Rotta Balcanica: Basta con la retorica della deresponsabilizzazione
Basta! Basta dirci che il problema è l’inverno. Basta dirci che il freddo sulla Rotta Balcanica rischia di provocare una catastrofe umanitaria. Non è il freddo e non è l’inverno a sfiancare le migliaia e migliaia di persone in transito, o bloccate, lungo questa rotta migratoria.
Persone che hanno attraversato continenti, sopportato intemperie e affrontato privazioni di ogni genere. Dare la colpa al freddo è offensivo e non rende giustizia alla loro straordinaria resistenza e alla loro invidiabile forza. Non siamo a “rischio catastrofe umanitaria”, espressione ormai onnipresente tra testate giornalistiche e social media. Non è un rischio e non è nemmeno un catastrofe. Catastrofe è qualcosa di inevitabile, di imprevedibile. Tutto quello che sta accadendo sulla Rotta Balcanica potrebbe invece essere evitato, o quantomeno arginato.
Questo è un genocidio: la sistematica distruzione di una popolazione, quella migrante. E non è un rischio, è una realtà, è una crisi umana e istituzionale in atto ormai da tempo, risultato di un progressivo accumularsi di politiche discriminatorie, politiche finanziate dall’Unione Europea e sostenute dall’opinione pubblica. Basta nasconderci dietro alle condizioni climatiche e dietro a terminologie inappropriate, che negano la capacità di sopportazione e la resilienza delle persone in movimento e deresponsabilizzano un modello istituzionale violento e iniquo. Basta!

Vogliamo parlare delle sofferenze e della crisi umanitaria? Parliamone, ma parliamone con cognizione di causa, mettendo in prospettiva parole e azioni, dando un contesto storico, politico e culturale ai fenomeni in questione. Parliamone facendo esempi concreti, tangibili, che ci mettano faccia a faccia con le terrificante realtà della Rotta Balcanica. Parliamo allora di Ibrahim (nome inventato) che, da quando ha lasciato l’Afghanistan qualche mese fa, si porta dietro i suoi 15 anni e un’infezione polmonare che lo debilita fisicamente e mentalmente. Infezione che nelle ultime settimane si è aggravata, anche per il freddo, facendogli salire la febbre e provocandogli, durante la notte di capodanno, una crisi respiratoria che lo ha risparmiato per un soffio.
Stava seduto, stravolto e mortificato, accanto al fuoco acceso dai suoi compagni di (dis)avventura, in un casolare abbandonato e sul punto di crollare, nella “jungle” lungo la ferrovia, nel gelido buio della notte serba. Stava seduto lì, avvolto nelle vesti che i volontari erano riusciti a procurargli, già sporchi e bagnati dopo appena poche ore che li indossava. E a un certo punto ha smesso di respirare. A un certo punto un ragazzo di 15 anni, che ha percorso migliaia di chilometri per raggiungere l’Europa, si ritrova a non avere più aria nei polmoni.
Non è il freddo, no, non è l’inverno. È l’impossibilità di curarsi, di prendersi cura di sé. È l’impossibilità di dormire in un posto caldo e asciutto. Certo, ci sarebbero i campi governativi, dove comunque le condizioni sono al limite della decenza, ma questa scelta “abitativa” limita in maniera sostanziale la libertà di movimento di queste persone, che si trovano così tagliate fuori dai circuiti informali per tentare di attraversare i confini, a loro volta lontani dai centro. Insomma i campi sono l’ultima risorsa, quando proprio non ce la si fa più a rimanere all’aperto. Affittare un alloggio privato, poi, costa e non tutti hanno a disposizione i soldi per pagare un affitto. Non è detto, peraltro, che la disponibilità economica sia sufficiente a convincere affittuari e vicini a concedere uno spazio riparato e sicuro alle persone in transito, che anche in questi casi devono fare i conti con il razzismo di alcuni autoctoni.
È l’impossibilità di avere dei documenti che attestino e legittimino la propria identità, la propria presenza, corporea e sociale. Pezzi di carta che noi diamo per scontati, ma che determinano in modo sostanziale la qualità della vita di qualsiasi essere umano, la possibilità di accedere ai servizi e di godere dei diritti civili, politici ed economici.
