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miniere di carbone

“Non posso svendere la mia gente, E se sarà necessario morirò. Per loro”

Scritto da Francesco Martone

Queste le parole, quasi premonitrici del proprio destino, di Fikile Ntshangase, 65 anni, vicepresidente di uno dei comitati del MCEJO (Mfolozi Community Environmental Justice Organization) e leader della resistenza contro l’espansione della miniera di carbone di Tendele, presso Somkhele, nel Kwazulu-Natal.

Venne uccisa nella sua casa con sei colpi di pistola il 20 ottobre scorso da 3 sicari. Poco prima le fu offerta di somma di denaro affinché firmasse un documento con il quale si impegnava a ritirare ogni denuncia relativa alle attività dell’impresa mineraria Tendele ed al loro ampliamento, che provocherebbe l’espulsione di 21 famiglie dalle loro terre ancestrali a Ophondweni.

Fikile Ntshangase, Fonte: https://www.greengrants.org/2020/10/27/fikile-ntshangase/

L’intero piano di espansione a Ophondweni e Emlalaheni si snoda su un totale di 22mila ettari e comporterebbe l’espulsione di circa 200 famiglie. 140 famiglie hanno già accettato i risarcimenti proposti dall’impresa ed hanno lasciato le loro case. Altre non vogliono scendere a compromessi.

Pochi mesi prima una altra attivista che si opponeva all’espansione della miniera, Tholakele Mthembu, riuscì a sfuggire ad un attentato dopo che vennero sparati 19 colpi di arma da fuoco contro la sua casa. Somkhele e Fuleni, i territori che verrebbero devastati dalle attività minerarie, potrebbero essere luoghi ideali per uscire gradualmente dal carbone e creare posti di lavoro sostenibili, turismo e protezione ambientale. Ben 40 anni fa alcuni documenti provavano come quelle terre fossero adatte all’agricoltura. Ciononostante, nel 2007 la Tendele Coal Mining dell’impresa Petmin iniziò le sue operazioni di estrazione del carbone a cielo aperto a Somkhele, nei pressi dei Parchi di Hluhluwe-iMfolozi.

L’impatto delle attività minerarie sulle comunità è devastante, Le case vengono lesionate, senza che venga corrisposto alcun risarcimento, la polvere di carbone inquina aria ed acqua e le terre coltivabili, aumentano le malattie respiratorie. Si fa carta straccia delle leggi che riguardano i siti funerari ancestrali. Ingenti quantità di acqua devono essere usate per lavare il carbone, e le comunità non possono più accedere al fiume Umfolozi.

Le sorgenti di acqua potabile usate dalle comunità sono esaurite e la miniera utilizza anche acqua di sorgente. I serbatoi collettori di acqua piovana sono contaminati con polvere di carbone, e quindi l’acqua va bollita. Le donne devono camminare per ore alla ricerca di acqua potabile con il rischio di essere aggredite lungo l’itinerario. Nel luglio scorso 29 donne che inscenarono una protesta vennero arrestate e detenute per 9 giorni.

La resistenza contro la miniera iniziò nel 2007, appena iniziarono a farsi sentire gli effetti delle operazioni minerarie, e vennero disattese le promesse di posti di lavoro e di formazione professionale fatte dall’impresa per convincere le popolazioni locali.

Per contrastarla si formò una sorta di alleanza informale tra dirigenza della miniera, leader tradizionali, ed il governo provinciale. Una cinica strategia di “divide et impera” ricorrente in ogni parte del mondo per disarticolare le comunità in resistenza e delegittimarne i leader, corredata dalla tradizionale gamma di intimidazioni, minacce, danneggiamenti a persone e proprietà, e ad arresti arbitrari ed ingiustificati (oltre 70 nel 2017) grazie alla collusione con la polizia locale.

