TOP

Intersezionale

citta al tramonto

L’abusivismo edilizio spiegato ai miei nonni

In questo articolo tento di spiegare il fenomeno dell’abusivismo delle seconde case sulle coste del Salento avendo come interlocutori i miei nonni materni.
Perché lo spiego proprio a loro? Perché, a mio parere, tentare di spiegare le criticità dell’abusivismo alla generazione che lo ha in qualche modo causato può aiutarci a trovare un modo più efficace per spiegarlo alla nostra generazione, la quale deve farsi carico degli errori del passato al fine di non commetterli più.
Prendo i miei nonni materni – che negli anni ’60 avevano 30 anni e sono salentini doc come me – in quanto rappresentanti di quella generazione.
Per abusivismo edilizio si intende un fenomeno che da decenni è sistemico all’interno del settore delle costruzioni in Italia: composto dalla realizzazione di interventi senza titolo o permesso di costruire.

Figura 2. Erosione costera / Foto di Valeria Mastroianni


Perché sistemico?


La costruzione fuori dalle norme diventa strutturale in varie fasi storiche: durante la ricostruzione post bellica; negli anni ’60 a seguito della forte domanda abitativa nei centri industriali del Nord; inoltre a cavallo degli anni ’70 l’inflazione spinge il ceto medio ad investire nella seconda case.
Possiamo vedere come queste pratiche aumentino enormemente negli anni del Boom economico e delconseguente boom edilizio: periodo in cui si vide non solo crescere la domanda abitativa, ma anche quella legata agli spazi del lavoro e dei servizi.
In sostanza, si tratta di un “patto” tra lo Stato e i proprietari, il quale attraverso un forte intreccio di dinamiche sociali e politiche territoriali tentano di rispondere alla domanda di abitazione, di spazi lavorativi e ricreativi estranei ai meccanismi della rendita fondiaria.


Anche i dati ci confermano che il fenomeno è sistemico e quanto mai attuale.


Secondo i numeri pubblicati nel Rapporto Ecomafia 2019 di Legambiente, elaborati dal Cresme (Centro Ricerche Economiche e Sociologiche e di Mercato nell’Edilizia), gli abusi edilizi realizzati in un solo anno, tra nuove costruzioni e ampliamenti significativi del patrimonio immobiliare esistente, sono stati oltre 17mila.
Una cifra pari a circa il 16% delle costruzioni immobiliari realizzate nel 2018. Mentre secondo il BES (Benessere equo e sostenibile) in Italia nel 2019 sono circa 17,7 costruzioni abusive per 100 costruzioni autorizzate dai Comuni. 1)
Prendendo i dati per singola Regione osserviamo come questo fenomeno ci restituisce una geografia dell’Italia divisa in 3: con Campania, Basilicata e Calabria in vetta alla classifica, seguite subito da Puglia e Sicilia 2)


.
I dati sono ancora meno incoraggianti osservando il rapporto ecomafia 2020 di Legambiente sui reati ambientali 3), oppure se leggendo alcune sentenze “poco felici” di alcuni Tar 4)

Non nego che, dopo aver visto con i compagni di corso questi dati ci siamo detti:” ma che senso ha progettare scenari (anche abbastanza utopici) se la realtà è questa?”
La risposta che ci siamo dati è:” perché sta a noi cambiare questa realtà, invertire dei paradigmi ormai obsoleti è la nostra sfida”.
Sicuramente le costruzioni non autorizzare sono uno dei fattori strutturali che ad oggi più caratterizzano il panorama delle coste e dell’entroterra del Mezzogiorno.
Ed è sulla percezione dell’abusivismo nel nostro Meridione che concentreremo la nostra attenzione.


La casa del Commissario più famoso della tv e della letteratura probabilmente è un perfetto esempio di abusivismo edilizio costruito sulla costa, nonostante questo tutti e tutte ci siamo immaginati almeno una volta nella vita di risolvere un caso di cronaca avvenuto a Vigata sulla terrazza del Commissario Montalbano.


