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BRAIN DRAIN SI, BRAIN DRAIN NO

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Il brain drain, o fuga di cervelli, è il trasferimento internazionale di risorse sottoforma di capitale umano riferito al livello di istruzione o di formazione professionale raggiunto dal lavoratore che in tal modo aumenta la produttività da offrire sul mercato del lavoro.

Per cui se il lavoratore che ha acquisito un medio/alto livello d’istruzione o di formazione decide di cercare maggiori possibilità altrove, trasferirà in altri Paesi il proprio patrimonio di conoscenze e la maggiore produttività che una preparazione professionale porta con sé depauperando in questo modo il proprio Paese d’origine. Il contraccolpo principale, dunque, di una fuga di cervelli si produrrà sul livello del welfare a discapito di chi rimane, così come indicano molti studi sul brain drain.

Questo significa che la mobilità internazionale può essere un gioco a somma zero, con alcuni paesi che sopportano ingenti perdite di capitale umano ed altri che invece ne godono i benefici. Per risolvere questo effetto negativo e riequilibrare i ‘pesi’ fu deciso, nel 1970, di introdurre la così detta tassa sui cervelli che avrebbe dovuto colpire, e dunque scoraggiare, i Paesi che accoglievano un alto numero di migranti istruiti e che sarebbe servita a pagare i Paesi “mandanti”, cioè quei Paesi che registravano al contrario un flusso maggiore di cervelli in fuga. Fortunatamente questa norma non è stata mai stata adottata grazie ai nuovi studi che hanno mostrato un’interpretazione diversa del brain drain.

Lavorando al computer

Con il passare degli anni il fenomeno della fuga di cervelli è cresciuto in maniera esponenziale: se tra il 1961 e il 1972 erano appena 300.00 i lavoratori migranti istruiti che dai propri Paesi d’origine, essenzialmente Paesi in via di sviluppo, si sono riversati nei Paesi occidentali, oggi, questo numero tocca quota 2,5 milioni. E i dati riferiti alle macroregioni ci dicono che: il 15% arriva dall’America centrale, il 6% dall’Africa, il 3% dal Sud America ed il 5% dall’Asia. Il dibattito politico sulle migrazioni è spesso focalizzato sulle politiche nazionali con cui gestire la migrazione “illegale” mentre non viene adeguatamente considerato il flusso di quei migranti che costituiscono una quota considerevole di cervelli in fuga che entrano “legalmente” nei Paesi Europei.

Per esempio, in Canada, negli Stati Uniti ed in Australia, negli anni 80, i migranti provenienti dall’Asia avevano un livello d’istruzione più alto rispetto alla popolazione locale. Sempre negli stessi Paesi, la percentuale di migranti provenienti dalle Filippine che aveva frequentato il college era maggiore rispetto agli autoctoni. Questa tendenza fu confermata grazie a politiche migratorie “qualitativo-selettive” applicate in Canada, Australia, Stati Uniti ed Europa, secondo le quali venivano privilegiati i lavoratori che avevano acquisito un alto livello di educazione e dunque erano più qualificati.

Ma quali sono effettivamente le conseguenze per i Paesi che “perdono cervelli”? Possiamo definire il brain drain come fenomeno negativo o positivo? Molti studi considerano il brain drain come un fenomeno negativo, mentre per molti altri si tratta di un fenomeno positivo. Purtroppo, per motivi di spazio, non riusciremo ad analizzarli tutti, ma ci concentreremo su due studi: quello di Miyagiwa che considera il brain drain come un fenomeno negativo e quello di Mountford che lo considera invece positivamente.

Nel primo studio, presentato nel 1991, Miyagiwa, che legava la produttività del lavoro all’aumento dei lavoratori qualificati o specializzati, mostra come in economie meno sviluppate, più povere, la fuga di cervelli abbia come conseguenza non solo quella impoverire il Paese stesso da un patrimonio di competenze e conoscenze ma anche quello di far crollare la produttività del lavoro a discapito del benessere di quei lavoratori, con un medio/basso livello d’istruzione, che restano.

Tutto l’esatto contrario di quello che avviene invece nei Paesi ad economia avanzata che solitamente attraggono i cervelli in fuga nei quali la produttività aumenta.

