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Ragazza in quarantena

Cosa possiamo imparare dalla seconda ondata?

 In seguito al propagarsi del virus Covid-19, la pandemia, ovvero la diffusione dell’epidemia che arriva ad investire la vita della maggior parte della popolazione mondiale, se non tutta, ha messo un po’ chiunque alle prese con tante difficoltà mai affrontate prima, con stili di vita nati da un adattamento dovuto e forzato allo stesso tempo a questa fase particolarmente complessa.

Le contraddizioni sociali che l’emergenza ha fatto salire a galla, tipiche di qualsiasi società che non ha mai saputo o voluto fronteggiare le cicatrici del proprio Paese a dovere e che sono intrinseche a diversi settori, come quello economico, così come quello prettamente sociale, non hanno fatto altro che affaticare chi queste contraddizioni le ha sempre avvertite. 

Un aspetto primario da tenere in considerazione è quanta incidenza ha avuto la pandemia sulle persone e sulla società dal punto di vista relazionale. In seguito al propagarsi del Covid 19 si è sempre più col tempo ritenuto necessario adottare, in base all’andamento dell’indice di contagio, delle misure restrittive affinché il pericolo potesse essere arginato.


Il lockdown totale, una delle precauzioni adottate dalla maggior parte dei governi di tutto il mondo per ridurre il pericolo di contagio del virus, ha ridotto notevolmente le relazioni interpersonali tra le persone, andando a creare un forte distacco nel rapporto tra gli individui e la società, andando a distendere quella che può essere definita una percezione individualistica del reale, specialmente in chi tende ad avere una visione del mondo incentrata su una visione tipicamente neorealista. 

Il senso di solitudine, di chiusura in senso lato, che molte persone, in particolar i giovani e gli anziani, hanno conosciuto e con cui oramai hanno anche fraternizzato, non ha fatto altro che danneggiare la connessione che lega ogni singolo soggetto a tutto ciò che li circonda e qualsiasi tipo di contatto, intaccando il legame con l’altro, contribuendo ad una precarizzazione psicologica che ha indebolito fortemente la stabilità emotiva del soggetto stesso. 

Quando quindi parliamo di solitudine, di distacco nei confronti della dimensione reale in cui si è immersi, una menzione va fatta toccando vari aspetti, andando a tracciare anche il peso di quelle che sono state tra l’altro le scelte politiche prese dai vari Governi e come queste hanno contribuito sull’andazzo della situazione nell’ambito dei rapporti umani.


Con la chiusura non soltanto dei negozi e delle piccole attività, come i bar ed i ristoranti, ma particolarmente delle scuole, delle università, delle biblioteche, gli spazi di aggregazione sociale, di discussione e confronto collettivo, nonché la linea che permette la connessione con il territorio in cui si vive, sono venuti meno.

La didattica a distanza, oltre a non tenere molto spesso in considerazione molte delle esigenze reali di chi sta vivendo con difficoltà questo periodo storico, ha originato un forte distanziamento non soltanto fisico ma anche emotivo tra le persone per la diminuzione delle interazioni sociali. I legami personali insomma sono stati messi a dura prova, è andato ad incrementarsi il senso di abbandono, di smarrimento che già l’isolamento rende difficile di suo da sopportare e che non è alleggerito sicuramente dalle varie conseguenze dovute all’emergenza sanitaria in atto, che ne è purtroppo la causa primaria.


La paura, l’angoscia, l’ansia cronica ed immotivata, sono tutte sensazioni e stati d’animo, oramai abbastanza costanti, dovute alla fase che stiamo attraversando ed al senso di incertezza con cui si è dovuto fraternizzare durante il primo periodo di diffusione del virus, e che purtroppo ancora adesso vede la popolazione sotto torchio e pressione.

C’è sicuramente da considerare un aspetto molto importante che ha attenuato i danni psicologici dovuti alla forte condizione di stress e di “ipocondria” sociale generata dalla pandemia e dallo stesso lockdown: la capacità che in molte e molti hanno saputo manifestare nell’organizzare modalità alternative di socializzazione, di discussione, nonché le pratiche quotidiane che hanno, seppur solamente in parte, permesso di ammorbidire le gravi conseguenze del blocco che è stato posto sulla vita della maggior parte della popolazione mondiale.

