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foto tratte dalla Mostra Fotografica "Plaza de La Dignidad" di Luca Profenna e organizzata con la rete nazionale Chile Despertò Italia.

Per un Cile plurinazionale e femminista: la potenza dei movimenti verso la Nuova Costituzione

Foto in Copertina tratta dalla Mostra Fotografica “Plaza de La Dignidad” di Luca Profenna e organizzata con la rete nazionale Chile Despertò Italia.

Ci sono popoli, nel mondo, che più che cambiare le carte sul tavolo stanno cercando di farlo del tutto saltare. Un tavolo fatto di violenza sistemica, neoliberismo, sessismo e razzismo di Stato. Ed è così che, intrecciando percorsi e riscrivendo pratiche e immaginari, i popoli che abitano il Cile hanno scelto di chiudere definitivamente la stagione dell’orrore nata con Augusto Pinochet e di ridisegnare il proprio futuro dal basso, valorizzando le differenze, unendo le lotte, rivendicando gli stessi diritti per tutt*.

Da anni le battaglie per un welfare statale e un reddito sociale, quelle contro il sistema pensionistico privato Afp, per una istruzione pubblica, per una sanità gratuita e accessibile a tutt*, si rafforzavano e animavano il dibattito pubblico, insieme alle lotte per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli originari, e alle potenti rivendicazioni del movimento femminista.

Tutte istanze che sono riemerse con forza e determinazione a partire dal cosiddetto estallido social dell’ottobre 2019, dando vita in breve tempo a una mobilitazione popolare di portata tale da segnare un punto di rottura, un punto di non ritorno. Dopo trent’anni in cui le disuguaglianze sociali ed economiche non avevano fatto che crescere, parallelamente all’aumento della violenza repressiva delle forze dell’ordine, il popolo cileno si è unito e ha decretato che lotterà “finché la dignità non diventerà un’abitudine”.

Per placare le proteste, contro le quali a nulla è servito dichiarare lo stato d’emergenza e inviare i militari nelle strade, a novembre 2019 il Governo di Sebastián Piñera e il Parlamento hanno firmato l’Acuerdo por la Paz y la Nueva Constitución. Un accordo che se da un lato concede la possibilità di sbarazzarsi della Costituzione scritta durante la dittatura, dall’altro rende di fatto complicata una vera partecipazione popolare. Le proteste quindi, non si sono fermate, e accanto alle manifestazioni di piazza sono proliferate assemblee di quartiere e coordinamenti che cominciavano a porsi il tema del nuovo processo costituente.

 foto tratte dalla Mostra Fotografica “Plaza de La Dignidad” di Luca Profenna e organizzata con la rete nazionale Chile Despertò Italia.

Il 25 ottobre 2020, i cittadini e le cittadine cilen* sono così stat* chiamat* a rispondere, nel cosiddetto Referendum di entrata, a due quesiti: se si approvava o meno la scrittura di un nuovo testo costituzionale, e quale organo avrebbe dovuto occuparsene, se una commissione mista eletta dal popolo e dal Parlamento (Convención Mixta) o se una commissione eletta esclusivamente dal popolo (Convención Constituyente).

Con il 78% dei voti ha vinto nel primo quesito l’opzione Apruebo (“Approvo” una Nuova Costituzione), e con il 79% è passata l’opzione delle Convención Constituyente. Una data importante per la storia cilena, e un risultato che il popolo riconosce di aver ottenuto solo grazie alle pressioni della mobilitazione, pur nella consapevolezza che la strada per un cambiamento davvero radicale è ancora tutta in salita e piena di ostacoli.

Rispetto alla Convención Constituyente però, è fondamentale rilevare come, grazie alla propria potenza e perseveranza, il movimento dei popoli originari e quello femminista stiano avendo la capacità di incidere sulle norme che regolano la composizione della costituente.

Il femminismo è l’unico movimento sociale non mapuche che ha costruito le basi del riconoscimento della plurinazionalità in Cile” scrive Erica Nanco, attivista Mapuche della Asamblea de Mujeres del Ngulumapu.


In questa frase c’è tutta la potenza, la fierezza e la determinazione delle donne e delle comunità Mapuche in lotta da secoli. È da qui che trae forza questo intreccio. “Lo stato del Cile non deve prendere più decisioni dietro le spalle del popolo Mapuche, mai più senza le donne, mai più senza i popoli originari e afrodiscendenti, perchè oltre al recupero della lingua, della cultura, della spiritualità e delle tradizioni ancestrali, noi poniamo al centro la lotta de* prigionier* politic* Mapuche, la difesa dei diritti dell’infanzia e l’importanza dei diritti collettivi come l’acqua, la salvaguardia dei nostri territori, delle nostre terre…” ci racconta Violeta Valenzuela, attivista di Eco Mapuche. 

