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SIRIA: Ar-Raqqa, memorie dalle rovine

Nella conquista dello stato islamico e nella relativa azione di bombardamento americano per la liberazione, le vittime sono gli abitanti e la città di Raqqa, che è rimasta ferita nella distruzione dell’80 per cento dei suoi edifici secondo la stima di Amnesty International.

Scoppiata la guerra civile in Siria, è nella primavera del 2013 che la città viene conquistata dall’FSA (Free Syrian Army), e subito considerata il baluardo della rivoluzione, quando parallelamente si organizza quel movimento che poco dopo inizierà a incombere dalla vicina città di Slouk, e che è nel gennaio del 2014 prenderà totalmente il controllo di Raqqa, considerandola come la capitale del neonato califfato, che è comunemente denominato stato islamico o Da’ish, che è l’acronimo per al-Dawla al-Islāmiyya fī l-ʿIrāq wa l-Shām (Stato islamico di Iraq e della Grande Siria).

Della crudeltà e della violenza che le strade di Raqqa hanno visto dal 2014 al 2017 non vi è bisogno che ne parli dal momento che nell’immaginario di tutto l’Occidente è stata diffusa dall’organizzazione una continua sequenza di immagini e filmati; più interessante è porre l’attenzione sulla propaganda effettuata verso il resto dell’Oriente, decisamente più incentrata sulla presunta libertà e i benefici che lo stato avrebbe arrecato a chiunque si fosse unito alla causa.

Di questo argomento si parla diverse volte in una lunga intervista di Asiyah Llewellyn al ventiduenne Febri partito per Da’ish dall’Indonesia per il podcast Southeast Asia Dispatches di New Naratif nella doppia puntata Road to Raqqa.

Mappa tratta da Limes, La “liberazione” di Raqqa e la convivenza fra curdi e arabi di SiriaLibano

Nell’ottobre del 2017, l’ISIS viene respinto dagli Stati Uniti e dalla coalizione internazionale a colpi di bombardamenti aerei e di mortai, mentre da terra le SDF (Syrian Democratic Forces) entrano in città e ad oggi costituiscono anche nel territorio di Raqqa il confine di difesa contro l’invasione della Turchia dell’ottobre del 2019. Il territorio non è ancora riconosciuto dal regime siriano, che considera l’azione delle SDF con gli Stati Uniti come un’occupazione anch’essa.

Dal settembre 2020 il Consiglio del Partito dell’unione democratica (PYD) ha iniziato la campagna volta alla liberazione della zona dell’Eufrate dall’occupazione turca. Per restituire uno spaccato della rinascita della città consiglio il breve documentario di Benedetta Argentieri Blooming in the desert che attraverso la narrazione di Maryam Ibrahim, Awatef Al Issa e Hind Abdulaziz racconta la rinascita della città (per altro è distribuito gratuitamente da Open DDB – distribuzioni dal basso – qui https://www.openddb.it/film/blooming-in-the-desert/).

Dal giugno del 2019 il Consiglio civile di Raqqa sta portando avanti una faticosa ricostruzione dell’intero tessuto sociale, oltre che istituzionale: fra le tante misure che sta portando a termine vi è la ricostruzione del museo della città, uno dei maggiori centri della memoria siriaca e mesopotamica, La ricostruzione è stata possibile grazie all’organizzazione Ro’ya (che in arabo sta per visione), una delle tante che stanno lavorando per ricostruire la città, e sta avvenendo grazie agli stessi materiali di cui erano fatti gli edifici grazie a una produzione apposita proveniente dalla valle dell’Eufrate, che ha fornito materiale alla Mesopotamia fin dalle sue più antiche costruzioni.

Simbolicamente, come si ridà vita agli edifici con materiali antichi, così si valorizza il patrimonio culturale della città attraverso la memoria e il racconto della sua storia: in misura minima questo articolo cerca di cooperare a questo scopo, scegliendo per questo articolo di descrivere tre luoghi principi della città e la storia che si lega ad essi; da Raqqa mi sposterò ogni mese per seguire un viaggio immaginario e senza una continuità geografica nella Grande Siria.

