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Consolation (1894) by Edvard Munch

DUKAL AMARO RAT. Quando inizierà l’Italia a lavorare attivamente con le minoranze romanì?

Dukal mo rat.


In romanes significa: “Mi fa male il sangue” ed è un detto che ho sentito spesso, in questi anni, pronunciato dalla mia gente, con la voce rotta e gli occhi bassi, un ricordo di luce a incrinarli nella sera.


Dukal mo rat. Mi fa male il sangue.
Lo diciamo quando il mondo è troppo amaro e ci spezza le ossa, quando la rabbia è così forte che non possono custodirla le parole, non la possono contenere.
Nel momento in cui scrivo questo articolo, il sangue sì, fa molto male. Fa male ma non fa rumore, perché certe notizie non le trovate sui giornali.



Anna ha sei figli. L’ultima figlia nata da poco, ad Acerra. Il campo rom nel quale vive, a Napoli, sulla Circumvallazione esterna di Secondigliano, è stato dichiarato zona rossa il 3 dicembre. Nessuno può entrare e nessuno può uscire se non per motivi di necessità ed emergenze, come da norme vigenti.


Dopo il parto, Anna torna al campo ma si sente subito male. Per una settimana chiede di poter uscire per recarsi all’ospedale, ma le forze dell’ordine poste a presidiare il campo glielo impediscono. Le sue condizioni di salute peggiorano giorno dopo giorno, fino a quando la sorella, in un ultimo tentativo, la carica in macchina e cerca di uscire dal campo. Ancora una volta, tuttavia, le forze dell’ordine bloccano loro la strada. Anna sviene, la sorella chiama l’ambulanza, che arriva soltanto dopo un’ora. Non c’è, però, più niente da fare: Anna è morta. Aveva 32 anni.


I testimoni dicono che non soltanto le forze dell’ordine negassero loro una richiesta legittima, ossia l’accesso urgente alle cure, diritto fondamentale e per il quale è consentito uscire dalla zona rossa, ma addirittura, ridessero vedendo la donna a terra, ormai in fin di vita.

Se pensate, però, che questo sia il primo atto di violenza di cui rom e sinti, in Italia, sono vittime, mi dispiace dirvi che vi sbagliate.

2008. Ponticelli, Torino.

A Ponticelli circola la voce che Angelica, una ragazza residente al campo, abbia ‘rubato’ un bambino.

A testimoniarlo la madre e la famiglia del bambino. La notizia non viene nemmeno verificata, prima di essere riportata su tutti i giornali locali, scatenando una vera e propria rappresaglia contro gli abitanti del campo. Di lì a qualche giorno, il campo viene dato alle fiamme. Non solo: all’incendio seguono le petraie e poi altri incendi, che costringono tutti gli abitanti a fuggire nel giro di 48 ore.


In seguito, iniziano ad emergere varie incongruenze nel racconto della madre e della famiglia: pare che la ragazza fosse in verità amica della famiglia e che spesso si recasse, sotto invito, a casa loro.

Pare che la madre le avesse chiesto di accudire il bambino e che quindi non ci fosse stato alcun rapimento, ma lo stesso la ragazza rom viene condannata a tre anni e otto mesi, senza un vero processo e senza prove sufficienti. Nel frattempo, il campo rimane deserto, divorato dalle fiamme per giorni.

2013. Napoli.


Una donna rom sta camminando con il figlio quando, dal terzo piano del palazzo sotto il quale si trovano a passare, viene lanciato loro addosso acido muriatico. A gettarlo, un’inquilina che si giustifica subito dicendo di essersi sbagliata. Il benzinaio che ha soccorso il figlio, prima che i vestiti impregnati di acido potessero provocargli gravi ustioni, dice che non è la prima volta che l’inquilina colpisce la madre e il bambino, che anzi, è la terza. Precedentemente, aveva cercato di colpirli con acqua bollente e candeggina. A questo punto, l’inquilina cambia versione e afferma che i due passassero le giornate a elemosinare sotto il suo palazzo, azione da lei trovata ‘indecorosa’.



2017, Dragona.



Una ragazzina di 14 anni residente al campo rom di via Ortolani, ad Acilia, viene pestata per strada.
Secondo le ricostruzioni, gli aggressori sono un uomo e una donna, che la ragazzina incontra sulla via di casa. La donna ha in bocca un ciuccio per bambini e, quando la ragazzina, mossa dalla curiosità, le chiede il perché, l’uomo estrae una mazza ferrata dalla sua automobile e inizia a colpirla alla testa.

Sia l’uomo che la donna, inoltre, iniziano ad urlarle insulti razzisti: “Sappiamo che siete del campo nomadi, sappiamo che siete zingari.”
A soccorrerla alcuni abitanti del luogo, che la trovano per terra, con la testa sanguinante.