Nell’immaginario collettivo incriminiamo molto più facilmente il grande ecomostro (generalmente uno scheletro in calcestruzzo armato incompiuto 5) ) che deturpa un litorale altrimenti ameno, rispetto ad unabusivismo minuto, fatto di prime e seconde case (come nel nostro caso) che costituiscono decine di frazioni e marine costiere sorte spontaneamente a cavallo degli anni ’60-’70, le quali sono state protagoniste della prima stagione turistica di massa del Salento. Stessa stagione di cui sono stati protagonisti anche i miei nonni.
“Il mare di tutti” di Michele Mainardi è un interessantissimo libro che ripercorre la Litoranea salentina negli anni ’60, registrando le contraddizioni di un territorio che tentava di praticare diverse vie di sviluppo, raccoglie anche alcune testimonianze sui modi di abitare la costa da parte dei salentini: “l’umanizzazione della costa nella provincia di Lecce si deve massicciamente all’incoercibile fenomeno del dilagare delle case per il mare a partire, soprattutto, dalla fine degli anni ’50, allorquando si intravide la possibilità di assicurarsi “un posto al sole” proprio alle spalle dei risanati litorali.

Un habitat del tempo libero cominciò a strutturarsi lungo i retro-duna aggrediti dall’improvvisazione edilizia fatta sistema. Le favorevoli condizioni climatiche unite alle attrattive naturali hanno creato i presupposti per il sorgere e il susseguente incremento delle “seconde residenze” nel Salento baciato da una inaspettata ventata di sviluppo economico. Una volta superati gli ostacoli ambientali (i ristagni e le paludi), il richiamo delle popolazioni dell’immediato entroterra verso i riscoperti lidi (non soltanto arenosi) si fece inarrestabile” 6)

E’ un diritto che ci siamo arrecato, quello di abitare la costa, mentre ora assistiamo ad una lenta consapevolezza che vivere la costa come abbiamo fatto finora è deleterio? Non tiene conto del fatto che il mare è un bene di tutti e che molto spesso questo si è manifestato costruendo addirittura su aree del demanio.
Proviamo a dare per assodato che la prima casa è un diritto e un bisogno di tutti e tutte, e che è paradossale esistano da un lato, seconde case vuote a abbandonate, se dall’altro lato abbiamo persone che non hanno nemmeno la prima casa.

Figura 3. La duna si riappropria del suo spazio // Foto di Valeria Mastroianni


Tentiamo di analizzare le differenze tra il fenomeno dell’abusivismo e le sue rappresentazioni, considerando che il fenomeno ha diverse visioni politiche e la narrazione intrecciata attorno ad esse influenza l’opinione pubblica. Banalmente, la stragrande maggioranza delle persone vede l’abusivismo non come un atto criminale, ma una pratica sociale che segnala una apparente vivacità economica di un territorio: piccole famiglie medio-borghesi che hanno investito “nel mattone” o più semplicemente mossi dalla volontà di lasciare in eredità ai propri figli e nipoti degli immobili che fossero già pronti all’uso. La narrazione che spesso vediamo è quella di difesa di questa proprietà privata che possiamo considerare “illegittima”, e la netta presa di posizione dei residenti contro le possibili demolizioni, e di marginalizzazione e sabotaggio dei pochi politici favorevoli alle demolizioni.

Come le politiche rispondono al legittimo bisogno delle persone di abitare il mare? Come la Pubblica Amministrazione risponde all’altissimo numero di domande inevase? A mio parere, la Pubblica Amministrazione italiana non è oggi nelle condizioni di far pronte a problemi come questo, anzi è necessario una nuova prospettiva per la PA, come quella proposta dal Forum Diseguaglianze Diversità Il Forum è tra le migliori e le più propositive organizzazioni degli ultimi 20 anni? Decisamente sì.


Tornando ai nonni, a cui vorrei dire che tutto questo oggi è in forte crisi, la maggior parte di questi pezzi di città: che sia in periferia, in campagna o sulla costa è in forte decadimento e presenta criticità (mancanza servizi, stagionalità dei territori, sempre più evidenti rischi idrogeologici, decadimento fisico causato dagli agenti atmosferici e sono minacciati dai cambiamenti climatici) che portano alla svalutazione del patrimonio edilizio stesso.