There is no trace that ar-Râfiqah is an old city. It was built by al-Mansûr the “Commander of the Believers” in the year 155 (770/1 d.C.), according to the plan of his city in Baghdâdh. Al-Mansûr stationed in it an army of the people of Khurâsân and entrusted it to al-Mahdi, who was at that time the heir-apparent. Later, ar-Rashîd built its castles. Between ar-Raqqah and ar-Râfiqah lay a wide tract of sown land to which ‘Ali ibn-Sulaimân ibn-‘Ali moved the markets of ar-Raqqah when he came as governor to Mesopotamia. Previous to this, the greatest market of ar-Raqqah was called Sûk Hishâm al-‘Atîq (l’antico mercato di Hishâm).

[al-Imâm abu-l ‘Abbâs Ahmad ibn-Jâbir al-Balâdhuri, Kitâb futûh al-Buldân, 179 nell’ed. e trad. Philip Khûri Hitti, 1916]

Baghdad Bāb e sistema di fortificazioni sullo sfondo da http://wikimapia.org/6678695/Bab-al-Baghdad-Baghdad-Gate

La struttura più imponente che si incontra arrivando a Raqqa è la cinta muraria che circondava ar-Râfiqa, ma come mai due centri si trovano a così stretta distanza? In questa fondazione si vedono gli splendori della città perché è nel progetto di difendere i confini dell’impero islamico abbaside che si decide la costruzione a 200 m dalla città di una cittadella fortificata, ar-Râfiqa (la compagna). Quest’ultima velocemente crescerà con la costruzione di un’altra Grande Moschea, raggiungendo in grandezza Damasco, e andando a formare con Raqqa un’entità cittadina pari solo al grande centro abbaside di Baghdâd.

Con 132 torri per 5000 metri, un enorme serpente di mattoni d’argilla cingeva la città con solo tre apertura: una di esse era la porta cerimoniale, e questo capolavoro è la Bâb Baghdâd, la porta di Baghdâd. Costruita su due ordini, dei quali il secondo è un esempio di pregiatissima architettura abbaside riportando una serie di nicchie con archi trilobati poggianti su colonnette agganciate, è discussa la sua funzione nonostante la delicatezza delle decorazioni sembra alludere a un uso come autorappresentazione della propria ricchezza. Per chi fosse interessato, su questo tema un grande conoscitore della città – Stefan Heidemann – ha scritto nel 2006 un piccolo capitolo The Citadel of Al-Raqqa and Fortifications in the Middle Euphrates Area per il volume Muslim Military Architecture in Greater Syria (Leiden – New York).

In questo periodo ar-Raqqa si riempie di palazzi, almeno quattro dai dati archeologici, e la sua grande moschea diventa un punto di riferimento perché il califfo Hârûn ar-Rashîd la sceglie come sede per dodici anni, dal 180/796 al 192/808 d.C. e costruisce a nord delle due città un enorme complesso di 20 edifici, fra i quali il più grande misura oltre 100 km2, nei quali erano ospitati oltre al sovrano anche i membri della famiglia e tutto l’apparato di corte; il complesso diventa il centro delle decisioni militari e politiche dell’impero abbaside e soprattutto il luogo che difende il tesoro del califfato. Ma allontanandoci dalle alte sfere dell’impero, volevo ricordare anche l’opera di irrigazione – ancora oggi visibile – che porta avanti il califfo volta a condurre le acque dell’Eufrate proprio nel cuore della città, articolando due vie principali d’acqua che scandiscono il tessuto urbano come succede in molte città della zona, fino al sud dell’Arabia.

Questo sogno però finisce con la morte del califfo, quando il figlio al-Amîn con l’assenso della madre Zubayda trasferisce la ricchezza del califfato a Baghdâd. Raqqa rimarrà, per la sua grandezza e il suo splendore, il punto di riferimento ulteriore rispetto a Baghdâd ma dopo alterne vicende, sotto gli Zangidi e dopo gli Ayyubidi, diventerà completamente deserta con la distruzione mammelucca nel 1265 d.C. di tutti i centri tattici dell’impero. La sua vita vera e non come centro militare ricomincerà nel XIX sec. con lo stanziamento di un gruppo di Circassi come avamposto di controllo della regione, la Jazira, che si ripopolerà gradualmente fino ad arrivare a quasi centomila abitanti all’inizio degli anni ’80.