Fonte https://www.romatoday.it/cronaca/bambina-rom-aggredita-dragona.html

2019, Roma.



Una donna rom sta passeggiando con la bambina di appena 16 mesi e il marito. A un certo punto la bambina inizia a piangere e la madre, prendendola in braccio, nota che è ferita, sta perdendo sangue.
Scoprono, poi, una ferita da arma da fuoco sulla schiena della piccola. Il colpo è stato sparato da Marco Arezio, ex dipendente del Senato, dal balcone di casa. Dalle indagini, emerge che l’uomo avesse in casa un intero arsenale, detenuto illegalmente, e che più volte si fosse prestato a discorsi xenofobi e razzisti.


Arezio tenta di giustificarsi, così come l’inquilina di Napoli, dicendo che è stato un errore, che il colpo è partito per sbaglio e proprio per sbaglio è finito sull’unica bambina rom che si trovava a passeggiare nel parchetto sotto casa.
La bambina rimane paralizzata.


2019, Roma, Casal Bruciato.

Senada, una donna rom italiana, di origini bosniache, ottiene finalmente una casa popolare nel quartiere di Casal Bruciato, a Roma. Finalmente, una casa in cui vivere insieme al marito e ai figli. La famiglia sta già sistemando le prime cose, quando, nel quartiere, esponenti di Forza Nuova e Casapound, iniziano ad aizzare gli altri abitanti contro la famiglia, ‘rea’ di avere sangue rom.
La situazione precipita, al punto che Senada viene scortata in ogni movimento dalla polizia, fino a quando la tensione è così alta che la donna teme per la vita dei propri figli e decide di tornare al campo.
Tengo a precisare una cosa: uno degli insulti che vengono rivolti a Senada è ‘p*ttana’. Perché lo voglio specificare? Come precedentemente detto, Senada ha origini bosniache. Durante le guerre yugoslave, le stesse da cui la famiglia della donna è stata costretta a scappare alla volta dell’Italia, una delle principali armi usate e promosse dall’esercito era lo stupro di guerra.

2019, Roma, Torre Maura.


Alcune famiglie rom vengono assegnate a un centro di accoglienza nel quartiere di Torre Maura.

Anche stavolta, come a Casal Bruciato, esponenti politici di estrema destra, iniziano a guidare manifestazioni contro i nuovi ‘vicini’ di casa. Per contrastare questa nuova ondata di odio, altri abitanti del quartiere e associazioni, decidono di confezionare del cibo, in particolare del pane, e portarlo ai nuovi arrivati, in segno di solidarietà. Vengono, tuttavia, bloccati dai manifestanti, che gettano il pane a terra e lo calpestano.


La situazione è tale che i rom vengono caricati su un pulmino e allontanati dal quartiere, con la promessa di un nuovo centro di accoglienza, in un quartiere più ‘tranquillo’. Cosa succede, poi?
Vengono abbandonati per strada.

Questi sono solo alcuni degli episodi di antiziganismo di cui l’Italia si è resa partecipe. Episodi che rimangono relegati a poche testate locali, quasi silenziati, al contrario di quanto avviene quando a compiere il crimine, invece, è proprio un rom o un sinto.


Secondo uno studio dell’Università di Harvard, condotto tra il 2002 e il 2015, è proprio il nostro Paese ad essere primo in Europa per ostilità percepita contro le minoranze romanì. In particolare, dallo studio emergeva che ben l’83% di italiani si dichiaravano ostili alla presenza di rom e sinti. Percentuale che sembra essere aumentata con l’emergenza covid-19.


Ed è quasi buffo pensare che l’Italia è uno dei Paesi europei in cui le minoranze romanì sono presenti in minor numero (circa lo 0.2% della popolazione totale).
Preoccupante, se si pensa che esistono comunità romanì presenti in Italia fin dal Medioevo, le quali hanno contribuito allo sviluppo della cultura e della storia italiane, così come gli altri italiani non rom.
Ancora più preoccupante, se si pensa che proprio in Italia, durante la Seconda Guerra Mondiale, erano presenti campi di concentramento i cui prigionieri erano esclusivamente rom, sinti e caminanti (si pensi, a uno tra tutti, Agnone). Campi che non sono ancora stati ufficialmente riconosciuti, così come non lo è la minoranza romanì presente in Italia, né la lingua, il romanes, tantomeno il Samudaripen (genocidio nazifascista di tutti i popoli romanì presenti in Europa).


Quando? Quando inizierà l’Italia a riconoscere le proprie responsabilità e lavorare attivamente con le minoranze romanì per costruire un cambiamento positivo nelle condizioni di vita dei suoi membri, le stesse che ora costituiscono un primato emergenziale in Europa?


Quando smetterà questo sangue di fare così male?

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