È l’impossibilità di comprarsi vestiti della propria misura adatti alla stagione, perché molti negozi sono fuori dalla portata dei ragazzi e anche perché alcuni commercianti negano l’accesso alle persone in transito.
È l’impossibilità di spostarsi liberamente. Raggiungere un ospedale con una persona migrante, per giunta non inserita nei circuiti ufficiali dei campi governativi, è pressoché impossibile. I volontari non possono caricarlo in macchina: rischierebbero di essere accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina o tratta di esseri umani e la polizia locale non aspettano altro che un simile passo falso per mandar via le organizzazioni per i diritti umani presenti nel paese. I taxi si rifiutano di caricare stranieri, forse per paura delle ripercussioni delle forze dell’ordine forse per puro e “semplice” razzismo. Infine, spostarsi a piedi, per chilometri, e per giunta in condizioni di salute precarie, espone questi ragazzi a potenziali aggressioni, delle forze dell’ordine o dei gruppi nazionalisti locali, particolarmente attivi nella lotta contro i diritti delle popolazioni in movimento.

E ancora, è l’impossibilità di ricevere un parere medico, perché negli ospedali non ti fanno entrare senza il tesserino dei campi governativi, e se il tesserino ce l’hai ti dicono di farti curare dai medici del campo, i cui servizi sono comunque limitati e spesso insufficienti a far fronte alle necessità. Al pronto soccorso ti fermano, che tu sia solo o accompagnato da qualche operatore umanitario, Ti negano l’accesso, spesso senza voler sentire ragioni, a volte dicendo “capisco, capisco che abbia bisogno, ma non vi faccio entrare”.
Infine, è l’impossibilità di rimediare a questa vulnerabilità fisica con la forza interiore, perché tutte queste limitazioni non colpiscono solo la carne, colpiscono anche l’animo. Perché ogni rifiuto è anche un’umiliazione. Ogni negazione dei diritti umani e delle libertà personali sfianca queste persone che hanno già sopportato tanto, troppo, molto più di quanto chiunque dovrebbe essere disposto a tollerare. Lo si percepisce dagli sguardi, vivaci ma intimiditi, dalle posture, affaticate e mortificate. Lo si percepisce nelle conversazioni intorno al fuoco, quando ti viene chiesto “come ti senti a passare del tempo con noi?”. E tu resti un po’ perplessa e rispondi che ti senti come con qualunque altro essere umano, ma in quella domanda percepisci tutta la marginalizzazione, la criminalizzazione e l’invisibilizzazione create dal sistema europeo. Percepisci tutta la cattiveria, la stupidità e l’ingiustizia di quest’Europa, che ha ancora la pretesa di definirsi la culla della civilizzazione.
Il diritto alla salute, fisica e mentale. Forse uno dei diritti più imprescindibili dell’essere umano, probabilmente uno dei più violati e dimenticati. Il diritto a una vita degna. Il diritto a essere considerati esseri umani in mezzo ad altri esseri umani. L’Europa, ma non solo, ha reso questi concetti vuoti, espressioni puramente formali da utilizzare nei discorsi e nelle dichiarazioni ufficiali. Per chi sta sul campo, per chi prova a mettere in gioco il proprio corpo e il proprio cuore nella lo:a contro la disumanizzazione, certe espressioni provocano insofferenza e rabbia. Siamo stufi di leggere che la colpa è del freddo. Siamo stufi di leggere che sulla Rotta Balcanica potrebbe essere in a:o una catastrofe umanitaria. Vogliamo leggere delle responsabilità dimenticate e dei doveri incompiuti. Vogliamo dare un nome ai soggetti e alle istituzioni che hanno generato questo stato di cose.
Vogliamo leggere dei finanziamenti che l’Europa continua a fornire ai “paesi di confine” per frenare i flussi migratori. Vogliamo che le nostre comunità si sentano colpevoli e provino vergogna per le sofferenze, materiali e immateriali, che le nostre società e i nostri governi provocano a queste persone innocenti. Vogliamo un’assunzione di consapevolezza da parte di tutte e di tutti e vogliamo che questa consapevolezza alimenti un disagio generalizzato, che diventi spinta per un cambiamento strutturale e sistemico. Spinta per dire basta!
Šid, 8 gennaio 2021