È proprio grazie al califfo Hârûn ar-Rashîd che la città diventa un polo di interesse per l’Occidente, che si avvicina allo studio della città quando vengono pubblicate le traduzioni francesi e inglesi di Alf Layla wa-Layla (Mille e una notte), del quale il califfo è uno dei protagonisti. Contemporaneamente nasce un mercato antiquario di uno dei beni che ha reso la città celebre per il suo artigianato, appartenente al periodo subito precedente alla sua completa distruzione, quello Ayyubide; e sono H.O. Havemeyer e L. Havemeyer a comprarne un numero significativo che diventerà il fondo del Metropolitan Museum of Art di New York, che nel 2006 – quasi a un secolo dalla scoperta – dedica una mostra nominata appositamente Raqqa revisited curata da Marylin Jenkins-Madina, del quale il catalogo è considerato già una pietra miliare nello studio dell’arte islamica (ed è disponibile openaccess come molte pubblicazioni dei musei americani sul sito del Metropolitan 1) .


Sono tre i tipi di ceramica che rintraccia: sottosmaltate, a vernice lucida e nere su smalto turchese. Rimettendo insieme diverse collezioni, fra le quali spicca l’attribuzione di molte ceramiche del museo di Konya in Anatolia centrale, Jenkins-Madina conclude che bisogna cambiare prospettiva per capire davvero la storia di quelle ceramiche e narrare una storia non di contrapposizione fra Occidente e Oriente, come tenta di fare l’impero ottomano nel momento della sua stabilizzazione, ma di scambi continui e forti fra l’oriente della Grande Siria e di Raqqa e l’occidente bizantino.

Tipologie ceramiche da Marylin Jenkins-Madina, Raqqa revisited, 2006, p. 222.

Infine come in un grande ciclo, il museo di Raqqa nella sua rinascita tornerà a mostrare quello che l’ISIS ha cercato di cancellare in maniera brutale e antistorica: la vita antica della città di Raqqa. In quell’area infatti si è individuato il sito della città babilonese di Tuttûl, ed è solo percorrendo le sale del Museo che ci si rende conto di quanto pesi quest’eredità preislamica sulla memoria dei cittadini: dagli scavi di Tell Sabi Abyad, Tell Bi’a, Tell Chuera, Tell Munbaqa, tutti siti nei paraggi della città, sono venuti fuori manufatti e epigrafi di ogni genere e periodo.

Si possono osservare infatti tavolette che risalgono alla fasi primo dinastica (2800 – 2500 a.C.) fino a quella medio babilonese (1500 – 1000 a.C.), riportanti diversi tipi di testi: un testo amministrativo del periodo Uruk V, o delle lettere di Tuttul, dei lessici e dei testi matematici come alcune iscrizioni regali di periodo neoassiro. Così, come per la sua storia semitica, vi corrisponde una storia ellenistica, dopo la conquista di Alessandro, il sovrano seleucide Seleuco II Kallinikos (246 – 226 a.C.) allarga il sito di Nicephorion, fondato dal primo grande sovrano seleucide Seleuco I Nikator (301 – 281 a.C.) rinominandolo Kallinikos/Callinicum; sarà sulle rovine di questo – causate dalla distruzione del grande re dei re Khûsraw I Anûshirwân nel 542 d.C., che Giustiniano costruirà il sito poi conquistato dall’impero islamico.

Iscrizione in accadico (KTT 001) dell’età Ebla (2350 – 2250 a.C.)

Come spesso succede per le città della Janîra, la loro storia è fatta di mutazione e cambiamenti, di passaggi di fronte e di influenze da oriente e da occidente, e restituisce questo amalgama di esperienze inedite nate dalla condivisione fra popoli di diverse lingue, di diversa cultura e di diversa religione.

Note

Note
1 https://www.metmuseum.org/art/metpublications/raqqa_revisited_ceramics_of_ayyubid_syria

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