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LUCI ED OMBRE DEL RECENTE INTERVENTO LEGISLATIVO IN TEMA DI MIGRAZIONI E PROTEZIONE INTERNAZIONALE

E’ stato convertito in legge il decreto adottato dal Governo, in materia di immigrazione e protezione internazionale, e che contiene anche diverse disposizioni in materia penale.

Il decreto, prima della definitiva approvazione da parte del Senato (avvenuta il 18 dicembre 2020) era stato in più parti modificato e migliorato (specie con riguardo alle disposizioni in materia di permesso di soggiorno) dalla Camera, specie a seguito di un attento e proficuo lavoro da parte della Commissione Affari Costituzionali.

Si tratta dell’atto tanto annunciato di riforma dei decreti varati dal primo Governo Conte, e conosciuti come i decreti Salvini.

Dopo il decreto legge 113 del 2018, infatti quasi un anno dopo (e poco prima di inabissarsi nella crisi del Papeete) da parte dell’allora Ministro dell’Interno fu varata la seconda proposta di intervento d’urgenza “in materia di ordine e sicurezza pubblica”, poi approvata dal Parlamento nell’agosto 2019.

Già il decreto dell’ottobre 2018, metteva insieme – quali facce della stessa presunta emergenza – la questione “immigrazione” e la sicurezza pubblica.

A seguito dell’affondo già portato dal governo Gentiloni sulle procedure di riconoscimento della protezione internazionale con l’adozione del cosiddetto decreto Minniti, dal primo governo Conte veniva abrogato l’istituto della protezione umanitaria (spingendo in tal modo decine di migliaia di persone migranti in una condizione di irregolarità e clandestinità) e si attaccavano alle forme più diffuse di conflitto e autorganizzazione sociale, con la reintroduzione del reato di blocco stradale (ipotesi oggetto di depenalizzazione alla fine del 1999) e l’aggravamento sanzionatorio previsto in caso di invasione e occupazione di immobili.

Anche nel cosiddetto Salvini-bis vicenda migratoria e conflitto sociale venivano tenute insieme, e si motivava il ricorso alla forma del decreto legge con il richiamo ad una presunta situazione di emergenza sia sul fronte delle migrazioni che su quello dell’ordine pubblico, inserendo modifiche al testo unico sull’immigrazione, al codice della navigazione, al codice penale e al codice di procedura penale, al testo unico di pubblica sicurezza del 1931, alla legge del 1975 sull’ordine pubblico.

In particolare venivano introdotte sanzioni amministrative (pesantemente aggravate in sede di conversione in legge) nei confronti dei soggetti che operano il soccorso marittimo nel Mediterraneo, inserendosi così nella terribile parabola che ha caratterizzato la vicenda delle migrazioni negli ultimi decenni.

Anni contrassegnati da migliaia di morti nei percorsi migratori e dal costante ripetersi di naufragi con decine o centinaia di persone annegate, di evidente carenza del sistema di soccorso in palese violazione delle convenzioni internazionali sui salvataggi in mare, dal tentativo di supplire alle mancanze degli Stati da parte delle organizzazioni non governative, dalla criminalizzazione dei soccorritori posta in essere da alcuni magistrati e da provvedimenti governativi, dalla chiusura dei porti e dai sequestri delle navi. Un vero e proprio olocausto innescato dalle legislazioni restrittive sull’immigrazione e dagli ostacoli frapposti al diritto di asilo ed alla protezione internazionale.

Reiterando lo schema già seguito nel primo decreto Salvini, ad un primo gruppo di disposizioni che hanno di mira i migranti e coloro che creano reti di solidarietà e sostegno a chi fugge da guerre e miseria seguono altri articoli indirizzati a colpire le forme di conflitto ed organizzazione sociale, questa volta senza badare alle provenienze geografiche dei protagonisti, specie con riferimento alle manifestazioni non autorizzate ed agli illeciti che potrebbero essere commessi nelle manifestazioni di piazza.

La normativa adottata ora dal Parlamento contiene sicuramente disposizioni importanti e positive per ciò che riguarda la condizione dei migranti, aprendo nuove strade per l’emersione di migliaia di cittadini stranieri presenti nel nostro paese dalla condizione di irregolarità in cui erano precipitati come conseguenza dell’abolizione dell’istituto della protezione umanitaria avvenuta nel 2018, e dopo gli esiti non soddisfacenti della recente sanatoria (limitata ai soggetti impiegati nei settori del lavoro domestico e del lavoro agricolo, ma sostanzialmente operante solo per colf e badanti), e con riguardo all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e dei titolari di protezione.

