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Tunisia

Io sono Tunisino

Nel 2011 ci fu quella che viene chiamata “Primavera Araba”. In Tunisia, dopo 28 giorni di proteste di massa contro l’autoritarismo, la corruzione, la povertà e l’oppressione politica, il presidente tunisino Ben Ali fu costretto a dimettersi, dopo un governo di ben 23 anni.

Nonostante le grandi speranze riposte nella rivoluzione, nelle richieste di un governo laico e di maggiori libertà e diritti, l’influenza della religione riuscì comunque a diventare ancora più forte e si susseguirono vari episodi di violenza da parte di gruppi estremisti, che continuano ancora oggi.

Questi terribili avvenimenti non impedirono il nascere di una nuova Costituzione di tipo progressista nel 2014, che mantiene comunque come capisaldi l’appartenenza alla nazione araba e musulmana, la cui religione è l’islam, infatti non sono previste riforme in senso laico ( art.1 e art. 5), benché vi siano le garanzie sulla libertà di culto e  di credo e venga proibito l’incitamento all’odio. La libertà di religione resta sotto la custodia dello Stato che può, in caso di sicurezza pubblica, moralità, salute, limitarne l’espressione ( art. 6. Art. 49).

A guardarla dall’esterno pare che la Tunisia abbia raggiunto il proprio obiettivo relativo alla democratizzazione. 

Nei fatti, invece, si è ancora molto lontani da una pratica reale di libertà di culto ed espressione e di accesso ai diritti per tutti. Il Paese è fortemente instabile e vi sono enormi sacche di povertà e di radicalizzazione, oltre che di lesione dei diritti di base.

Un caso emblematico è quello di W., rapper che, per quello che esprimeva nella propria musica, è stato perseguitato fino al punto da subire da parte di terroristi islamici un attacco incendiario nella sua stessa abitazione. La casa venne distrutta e perse la vita il padre. W. ne uscì vivo ma con gravissime ustioni su tutto il corpo.

La sua musica portava avanti una battaglia politica e sociale contro il governo e la sua ipocrisia, per la libertà delle minoranze, di espressione e di “non seguire religioni”, Le sue parole  denunciavano le ingiustizie di un paese ancora troppo legato a corruzione e privilegi per pochi a discapito di un’intera popolazione e dove continua ancora oggi la pratica delle torture, l’imbavagliamento della stampa, la violenza e gli arresti per chi va “contro la morale, il costume, la tradizione e la religione”. Comunità LGBTI, atei, liberi pensatori e donne in cerca di giustizia sono alla gogna.

W. per quello che cantava venne arrestato e spinto anche a guardare i “poliziotti” mentre torturavano altri che, come lui, chiedevano democrazia. Negli anni venne sottoposto a minacce, insulti, umiliazioni, tutto per costringerlo a smettere di suonare. W. non ha mai voluto cedere ed ha continuato nonostante tutto.

Il sogno di essere musicista, di vivere in un paese democratico non lo ha mai fermato. Provò persino a continuare ad esprimersi attraverso la sua musica in Libia, da cui fu costretto alla fuga per l’instabilità della scena politica. 

Tornato in Tunisia riprese coraggio e ricominciò a cantare con la sua band, pubblicando in rete canzoni e video del loro lavoro artistico. Ancora una volta entrò nello spiraglio delle persecuzioni e, in particolare, a seguito dell’arresto di uno dei membri della band, W. e gli altri componenti misero in atto un presidio all’esterno del carcere, chiedendone la liberazione, ottenendo solo ulteriori attacchi sia dalla polizia che da alcuni fondamentalisti.

W. sperò fino alla fine che quella rivoluzione che tanto aveva appassionato i loro cuori portasse ad un mondo più giusto.

La musica gli diede il coraggio di andare avanti continuando a chiedere DIRITTI e la fine della corruzione di politici e polizia: “Se professi altro o sei lgbti o ateo o semplicemente pensi in maniera diversa dagli altri, sei fregato! Ti possono arrestare, rinchiudere, torturare, isolare. Non sei nessuno, figurati se puoi mai pensare di diventare Presidente e cambiare le cose!”. Sottolineiamo che in Tunisia il Presidente oltre che nato in Tunisia deve essere di fede islamica. 

W. canta e la sua musica dà fastidio, perché racconta troppa verità.

Dopo diversi anni e dopo l’attacco incendiario alla sua abitazione, W. viene scacciato dalla sua stessa famiglia, che lo considera la causa della morte del padre “perché se non cantava e diceva la verità, nessuno sarebbe andato ad incendiargli la casa”.

