cento delle migliaia di donne massacrate, assassinate e stuprate per mano del regime. Alcune di queste cento erano militanti politiche, colpevoli di essersi organizzate contro il regime fascista turco, altre erano membri della società civile, addirittura bambine. Ricorre proprio oggi, 4 gennaio, la caduta delle attiviste curde Seve Demir, Pakize Nayir e Fatma Uyar, massacrate a Silopi dal fuoco dell’esercito turco.

I nomi delle cento donne assassinate

Cade invece tra pochi giorni l’ottavo anniversario di uno dei più noti di questi femminicidi di Stato, ossia quello di Sakine Cansız, co-fondatrice del PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ndr), Fidan Doğan (del Congresso Nazionale del Kurdistan) e Leyla Şöylemez, assassinate dai servizi segreti turchi a Parigi il 9 gennaio 2013. Oltre a loro, nella simbolica lista di cento donne uccise vediamo Hevrin Khalaf, co-presidente del Partito del Futuro della Siria, brutalmente uccisa delle milizie turco-jihadiste il 12 ottobre 2019, durante l’invasione del Rojava. E ancora Ceylan Onkol, di appena dodici anni, uccisa mentre portava al pascolo delle pecore. Zehra Barkal e Hebun Khalil, membri del Kongra Star (una confederazione di organizzazioni di donne del Rojava), rimaste vittime di un attacco mirato da parte di droni turchi mentre si trovavano a Kobane in casa della compagna Amina Weissy, anch’essa caduta.

Cento donne, cento femminicidi, cento ragioni.

Oltre a processare Erdogan, il suo partito AKP e i loro mercenari per gli efferati crimini commessi quotidianamente contro le donne, la campagna si pone come scopo il riconoscimento del femminicidio come crimine contro l’umanità, similmente al genocidio. Il TJK-E afferma infatti che, stando alla definizione data dalla Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, redatta dalle Nazioni Unite, per genocidio si intende “uno qualsiasi dei seguenti atti commessi con l’intenzione di distruggere, totalmente o parzialmente, una nazione, etnia, razza o religione, in quanto tale: uccidere membri del gruppo; causare gravi danni fisici o mentali ai membri di quella collettività; infliggere deliberatamente certe condizioni di vita al gruppo, calcolate per causarne la distruzione fisica totale o parziale” (fonte: appello del TJK-E).

La sistematicità strategica con cui lo stupro e il femminicidio vengono portati avanti dal regime turco, in particolare nei confronti di donne curde e/o di donne politicamente organizzate, rende questo crimine paragonabile in termini giuridici al già regolamentato genocidio, caratterizzato appunto da una modalità pianificata. Il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale del femminicidio come forma di genocidio contro il genere femminile permetterebbe di sferrare un primo colpo alla normalizzazione del fenomeno.

La violenza di genere è infatti un fenomeno talmente radicato in tutte le società umane da essere pressoché considerata normale; questo avviene perché, effettivamente, la violenza contro le donne è il primo strumento con cui il sistema patriarcale impone il suo dominio sulla società.

Promuovendo e diffondendo questa campagna lanciata dal TJK-E è nostra intenzione di militanti iniziare a chiamare la violenza di genere per quello che è: una guerra alle donne sistematica e totalizzante, che si combatte in ogni ambito e in ogni luogo, sul nostro corpo, nella vita privata e in quella sociale. È una guerra che noi donne combattiamo a casa, a lavoro, in strada e sui social media, che ci minaccia fisicamente e psicologicamente. È una guerra radicata nell’ideologia patriarcale su cui le nostre società sono costruite, che ci vorrebbe vittime silenziose. Soprattutto, è una guerra che non cesserà finché esisterà il sistema patriarcale. Identificare la violenza contro le donne come genocidio di genere, dunque, è il primo di tanti passi volti a scardinare la normalizzazione della violenza stessa – passaggio fondamentale affinché avvenga un vero, profondo cambiamento. La normalizzazione del femminicidio è infatti un ostacolo più imponente di quanto si possa credere, poiché segnala la perdita di morale della società e, di fatto, l’abitudine non solo al ruolo subalterno delle donne, ma alla brutalizzazione delle stesse con lo scopo di ridurle al ruolo di cui prima.

Il banner della campagna

La campagna One hundred reasons è una chiamata internazionale affinché venga fatta giustizia non solo per le cento donne scelte dal TJK-E, ma per tutte le donne oppresse. Ogni firma ottenuta è un passo verso il raggiungimento di questo obiettivo. È per questo che come Rete Jin chiediamo alle lettrici e ai lettori di questo articolo di firmare e diffondere la petizione. Crediamo che questa campagna sia un importante tassello di una lotta unica e molteplice di resistenza e liberazione. Sempre in questi giorni, la repressione del regime turco ha colpito nuovamente Leyla Güven, parlamentare dell’HDP (Halkların Demokratik Partisi, Partito Democratico dei Popoli, ndr), già precedentemente incarcerata, protagonista di uno sciopero della fame di duecento giorni e ora condannata a una ingiusta detenzione di ventidue anni per terrorismo, l’accusa con cui il regime fascista turco è solito attaccare le/i dissidenti.

La violenza contro le attiviste politiche e le donne in generale prosegue. L’invito che facciamo con la diffusione di questa campagna è di sostenerci a vicenda e unire le nostre lotte, siano esse provenienti dal Kurdistan, dall’Europa o da altrove, contro la violenza patriarcale e statalista che ci opprime tutte.

Berxwedan jîyane!

La resistenza è vita!

Rete Jin è un collettivo politico femminile nato due anni fa ed esistente in decine di città italiane. È composta da donne militanti di qualunque età e nazionalità, e si occupa di sostenere la rivoluzione del Rojava con campagne dall'Italia e proporre sul territorio le diverse tematiche di studio relative al confederalismo democratico, alla liberazione delle donne e all’ecologia politica.

Comments (4)

  • Anna Novellini

    Da donna e femminista non posso chiudere gli occhi e il cuore davanti a questo appello

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  • Banica

    Con tutto il cuore con la speranza che possa andare a un buon fine

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  • Maurizia

    100, 1000 ragioni per firmare

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  • Simona

    Assolutamente firmo sperando possa servire

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