Seppur la tecnologia abbia col tempo alterato la percezione che si tende ad avere del reale, in questo momento va considerata diversamente, sotto un’ottica più costruttiva.

L’utilizzo dello strumento della videochiamata, per esempio, ha dato l’occasione di accorciare la distanza tra i vari soggetti, come amici e parenti, garantendo che i rapporti umani non andassero completamente persi.L’esistenza di diverse piattaforme, come i ben noti Zoom e Twitch, o lo stesso Microsoft Teams adottato per fronteggiare le complicazioni inerenti il mondo scolastico ed accademico, garantiscono un alleggerimento delle difficoltà prima citate.Al di là dell’utilizzo dei digital device, una buona fetta di persone si è data alle attività più disparate, cercando di impegnare il proprio tempo in un modo quanto più funzionale possibile in risposta e contrasto alle complessità degli ultimi mesi.


Come però si è già affermato, le condizioni materiali non sono uguali per chiunque. È importante sottolineare che, per quanto il lockdown non escluda forme altre con cui abbellire la propria quotidianità, c’è chi la pressione sociale ha continuato ad avvertirla e a condannarla, chi si è sentito ancora di più messo ai margini della società, trascurato ed inserito in un contesto di smarrimento dovuto a mancate forme di supporto, di sostegno, in particolar modo dal punto di vista economico.

Si è sentito parlare frequentemente di digital devide, ovvero di divario digitale generato da una distinzione netta tra chi può più o meno facilmente avere accesso ai servizi d’alta tecnologia e chi invece questo diritto non lo possiede per un rigido quadro di povertà anche in questo caso affliggente. 

Nell’ambito sanitario, i sintomi da disturbo post-traumatico che ha investito chiunque faccia parte del settore e che ha speso le proprie energie per la salvaguardia dell’incolumità delle persone sono ingenti. L’Istituto RIZA in merito dichiara: “Durante la prima fase dell’epidemia è stato effettuato uno studio in Cina che ha coinvolto 1.257 operatori sanitari che hanno assistito pazienti in reparti Covid-19. Dai dati emergono percentuali importanti di depressione (nel 50% del campione), ansia (44,6%), insonnia (34%) e stress (71,5%), con particolare severità soprattutto per infermieri e operatori di prima linea.”


Di fatto, come si è accennato all’inizio, la pandemia ha messo in risalto le contraddizioni sociali che per molto tempo sono rimaste nascoste e che soltanto con la nascita e la diffusione del virus, e con la chiusura totale dei vari Paesi, sono uscite allo scoperto.

La società tutta è sempre stata fortemente divisa tra privilegiati e non privilegiati, differenziazione che nemmeno la pandemia non è riuscita ad annullare. In aggiunta, le decisioni politiche sono andate ad inficiare pesantemente anche sul funzionamento dei vari settori; il forte numero di contagi ha portato per esempio ad un pesante crollo del sistema sanitario stesso, soprattutto nelle nazioni con un grande deficit del settore in questione per i numerosi tagli effettuati nel corso degli anni o dove il problema della privatizzazione dei servizi è notevolmente presente; la mala gestione della pandemia ha avuto un terribile effetto sulla vita di moltissime persone, generando rischi e complicanze che si potevano tranquillamente raggirare, come nel caso degli Stati Uniti d’America, della Spagna o come per il quadro critico della Lombardia, in Italia, ad inizio emergenza.


La didattica a distanza non garantisce piena tutela a studentesse e studenti che vedono così ancora di più lo sfumarsi dei loro diritti, che in questo caso ricade sul proseguo della propria carriera scolastica o accademica, reso burrascoso e aggravato da un forte danneggiamento dovuto all’allontanamento dai vari luoghi della formazione, per non parlare dell’impossibilità di accesso alle sedi di ricerca e di studio, come le biblioteche comunali, o agli spazi di collettività e collaborazione come quelli autogestiti.

Insomma, è chiara la forte incertezza che l’emergenza Coronavirus ha incentivato in seguito alla mancanza di garanzie da parte dei Governi e delle istituzioni tutte, così come è palese la disparità sociale che, come si è detto in precedenza, divide in ricchi e poveri, in sfruttati e sfruttatori, come è stato dimostrato dalle azioni di molte grandi imprese.