W. è costretto infine a scappare. Scappa dalla Tunisia, dai suoi sogni, dalla sua idea di libertà; scappa dal suo Paese dove sulla carta si dichiara il diritto alla libertà di espressione, come principio fondamentale dopo la “Primavera Araba”, ma si pratica l’offesa, l’umiliazione, l’arresto e la tortura, la persecuzione; tutte cose impresse con il marchio del fuoco sulla sua pelle per sempre. Ustioni che sono il suo tormento e la sua libertà.

Arriva nel 2018 in Italia, in un Paese che al solo sentire la parola tunisino immagina terrorista, ladro, approfittatore, piegato ad un luogo comune fattosi pietra. 

W. non canta più. L’Italia sembra aver quasi definitivamente ucciso le sue speranze: qui non trova diritti, ma ancora una volta, ingiustizie, povertà, affanni. L’Europa che si proclama terra di diritti è piena di muri, ostacoli , piena di sogni caduti.

Nell’agosto del 2020, il Ministro Lamorgese si reca in Tunisia per firmare gli accordi tra il governo italiano e quello tunisino, accordi di cui non si conosce legittimità e contenuto, ma che di fatto producono una macchina di espulsione impressionante, infernale.

Decine e decine di espulsioni in poco tempo. I giovani tunisini in arrivo sulle nostre coste non sono persone, ma merce di scambio per una prova di forza del novello Ministro dell’Interno che rimpatria oltre 160 tunisini a settimana, in un tour che li vede dentro hotspot sottoposti a trattamenti inumani e degradanti senza mai avere accesso al diritto di asilo ed alla benché minima informativa su qualsiasi cosa. Dentro quarantene a ripetizione, tra navi e centri indegni. Un tour ad occhi chiusi in cui nessuno spiega loro nemmeno dove sono arrivati ed in cui non hanno diritto nemmeno di fare domande.

Fioccano i trattenimenti nei CPR ed i rimpatri diretti, dove si ritrovano persino decine di minori stranieri non accompagnati (MSNA). I più “fortunati” ricevono “ fogli di respingimento a 7 giorni” ( i tunisini li chiamano sorridendo: permesso di 7 giorni) che li lasciano almeno “liberi” di muoversi sul territorio; alcuni sono “ospiti di luoghi come il Villaggio Mose di Agrigento ed il centro di Villa Sikania a Siculiana, posti noti per le scarse condizioni di accoglienza da anni, e dove, dopo quarantene deliranti e del tutto al di fuori delle norme igienico-sanitarie, sempre i tunisini ricevono “un foglio di respingimento 7 giorni”.

Il caso di B. ed F., cittadini tunisini, è emblematico. Arrivano in Italia il 21.08.2020 a Lampedusa e vengono trasferiti al villaggio Mose per un primo periodo di quarantena di 10 giorni. Quindi spostati a Villa Sikania, dove giungono il 21 ottobre, dopo 20 km fatti a piedi, poiché non vi sono mezzi sufficienti, sotto scorta. 

A Villa Sikania vivono in stanze sovraffollate e senza alcuna attenzione alla promiscuità con persone risultate positive al tampone COVID-19. 

Manca tutto: i detergenti, i cambi dei vestiti, le mascherine. Dopo qualche giorno “gli ospiti” protestano per le pessime condizioni in cui si trovano e la mancanza totale di informazioni; come tutta risposta arrivano le forze dell’ordine a manganellarli, tra loro viene colpita anche una donna incinta di nazionalità somala. 

“ Non hanno rispetto di nulla. Nemmeno delle donne in gravidanza”.

Le proteste finiscono con un nulla di fatto e intanto continuano quarantena e controlli a mezzo tampone. A Villa Sikania effettuano ben quattro tamponi per verificare la presenza di virus SARS COV-2. Perché così tanti nessuno lo comprende. “E’così e basta” . In quei giorni B. ed F. provano più volte a chiedere che diritti hanno senza ottenere alcuna risposta. Ripetono più volte agli operatori che sono scappati perchè avevano problemi e chiedono con chi possano parlare. Nessuno risponde.

Verso la fine di novembre B. e F. ricevono un foglio ( il decreto di respingimento con accompagnamento in frontiera) che firmano perché gli si dice di farlo ma senza che ne comprendano il senso e senza che nessuno gli dica cosa sia. Su quei fogli vi è anche scritto che rinunciano alla domanda di protezione internazionale ( una domanda che non hanno mai presentato), ma non lo sanno. B. e F. vengono invitati ad abbandonare il centro e si muovono alla volta di Roma. 