La Machi Francisca Linconao, massima leader spirituale e attivista per la tutela dei territori, Salvador Millaleo, avvocato e membro della Comisión Chilena de Derechos Humanos, Adolfo Millabur, sindaco di Tirúa e storico dirigente della Coordinadora Arauco Malleco, Luz Eliana Alca Turra, professoressa, avvocata e attivista sociale, Natividad Llanquileo, avvocata e difensora dei diritti dei bambini e delle bambine e dei popoli originari, Elisa Loncon Antileo, attivista della rete dei diritti educativi e linguistici dei popoli originari, Ingrid Conejeros, educatrice e tessitrice sono solo alcun* degl* attivist* Mapuche che hanno scelto di presentare la loro candidatura.


Una candidatura che fino a poche settimane fa non era affatto garantita, dal momento che inizialmente non erano previsti nella costituente dei seggi riservati ai rappresentanti dei popoli originari. Grazie alle pressioni esercitate dal basso e all’appoggio degli altri settori della mobilitazione popolare, ora 17 dei 155 seggi di cui sarà composta la Convención Constituyente sono riservati a uomini e donne appartenenti ai popoli originari: Mapuche, Aymara, Rapa Nui, Quechua, Chango, Colla, etc. Sicuramente una grande novità, forse l’ennesima piccola grande rivoluzione, per dei popoli che sono sempre stati oppressi, violentati e cacciati dalle proprie terre dallo Stato cileno.

Partecipare alla redazione della Nuova Costituzione significa infatti vedersi riconosciuta una legittimità politica in quanto Nazioni che abitano il territorio dello stato, elemento ben più importante della mera tutela, peraltro solo retorica, de culture indigene intese esclusivamente in chiave folklorica. Millabur, che si candiderà per uno dei 7 seggi destinati al popolo Mapuche, non manca però di criticare il terribile ritardo con cui è arrivato questo provvedimento, per il quale i/le candidati* indigen* si trovano di fatto discriminat* rispetto agl* altr*. Altrettanto grave, sottolinea Millabur, è l’esclusione dal processo costituente della comunità cilena afrodiscendente, per la quale non verrà riservato nessun seggio, nonostante il riconoscimento legale ottenuto da questa comunità dopo una lotta durata vent’anni.

D’altra parte è giusto riportare che anche all’interno delle stesse comunità indigene non vi è consenso totale rispetto alla partecipazione al processo costituente, in quanto per molt* ciò significherebbe una legittimazione di fatto di uno stato che non si vuole riconoscere.


Da diversi anni i processi di resistenza popolare e indigena in difesa della terra sono diventati uno spazio strategico delle lotte anticapitaliste in tutto il Cile, a fronte dell’espansione delle frontiere dello sfruttamento dell’ambiente, delle mega miniere, dell’agrobusiness e delle molteplici forme di saccheggio finanziario dei territori e della vita stessa. Da tale punto di vista, emergono tratti comuni di queste lotte con i movimenti sociali, le lotte femministe e quelle delle economie popolari in relazione alla capacità di immaginare e praticare modi di vita differenti e alla sfida di tessere nuove alleanze per fermare l’offensiva neoliberale, contrastare l’invisibilizzazione e resistere alle nuove ondate di violenza dispiegate sui corpi-territori.


La resistenza dei Mapuche e, in generale, i comitati dei popoli originari hanno segnato un punto molto importante nelle lotte sociali in Cile, in quanto schierarsi contro la privatizzazione di spazi e risorse significa connettere il corpo e il territorio trasformandoli in un unico ambito, il “corpo-territorio”. Tutto ciò ci permette di comprendere meglio la concatenazione tra le violenze sistemiche contro i corpi femminizzati e quelle contro i territori, e di leggere e decifrare i contesti colonizzati di tutta l’area di Abya Yala.



 foto tratte dalla Mostra Fotografica “Plaza de La Dignidad” di Luca Profenna e organizzata con la rete nazionale Chile Despertò Italia.

Il portato di queste lotte e le rivendicazioni per l’autodeterminazione dei territori sono posti al centro delle istanze che i/le candidat* Mapuche e dei popoli originari vogliono portare nella Convención Constituyente. Scrivere una Costituzione plurinazionale che riconosca il diritto alla vita degna dei popoli che vivono i territori vuol dire anche decostruire il concetto per cui lo Stato centrale possa sentirsi legittimato a violentare i territori stessi per meri interessi economici, spesso in favore di multinazionali straniere.