Mountford, invece, esamina le implicazioni del brain drain analizzandone gli effetti rispetto alla convenienza o meno per un ‘cervello’ di espatriare. Quando le persone decidono se iniziare a lavorare o continuare a studiare, dice Mountford, prendono in considerazione i futuri guadagni che potrebbero raggiungere: se i lavoratori, per esempio, sapessero di poter emigrare in un paese solo con un tasso d’istruzione più alto che gli consentisse di guadagnare di più, sicuramente punterebbero sullo studio, specializzandosi sempre di più. Questo quindi comporterebbe inevitabilmente un aumento nell’investimento che il lavoratore dedica alla propria formazione già nel Paese di origine che porterebbe dunque, in attesa della fuga, ad un aumento della produttività del lavoro nel Paese mandante. E per Mountford l’opportunità di poter migrare avrebbe effetti positivi non solo nel breve ma anche nel lungo periodo e non solo sulle generazioni contemporanee, che acquisirebbero un maggiore livello d’istruzione per poter accedere ad un benessere maggiore in altri Paesi, ma anche quelle future saranno più istruite e investiranno più nel capitale umano.

Anche gli studiosi Beine, Docquier e Rapport nel 2001 hanno provato a definire gli effetti del brain drain e hanno constatato che questi possono essere negativi o positivi a seconda del Paese in cui si verifica. Gli studiosi hanno provato a rispondere a due domande principali: considerando i Paesi con un’economia chiusa (ipotesi di scuola), potrebbe il brain drain esse un’opportunità di crescita?

Considerando l’attuale tasso migratorio dei Paesi, è meglio avere un elevato o un piccolo numero di persone istruite che lasciano i propri Paesi? Andiamo con ordine.

Rispondendo alla prima domanda risulta che su 30 paesi analizzati dallo studio solo per 14 di essi il brain drain può essere un’occasione di crescita economica: in Indonesia, Cina, Pakistan o Jamaica, infatti, la percentuale di persone con un livello d’istruzione alto è molto bassa per cui l’aumento di investimenti decisi dal lavoratore sulla propria formazione pur di fuggire all’estero e guadagnare di più, compenserebbe, grazie all’aumento di produttività prodotto nel Paese d’origine, gli effetti negativi che si avrebbero dalla migrazione futura.

Nessun beneficio invece in quei Paesi con un alto livello d’istruzione: la fuga dei cervelli costituirebbe una perdita molto pesante di capitale umano, la produttività lavorativa si abbasserebbe ed i benefici potrebbero essere minimi. Per avere impatti positivi dal brain drain, inoltre, prosegue lo studio rispondendo così alla seconda domanda, il Paese dovrebbe registrare, oltre ad un numero elevato di popolazione, una bassa percentuale di persone istruite, anche un alto tasso migratorio: Infatti quei Paesi che presentano una combinazione tra un sistema educativo mediocre e un tasso migratorio basso, come Guyana o Trinidad, non potranno beneficiare degli effetti ‘indotti’ dalla fuga dei cervelli.

Per una totale comprensione del fenomeno brain drain, è interessante capire come il suo sviluppo possa essere influenzato da variabili che non siano solo economiche. La fuga dei cervelli è fortemente influenzata dall’instabilità politica e da quella sociale che impediscono di fatto lo sviluppo di investimenti in capitale umano, in formazione, studio e specializzazione. Anche l’accesso all’educazione potrebbe essere una variabile che influenza lo sviluppo o meno del fenomeno.

Due gli scenari possibili: uno in cui ci sia una netta prevalenza di scuola private rispetto a quelle pubbliche che potrebbe allontanare dallo studio tutte quelle persone che non posso permettersi un istituto privato e finiscono per investire il loro denaro in altro piuttosto che specializzarsi ed accumulare capitale umano; un secondo, caratterizzato da una equa presenza di scuole pubbliche e private che differiscano però, in qualità. Tutte quelle persone che non possono permettersi una scuola privata di alta qualità preferiranno iniziare a lavorare piuttosto che investire quei pochi risparmi in scuole pubbliche di bassa qualità.

L’ultima variabile che vorrei tenere in considerazione è la discriminazione di genere che determina un brain drain di fatto al maschile: le statistiche ci dicono infatti che la fuga dei cervelli è di appannaggio degli uomini spesso i soli a cui è consentito acquisire un alto livello di istruzione e di sfruttare l’opportunità migratoria. Le donne, dunque, restano penalizzate perché non potendo accumulare capitale umano non potranno sfruttare l’opportunità migratoria e dovranno dunque rimanere nel Paese d’origine il quale potrebbe risentire negativamente del fenomeno brain drain.

Per concludere, anche se in generale, si percepisce il brain drain come un fenomeno negativo, i suoi effetti dipendono da variabili che possono variare da Paese a Paese. Questo significa che non possiamo acclarare con certezza la positività o la negatività del fenomeno stesso senza prima strutturare un’analisi completa.

Sono Alice Regis, studentessa ed attivista per i diritti umani. Mi sono sempre occupata di attivismo con diverse ONG tra cui Greenpeace,Bridge to Better e Amici dei popoli. Attualmente sono la Referente Attivismo di Amnesty International Lazio e mi occupo di gestire gli attivisti sul territorio regionale

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