TOP
Donne con velo

Islam ed ecosostenibilità: quando l’istanza spirituale rinsalda quella sociale

L’anniversario dell’accordo di Parigi di quest’anno, segnato duramente dai limiti forzati del Covid-19, si contraddistingue per la partecipazione “virtuale” di 47 istituzioni religiose, le quali ora più che mai fanno sentire la loro voce riguardo alla crisi climatica.

Da Papa Francesco al Dalai Lama, la pressione ai leader politici mondiali diventa sempre più forte ed insistente.

La presa di coscienza della necessità di una rieducazione in chiave eco-sostenibile sembra alquanto recente, almeno per quanto concerne l’ambito religioso.

Tuttavia, esiste una prospettiva ambientalista di cui si parla ancora molto poco e che si sta sviluppando da decenni negli ambienti musulmani: ovvero, l’Islam Verde, anche conosciuto come eco-Islam.

L’eco-Islam è un movimento che si forma intorno alla seconda metà degli anni ’60 e nasce come reazione ad una teoria controversa formulata dallo storico Lynn White Junior nel 1967, il quale riteneva che la genesi della crisi ambientale era da imputare alle religioni monoteiste, in particolar modo al Cristianesimo occidentale.

Il padre fondatore del pensiero teologico eco-islamico è Seyyed Hossein Nasr, studioso di fama mondiale dell’Islam e attualmente professore universitario alla George Washington.

Allora, quando cominciò ad interessarsi della questione climatica, quasi nessuno sembrava ascoltare le parole di Nasr:

Ne parlavo spesso in televisione e alla radio, ma era un argomento molto impopolare. Nessuno voleva sentirne parlare. Tutti pensavano che l’Occidente stesse inquinando il fiume Hudson e il Tamigi e che si stesse arricchendo, ma nessuno diceva nulla. Ora che tocca a noi diventare ricchi, dicono: “Non fatelo perché il mondo crollerà”. Questo tipo di argomentazione era comune”.

Tuttavia, a partire dagli anni Settanta in poi, il mondo islamico ha iniziato a prendere la cosa più seriamente. Da quel momento, molti esponenti nel mondo arabo e islamico hanno cominciato a scrivere sull’ambiente.

Egli afferma l’esistenza di un autentico movimento ambientalista islamico in molti Paesi musulmani. La Turchia, l’Iran, l’Indonesia e la Malesia sono i leader in questo senso, con l’Egitto, il Pakistan, il Marocco e la Nigeria che seguono la scia attivista in modo significativo.

Emblema di questo movimento è senz’altro il suo libro “La Crisi Spirituale dell’Uomo Moderno” (1967), in cui spiega l’importanza della conservazione della natura e del rispetto del creato, che sono tra gli obblighi islamici più importanti.

Infatti, l’interpretazione dell’eco-Islam si basa sul corpo di alcuni Hadith e sulle Surat del Corano. Dio identifica la natura come un arazzo di segni per l’uomo affinché egli rifletta sulla sua esistenza. I versetti del Corano, in sé per sé, sono da considerarsi segni, tanto da condividerne la medesima parola araba: ayat.

In questi versi, i cui capitoli prendono spesso il nome di fenomeni naturali, Dio ha conferito all’umanità il dovere di proteggere e ristabilire l’equilibrio nell’ambiente e di proteggere i segni di cui potranno godere le generazioni future.

A tal proposito, l’Islamic Foundation for Ecology and Environmental Sciences (IFEES) nel Regno Unito è una delle fondazioni formatesi negli ultimi anni e che cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso una serie di think-thank e l’istituzione di una vera e propria “Dichiarazione Islamica sul Cambiamento Climatico Globale”.

Di fronte ad un’umanità in imminente pericolo, minacciata da siccità, alluvioni, terremoti, deforestazione e altri disastri ambientali, il credente è chiamato ad andare oltre le divisioni interne ed esterne alla religione e di apportare un cambiamento radicale alle proprie abitudini, e non solo durante il Ramadan o il pellegrinaggio alla Mecca.

In un’intervista rilasciata a Deutsche Welle, Fazlun Khalid, uno degli eco-teologi più famosi al mondo nonché fondatore dell’IFEES, sottolinea questo concetto attraverso una metafora:

Immaginate un gruppo di persone appartenenti a diverse religioni, tutti seduti in una stanza e poi immaginate che il tetto cada improvvisamente sulla loro testa. Uscireste davvero dalla stanza dicendo: “Sei un cattolico, sei un indù, di te non m’importa, quindi ti lascio qui”? Abbiamo tutti un pianeta in comune e non c’è via di fuga. Quindi dobbiamo parlare tra di noi e lavorare insieme.”

L’istanza spirituale diviene dunque intersezionale rispetto alla consapevolezza e all’esigenza di una rivoluzione socio-culturale: l’unica, incontrovertibile soluzione per arginare i devastanti effetti dell’emergenza climatica globale.

Post a Comment