I nonni sono l’esempio perfetto di una vita vissuta a stretto contatto con queste criticità.
“devo andare in città a fare delle commissioni”
“Vedi? La salsedine mangia tutta la facciata”
“in estate è pieno di gente, in inverno siamo quasi soli”
“Io chiusa in 4 mura in città non posso stare, almeno qui guardo il mare”
“hai visto la spiaggia? L’ultima mareggiata se l’è portata via” – credo siano le frasi che più ho ascoltato dire da mia nonna, ed ognuna di queste frasi racchiude un tema e un modo di vivere la costa.
Insomma nonni, questi luoghi sono nati fuori dalla pianificazione, mentre oggi non possiamo più permetterlo, e allo stesso tempo dobbiamo trovare delle soluzioni migliori per far rivivere questi brani di città, perché il condono appiattisce i territori: apparentemente mette tutti allo stesso livello, e sana una situazione nata fuori dalla pianificazione, in realtà evidenzia solo le criticità di territori già in forte difficoltà.


Mentre noi dobbiamo far capire che le aree costiere sono tutte diverse e tutte con le più differenti potenzialità latenti che ancora difficilmente siamo in grado di vedere.
Ci sono delle strategie che possiamo mettere in atto per vivere diversamente i territori dell’abusivismo.


Quale immaginario nuovo portiamo avanti per scardinare questi processi? Uno scenario che riesce a far sintesi di pratiche dal basso, politiche e progetti e piani, attraverso diverse direzioni: riconoscere le differenze tra territori riconoscendone rischi e opportunità, sperimentando nuove domande di abitazioni, garantendo la salvaguardia dei servizi ecosistemici che le coste ci offrono e rendendo questi più facilmente raggiungibili dal trasporto pubblico, riuscendo anche ad incentivare nuovi e vari modi di fare impresa al fine di permettere a ragazzi e ragazze di tornare ed investire nel proprio territorio.

Figura 1. Rudere abusivo sulla spiaggia // Foto di Valeria Mastroianni


Per permettere tutto ciò dobbiamo vedere con nuovi occhi il progetto di demolizione, delle demolizioni selettive possono cambiare questi paesaggi, e per far questo è necessario staccarci dall’immagine dell’esplosione con le macerie in discarica, per poter sperimentare il riuso delle macerie in loco per nuove infrastrutture o per interventi di ingegneria idraulica, oppure come un nuovo modo per ridare valore ai luoghi, poiché demolire non significa solo rimuovere un oggetto che in quel determinato luogo non sarebbe mai dovuto sorgere, ma anche permettere il passaggio di servizi urbani, o vedere riaffiorare processi naturali interrotti.


Siamo tutti, chi più chi meno coinvolti in questi processi? Decisamente sì.


I miei nonni decidono di costruire un hotel, in assenza di concessione edilizia nel 1964, ma sanato con pratica di condono del marzo 1986. Successivamente ampliato e condonato nel marzo 1995.
Altre residenze da loro volute hanno lo stesso identico iter.

Ed è per questo che mi rivolgo a loro, in quanto rappresentanti di chi dell’abusivismo ne ha fatto – più o meno consapevolmente – una norma.


Grazie a Valeria Mastroianni per la raccolta fotografica

Note

Note
1 1 Fonte: Indicatori BES https://www.istat.it/it/files//2020/07/Tabella_12_indicatori.xlsx 2 https://www.datawrapper.de/_/Gl56q/
2 https://www.datawrapper.de/_/Gl56q/
3 https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/i-dati-del-rapporto-ecomafia-2020-nel-2019-in-aumento-i-reaticontro-lambiente/
4 https://www.quotidianodipuglia.it/lecce/edilizia_costruire_vicino_mare_si_tar_lecce-5640764.html
5 5 Emblematico il caso di Punta Perotti a Bari, abbattuto il 24 aprile 2006
6 Di Michele Mainardi “il mare di tutti. Con l’auto lungo la Litoranea Salentina nei “miracolosi” anni Sessanta”, Lecce,
Edizioni Grifo, 2009, pg.40.

Gloria viene dalla provincia leccese ma vive da 5 anni a Milano, dove studia nella laurea magistrale in Architettura e Disegno Urbano del Polimi. Da molti anni attiva nei sindacati studenteschi, si definisce un’aspirante architetta-militante antifascista e femminista

Post a Comment