Con l’avvento del lockdown, il tessuto sociale è andato a frantumarsi in maniera sostanziale, gettando benzina su un fuoco fin troppo acceso che è quello della disoccupazione; basti pensare per esempio alle molte attività a rischio di chiusura permanente ed all’incremento dei licenziamenti.

Per quanto riguarda l’Italia, i dati ISTAT nel secondo trimestre del 2020 riportano un calo della percentuale della soglia d’occupazione pari al 57,6%, rispetto al primo trimestre in cui la stessa era del 58% circa, che ha colpito in particolar modo i giovani dai 15 ai 34 anni e che si rivolge maggiormente ai lavori part-time o con contratti in scadenza non rinnovati.


Un altro tema che va toccato è l’incidenza che potrebbe aver avuto il cambiamento climatico, e come questo potrebbe aver inciso sul suo propagarsi.

Si dice infatti che il virus potrebbe avere la possibilità di propagarsi più facilmente per ambienti particolarmente inquinati, trovando quindi nell’inquinamento un ottimo veicolo di diffusione. C’è dunque chi vede nella pandemia una risposta da parte della natura al disastro ambientale in corso, ai forti cambiamenti climatici che stanno portando il nostro pianeta verso una distruzione quasi certa qualora le manovre di gestione in merito all’emergenza non dovessero cambiare.

Le dichiarazioni dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale Sanitaria, sul tema in questione sono in realtà incerte, ma non escludono che “i cambiamenti climatici possono essere fonte di stress per gli ecosistemi, per la salute umana e di conseguenza per i sistemi sanitari, quindi possono influenzare negativamente, seppur in modo indiretto, la pandemia. Inoltre, dev’essere considerato il fatto che quasi tutte le pandemie recenti hanno origine nella fauna selvatica e ci sono prove che l’aumento della pressione umana sull’ambiente naturale favorisca l’emergere di nuove malattie.”


Le misure adottate, dunque, non hanno fatto altro che aggravare una situazione di crisi di per sé fortemente segnata dallo sbilancio, come si è detto, sociale ed economico che già di base era molto presente e che ora è evidenziato da un tipo di crisi che la maggior parte della popolazione mondiale non aveva mai affrontato. La seconda ondata del virus non è stata tra l’altro accolta con più tranquillità, a causa del malcontento generale nato durante il primo periodo, e incrementato dalla forte pressione che ha afflitto il sistema sociale.


Il concetto di normalità è diventato ancora di più un qualcosa di molto relativo, al punto tale che attualmente ci si chiede spesso cosa significhi vivere in un contesto “ordinario” e se effettivamente la fase pre-pandemica rispettasse le esigenze di chi avverte l’oppressione sociale ogni giorno sotto le manifestazioni più disparate.

La risposta è semplice: le forti discrepanze sociali emerse con violenza durante questi mesi, che si sono espresse attraverso contestazioni di ogni tipo da parte di cittadine e cittadini oppresse ed oppressi dalla propria situazione di forte crisi e povertà, gli errori politici del passato che sono stati un ulteriore danneggiamento della forte crisi sistemica che affligge l’intero pianeta sotto più aspetti, come quello degli squilibri climatici e ambientali e le diseguaglianze economico-sociali, rappresentano un effettivo pericolo per la nostra incolumità e per la nostra salvaguardia personale sotto vari ambiti.

L’intolleranza popolare nei confronti di queste criticità è sempre stata molto forte, seppur con i suoi alti e bassi, considerato che si è sempre cercato di contrastare una probabile ma possibilissima lacerazione del tessuto sociale mondiale.

È bene citare una frase che è girata un po’ ovunque negli ultimi tempi, e che è molto rappresentativa: “Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema.”

Agire nel concreto e costruire un futuro migliore non è impossibile, né corrisponde ad un progetto utopistico da realizzare. Gli episodi e i fatti degli ultimi mesi devono ancora di più sensibilizzare sulla possibilità di prendere parte ad un piano di concretizzazione di una realtà alternativa rispetto a quella a cui si era inconsapevolmente o meno abituati, affinché gli errori del passato possano non ripresentarsi; bisogna dunque autorganizzarsi qualora le nostre richieste continuino a non essere recepite ed ascoltate, e mostrare umanità e forte empatia in un’epoca come questa dove umanità ed empatia sono valori in crisi, seppur non sull’orlo dell’estinzione.

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