Attraverso campagne di disinformazione, chi aveva deciso di ricorrete in giudizio contro l’espansione della miniera (MCEJO ed il Global Environment Trust) venne accusato di essere responsabile della perdita eventuale di posti di lavoro e di essere contro il progresso.

Le pressioni da parte dell’impresa sono aumentate dal 2019 quando alcune famiglie decisero di non lavorare le loro terre per permettere l’espansione della miniera in Ophondweni.

A queste sono seguite minacce di morte (tra cui a 14 donne), sparatorie notturne, e tentati omicidi. Ad aprile un attivista del MCEJO, Sabelo Dladla, sfuggì per caso ad un attentato. Nel maggio gli avvocati dell’impresa mineraria consegnarono pile di documenti legali in inglese ad anziani di una zona remota intimando loro di presentarsi entro un mese in tribunale, causando forte stress e paura. Solo l’intervento dei loro avvocati portò all’archiviazione dell’iniziatica da parte dell’impresa Settimane prima dell’assassinio di Ntshangase alcuni membri della sua organizzazione vennero convinti con denaro a firmare un presunto accordo con il quale avrebbero ritirato la denuncia contro l’espansione della miniera.

Non avevano però alcun mandato per farlo per conto dell’organizzazione, e pertanto vennero espulsi. Dopo l’espulsione si unirono nella campagna contro la resistenza alla miniera. A seguito delle innumerevoli minacce di morte e casi di intimidazione molti attivisti chiesero protezione ma la polizia locale non intervenne.

La Commissione Sudafricana per i Diritti Umani condannò in passato la Tendele Coal per non aver concesso risarcimenti per le terre espropriate ed ora accusa lo stato dell’omicidio di Nshangase reo di non aver assicurato il rispetto della legge, o di voler dare ascolto alle comunità.

Già nel 2018 il ministro delle miniere e dell’energia Gwede Mantashe, visitando la zona disse chiaramente di non essere interessato ad ascoltare le voci di chi soffrirebbe gli impatti delle attività previste. Lo stesso ministro si appellò contro una decisione dell’Alta Corte di Pretoria che nel 2018 aveva determinato che le comunità locali di Xolobeni, altro territorio ricco di risorse, avessero diritto di rifiutare le attività minerarie.

Ad oggi non è stata ancora presa alcuna decisione sull’appello, tuttavia nel settembre 2020 l’Alta Corte del North Gauteng emanò una risoluzione che riconosce il diritto delle comunità impattate ad accedere alla documentazione relativa alle richieste di concessioni minerarie. Xolobeni è 450 kilometri da Somkhele. Nel 2002 l’impresa australiana MRC scoprì giacimenti di terre rare ed anche lì la resistenza locale non si è fatta attendere.

Ed anche lì chi resiste viene minacciato di morte, come nel caso recente di Nonhole Mbuthuma dell’Amadiba Crisis Committee, sul quale sta ora indagando la SAPS, la polizia sudafricana. Alto è il rischio che tali indagini portino ad un nulla di fatto, visti i precedenti su casi simili, Impunità, collusione con poteri politici, violazione delle leggi, minacce, violenza e delegittimazione delle comunità in resistenza rappresentano un copione che si ripete altrove in Sudafrica, un paese che potrebbe produrre posti di lavoro “green” e contribuire a ridurre le emissioni di gas serra, e che invece resta saldamente ancorato alla produzione di combustibili fossili, spesso destinati all’esportazione come nel caso del carbone estratto dalla Tendele che verrebbe usato per la produzione di acciaio negli Stati Uniti.

(Per documentare ed approfondire gli effetti dell’estrattivismo e le strategie e storie di resistenza in varie parti del mondo sarà a breve online il portale ECOR (Estrattivismo, Conflitti e Resistenze) www.ecor.network)

"In Difesa Di", per i Diritti Umani e chi li difende, è rete italiana di oltre 40 organizzazioni, associazioni, realtà che lavorano in sostegno ai difensori ed alle difensore dei diritti umani. (www.indifesadi.org).

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