In particolare va sottolineata la portata della modifica della disposizione contenuta nel testo unico sull’immigrazione in ordine al divieto di espulsione e respingimento non solo nei confronti degli stranieri che rischiano di essere sottoposti a tortura o trattamento inumano e degradante nel proprio Paese, ma anche laddove nello Stato di appartenenza si riscontrino violazioni sistematiche e gravi dei diritti umani ed in tutti i casi in cui l’allontanamento dal territorio italiano comporti una violazione del diritto alla vita privata e familiare dello straniero.

Ai fini della valutazione dell’esistenza di questa violazione la nuova norma prevede che si debba tenere conto dei vincoli familiari dell’interessato, dell’effettivo inserimento sociale nel nostro paese, della durata del soggiorno in Italia, della esistenza (o mancanza) di legami familiari, sociali e culturali con il proprio paese di origine.

Se sussiste una violazione del diritto alla vita privata e familiare dunque, anche in caso di  mancanza dei presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale, il richiedente ha comunque diritto ad un permesso di soggiorno, per protezione speciale, convertibile in permesso per motivi di lavoro, così come avverrà per i permessi di soggiorno per calamità, per acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide, per attività sportiva o artistica, per motivi religiosi, per assistenza di minori e per cure mediche.

Se questo è l’aspetto sostanzialmente positivo, anzi grandemente positivo, dell’intervento riformatore del 2020, che per tante persone presenti ormai stabilmente nel nostro Paese percorsi di concreto inserimento sociale con una ricaduta positiva sul piano della sicurezza – anche sanitaria – di tutti i cittadini, restano sul tappetto le tante questioni derivanti dalla mancata abrogazione di altre disposizioni introdotte dai cosiddetti decreti sicurezza, a partire dalla introduzione di quelle fattispecie penali che colpiscono situazioni di particolare fragilità e di conflitto sociale (ovvero la reintroduzione del reato di blocco stradale, l’aggravamento delle sanzioni prevista per l’occupazione di immobili da parte dei senzatetto, la previsione della fattispecie penale della mendicità molesta, l’introduzione di aggravanti riferite ai reati commessi in occasione di manifestazioni pubbliche, e l’aggravamento di misure di controllo amministrativo, DASPO e simili, che tanti problemi pongono sotto il profilo della tenuta costituzionale).

Parimenti è oggi necessario e non più differibile intervenire su terreni strategici quali la riforma della legge sulla cittadinanza, sulla riforma dei decreti Minniti-Orlando che impediscono al richiedente asilo di ricorrere in appello avverso le pronunce a lui sfavorevoli dei tribunali in tema di riconoscimento della protezione internazionale, e della inversione di rotta rispetto alla ipertrofico incremento dell’intervento penale, che purtroppo caratterizza le politiche dei diversi schieramenti che negli ultimi decenni hanno governato il Paese in un esercizio senza fine e senza ragione del populismo penale, che avvelena la vita pubblica parlando demagogicamente agli istinti peggiori della popolazione. Purtroppo anche con le disposizioni oggi entrate in vigore il legislatore ha inserito diposizioni nuove o aggravanti per i reati commessi nei centri di permanenza per i rimpatri, per l’introduzione di cellulari nelle carceri, per il reato di rissa, e la previsione di pesanti interventi di natura amministrativa e di polizia in materia di divieto di accesso agli esercizi pubblici e ai locali di pubblico intrattenimento.

Resta ancora in piedi la disposizione inserita nel secondo decreto Salvini sulla possibilità di limitare o vietare con decreto interministeriale il transito e la sosta (nell’estate dello scorso anno fu bloccato dal Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio il decreto interdittivo emesso nei confronti della nave Open Arms, vicenda dalla quale ha preso il via il procedimento penale a carico dell’ex Ministro dell’Interno e la cui udienza preliminare si terrà il 9 gennaio a Palermo ), sia pure con la previsione di sanzioni amministrative pecuniarie molto più blande di quelle risultanti dalla conversione in legge dell’agosto 2019 – siccome già raccomandato dal Capo dello Stato – e con l’esclusione della confisca dell’imbarcazione.

Con riferimento a tale disposizione va evidenziato il fatto importante (e positivo) per cui Governo e Parlamento hanno precisato che le norme interdittive non operano nelle ipotesi di soccorso immediatamente comunicate al centro di coordinamento competente ed effettuate nel rispetto delle indicazioni emesse “sulla base degli obblighi derivanti dalle convenzioni internazionali in materia del diritto del mare, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e delle norme, nazionali, internazionali ed europee in materia di diritto di asilo”.

Non si potrà più chiedere a coloro che strappano le persone dalla morte in mare, come purtroppo varie volte accaduto in passato, di riportare i naufraghi nell’inferno libico.

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