Scrivere una Costituzione plurinazionale che ponga la questione mai risolta della colonizzazione del Cile (e di tutta Abya Yala) e degli abusi di potere dei Carabineros, partendo dall’importanza delle culture ancestrali, vuol dire anche provare a costruire un tassello fondamentale di alleanze nelle lotte intersezionali, per la salvaguardia della terra, per le libertà fondamentali, per abbattere sistemi patriarcali e razzisti.


La questione principale è che l’attuale Costituzione non riconosce la realtà della diversità dei popoli che abitano il Cile. È etnocentrica, omogeneizzante, unicentrica e coloniale. Come i movimenti Mapuche dicono da tempo, l’istituzione di uno Stato non corrisponde necessariamente alla presenza di una singola Nazione. L’esistenza dei Popoli e delle Nazioni originari, la cui presenza sul territorio precede di millenni la formazione dello Stato, è negata ed esclusa, pertanto la sovranità deve ricadere su tutti i Popoli che abitano il Cile, con esplicito riconoscimento come soggetti di diritti collettivi. Non farlo significa continuare a diffondere gli atti storici e sistematici di violenza, espropriazione, massacri, discriminazione, abuso, arbitrarietà e dominio. In Cile, non solo il popolo della nazione cilena ha origini diversificate e/o creole, ma ci sono anche popoli di origine ancestrale come: Aymara, Quechua, Likanantai, Colla, Chango, Rapa Nui, Diaguita, Mapuche e le loro varie identità territoriali, Chono, Selknam, Kaweskar, Yagan, uniti tra loro nella richiesta di vedersi riconosciuto il diritto all’autodeterminazione, sancito in vari trattati internazionali, che deve essere garantito.



La sfida è tutta qui. Che questa costituzione redistribuisca dignità e diritti a quei popoli per troppo tempo oppressi e razzializzati. Sfida non facile, certo. Sfida che ha parecchi tranelli, parecchi inganni. Parecchie contraddizioni e complessità. A partire dal fatto che i partiti politici in Cile tendono a riciclarsi, tendono a coprire uno Stato violento, tendono a mantenere un equilibrio atto alla loro sopravvivenza.



Ma è una sfida che in tanti e tante vogliono provare a intraprendere. 

Il movimento femminista cileno, protagonista delle mobilitazioni degli ultimi anni e motore fondamentale della ribellione scoppiata nell’ottobre 2019, ha scelto di partecipare al processo di scrittura di una Nuova Costituzione attraverso alcune candidature per la Convención Constituyente. Una scelta non scontata, non facile, sicuramente delicata e a lungo discussa data la consapevolezza, ampiamente condivisa, del fatto che tale processo non è immediatamente garanzia di una trasformazione reale, e che anzi l’Acuerdo por la Paz che ne determina modalità e scadenze è stato scientemente elaborato per ostacolare il più possibile una vera partecipazione popolare.

Tuttavia, scrive la Coordinadora Feminista 8M, spazio di articolazione in prospettiva femminista di diverse realtà politiche e sociali, candidarsi alle elezioni della Costituente “è una delle diverse forme in cui si sono concretizzati i desideri trasformatori esplosi a ottobre e che tuttora ci mantengono in lotta. Saremo parte di questo processo […], perché questo processo è anche nostro.” Nessuna intenzione dunque, di lasciare ad altr* le redini di questo percorso: se è evidente che la promessa di una Nuova Costituzione è stata concessa “dall’alto” per placare le rivolte che infiammavano il paese, e la strada per ottenere una carta fondamentale che sia realmente espressione delle istanze rivendicate dal popolo è disseminata di trappole, è vero anche che la schiacciante vittoria dell’Apruebo al referendum di ottobre 2020 ha significato, dal punto di vista simbolico, una svolta storica per il Cile.

Storica come l’influenza e il protagonismo del movimento femminista nei processi di trasformazione radicale che si vogliono immaginare e realizzare in questo come in altri paesi dell’America Latina e del mondo.

Dimostrazione emblematica della potenza delle mobilitazioni di donne e soggettività dissidenti è stata l’approvazione della legge che garantisce la parità di genere nella costituente (e non solo nelle liste di candidat*), ottenuta pochi giorni prima che una marea di 2 milioni di corpi liberi e determinati inondasse le strade di Santiago in occasione dello sciopero generale dell’8 marzo. La parità di genere non era prevista dall’Acuerdo, ma anche in questo caso, grazie a mesi di proteste, si è conquistata una votazione a favore di questo provvedimento per il quale, di fatto, il Cile sarà il primo paese al mondo a dotarsi di una Magna Carta elaborata da un’assemblea composta da donne per una percentuale tra il 45% e il 55%. Anche qui, è chiaro come tale risultato non implichi necessariamente una Nuova Costituzione femminista, dal momento che alcune delle donne elette potranno essere di orientamento tutt’altro che progressista.