E’ qui che Marwa e Yasmine li incontrano al nostro sportello di Pensare Migrante,  dove insieme a loro viene deciso di proporre ricorso avverso il respingimento con l’avvocato Nicola Parisio, che collabora con noi. 

L’ingiustizia ci sembra evidente non solo per il maltrattamento subito nei diversi centri di accoglienza “in cui erano stati ospitati”, ma perché mai avevano avuto la possibilità di far valere le loro richieste di asilo, né tantomeno di riuscire ad essere ascoltati, ricevere un minimo di informativa su dove si trovassero e quale fosse il loro destino in Italia.

Il ricorso viene depositato il 2 Dicembre ed il 17 Dicembre viene accolto: il provvedimento di respingimento viene considerato illegittimo e dunque annullato.

Il Giudice di Pace Avv. Raineri Antonini scrive: il ricorrente era fuggito dalla Tunisia, perché non era al sicuro e non era migrante economico, come la Questura nel provvedimento di espulsione ha scritto, precisando che non era stato informato del fatto che avrebbe potuto chiedere la protezione internazionale e pertanto era soggetto inespellibile (…) Il Giudicante è tenuto a controllare, al momento dell’espulsione dei requisiti di legge che ne impongono l’emanazione e che esulano dal presente giudizio quelle che sono le ragioni di merito, secondo quanto previsto dal  D.L.gs 286/98. 

E aggiunge: “ La Questura ha preferito rimanere contumace (..) il provvedimento di espulsione si appalesa illegittimo ciò in ossequio a quanto previsto dalla direttiva 2013/32/UE e dall’ordinanza della Suprema Corte in materia di avvertimento della possibilità di richiedere Protezione Internazionale”

Il Giudice ha dunque ribadito che il diritto di asilo è un diritto individuale, che le autorità competenti, comprese quelle in frontiera, dovrebbero procedere ad esame rigoroso, in un tempo e luogo adeguato che permetta alla persona di accedere alla procedura effettivamente , presentando tutti gli elementi utili alla sua richiesta e che l’informativa corretta è essa stessa un diritto e deve essere garantita, come da norma, fornendo materiali opportunamente tradotti e traduttori idonei, nonché dando informazioni sulle procedure e le sedi cui è possibile presentare le istanze. 

Tunisia

Tutto ciò è scritto nelle Direttive Europee e nelle leggi nazionali ed internazionali sul diritto d’asilo, un diritto sempre più umiliato e calpestato dal nostro governo, che continua a dare enormi poteri discrezionali alle “forze dell’ordine”. 

Una vittoria dunque, ma anche una vittoria amara perché legata al caso di un incontro: il nostro. Una vittoria che mostra nella sua casualità quanto ingiusto e superficiale sia questo nostro governo e quanto spietato questo accordo tra Italia e Tunisia che condanna all’orrore centinaia di migliaia di persone, attraverso disposizioni discriminatorie e lesive del diritto. 

Eppure quelle stesse persone che umiliamo e respingiamo con tanta ferocia, in tutti i modi, ogni giorno, provano a costruire un mondo migliore attraverso rivolte individuali o di massa, attraverso la musica e le arti o sfidando gli abissi e la morte, perché ancora oggi nel 2020 si continuano a  costruire muri e barriere anziché ponti. In quanti non riescono a farcela?  In quanti nonostante tutto continuano a chiedere giustizia? 

In quanti stanno subendo deportazioni scellerate senza mai accedere nemmeno al diritto di parola e senza aver mai avuto risposta alla domanda: Dove sta l’Europa dei diritti? 

W. B. ed F. sono uomini in cerca di giustizia e ci dimostrano con coraggio che battersi è giusto, nonostante tutto, e che battersi insieme è l’unica strada per un mondo in ri-volta, dove tutti finalmente abbiano davvero pari diritti.

Un nuovo spazio creato da donne e uomini che hanno incontrato sogni, progetti e necessità delle persone migranti e che insieme hanno deciso di dare una nuova forma al pensiero contemporaneo. Uno snodo tra le reti cittadine nazionali e internazionali per contribuire al superamento della crisi in cui versano i diritti dei migranti, diritti umani di ognuna e ognuno di noi. Un nuovo spazio di condivisione per dare voce al pensiero migrante, ai dati, all’arte, a un’economia solidale e sostenibile, alla partecipazione dal basso della cittadinanza. Contro la staticità, contro le frontiere fisiche e mentali, per un nuovo modello sociale in cui non c’è chi dà e chi riceve, ma una comunità solidale, mutuale, forte e fiera di aver abbattuto ogni confine.

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