Tuttavia in molt* notano che una maggiore presenza femminile negli spazi decisionali non può che portare ad affrontare molti temi da una prospettiva finora scarsamente considerata, e a discuterne altri che invece non erano mai stati sollevati. Tra questi, il diritto a una vita libera dalla violenza di genere (per il 2020 si contano in Cile 42 femminicidi), la parità di salario, il riconoscimento del lavoro domestico e di cura non remunerato.  

 foto tratte dalla Mostra Fotografica “Plaza de La Dignidad” di Luca Profenna e organizzata con la rete nazionale Chile Despertò Italia.

Ecco allora che il 14 dicembre viene lanciata online la Plataforma Feminista Constituyente y Plurinacional, e contestualmente vengono presentate le sue 9 pre-candidate. La piattaforma si pone come spazio di organizzazione femminista a livello nazionale, ed è composta, fra le altre, da realtà come la Coordinadora Feminista 8M (nodi territoriali di Santiago e altre città), la Coordinadora Nacional de Migrantes, la Red de Mujeres Mapuche, la Unión de Mujeres De Tocopilla Kori, la Asociación Nacional de Mujeres Rurales e Indígenas – ANAMURI, la Red Feminista Norte, la Red Feminista Paine, articolando così soggettività e lotte distribuite sui vari territori.

Queste realtà non considerano le candidature una soluzione rispetto alle istanze rivendicate nelle piazze, ma uno strumento attraverso il quale il femminismo può presidiare e incidere, in maniera autonoma rispetto ai partiti politici, sulla Convención Constituyente, sottolineando come “tutte siamo costituenti ed è stata la lotta dei popoli ad aprire questa strada”. Per quanto riguarda il processo verso le elezioni della costituente dunque, la Plataforma individua come obiettivi la costruzione di una rete di appoggio alle candidature femministe e l’elaborazione di un programma comune e condiviso.

Le rivendicazioni, si legge nel comunicato di presentazione, saranno quelle delle donne e del popolo: tra queste, “fine del capitalismo e dell’estrattivismo predatorio, sovranità alimentare, mettere al centro la vita e la dignità dei popoli.” Sul piano invece della richiesta di una vera Assemblea Costituente, portata avanti da anni dai movimenti sociali, le organizzazioni dichiarano di essere intenzionate a superare tutti gli ostacoli posti dal Acuerdo por la Paz, e che in questa direzione si muoveranno verso l’Encuentro Plurinacional de las y les que Luchan e lo Sciopero Generale Femminista dell’8 Marzo. Tale Assemblea si vuole “femminista, plurinazionale, ecologica, popolare, libera e sovrana.Allo stesso modo, la Plataforma dichiara che non smetterà di lottare per la libertà di tutt* i/le/* prigionier* politic* della rivolta, e contro il terrorismo di Stato e ogni forma di impunità per i crimini da questo commessi.

Di fatto, caratteristica fondamentale della mobilitazione cilena è sempre stata la coesione delle varie componenti che l’hanno animata nel reclamare giustizia per le decine di morti, le centinaia di vittime di traumi oculari, le migliaia di vittime di violazioni dei diritti umani da parte di membri delle forze dell’ordine e militari – violazioni pesantemente denunciate da più organizzazioni internazionali – le migliaia di prigionier* politic* (per quanto il governo Piñera continui a non riconoscere loro questo status) incarcerat* con processi farsa, o sottoposti a misure cautelari sproporzionate e illegittime. In occasione dell’anniversario dello scoppio della rivolta, il 20 ottobre scorso, una lunga lista di realtà e organizzazioni ribadiva la richiesta di dimissioni del Capo del Governo e lo scioglimento del corpo dei Carabineros de Chile.

El feminismo fue revuelta en la revuelta, a la segunda fila no pasaremos nunca más” (Il femminismo è stata una rivolta nella rivolta, alla seconda fila non torneremo mai più) dichiara Alondra Carrillo, candidata per la Coordinadora Feminista 8M e parte dell’Asamblea de Organizaciones Sociales y Territoriales D12, nata nel Distrito 12 appunto con il proposito di costituire una lista unica di candidat* indipendenti con cui presentarsi alle elezioni.

È innegabile dunque la portata storico-politica del movimento femminista e delle battaglie portate avanti per secoli dai popoli originari, materializzatasi tanto nell’incidenza delle rispettive rivendicazioni in termini di partecipazione al processo costituente quanto nel contributo fondamentale che entrambi porteranno nella stesura vera e propria della Nuova Costituzione.

Nunca más sin nosotrxs. Mai più senza di noi.  

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