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Perché la sorellanza a tutti i costi non è femminista?

Quello che sto per scrivere potrebbe non essere molto confortevole per molt femminist, soprattutto a quell che magari si sono appena avvicinat al movimento. Ma credo sia necessario ribadire un concetto che molto spesso viene frainteso, soprattutto dalle persone (MRA, men’s rights activists in primis) che pensano che il femminismo sia per la superiorità della donna e che un MBE (maschio bianco etero) sia nel torto a prescindere.

Partendo dal presupposto che basterebbe leggere un po’ di più circa il femminismo per sfatare questa convinzione, ma voglio lasciare loro il beneficio del dubbio e fare una confessione: anche io, quando iniziai ad avvicinarmi al femminismo, ritenevo la donna superiore all’uomo, e forse mi iniziai ad appassionare a questa filosofia pensando che il movimento fosse questo esattamente questo e mi sbagliavo.

Nessun nasce femminista anzi, nasciamo come ben sappiamo in una società eteropatriarcale che difficilmente ti fa rendere conto dei ruoli di genere, con la sua gerarchia di privilegi e scala di discriminazioni. Non bisogna dunque incriminare chi, come primo strumento di contrasto alla disparità, si butti verso la ginarchia. L’importante però è che poi si inizia a comprendere i meccanismi che ci sono dietro a questo dislivello di diritti fra i due generi.

Poi si cresce, si studia, si legge, si conoscono persone ed altr femminist, e ti rendi conto che non si può costruire la parità se noi in primis ci imponiamo come superiori al sesso/identità di genere opposto.

Ma torniamo indietro: la sorellanza a tutti i costi.

Non so se è capitato anche a voi, ma quando ci si definisce pubblicamente femminista le persone ti incolpano o si meravigliano che non stiate dalla parte delle donne a prescindere. Quando sei femminista e non prendi le parti di una donna o, peggio ancora, critichi una donna perché è stata, ad esempio, razzista nei confronti di un altra persona, arrivano ondate di critiche poiché, essendo femminista, dovresti stare dalla parte delle donne indipendentemente da cosa faccia o dica questa donna.

No, essere femminista non significa stare dalla parte delle donne sempre. E vi racconto come posso il perché.

Il femminismo significa stare dalla parte della parità e dell’uguaglianza, non dalla parte di un sesso biologico o identità di genere ben specifico. Sarebbe una vera e propria discriminazione.

Infatti, il dare per scontato che una donna abbia ragione non fa di noi una buon femminist, ma una persona con dei pregiudizi a favore della donna, e ciò non fa bene al movimento e quindi a noi.

Non fraintendetemi, io faccio costantemente il tifo per le donne. Per troppo tempo le donne sono state messe al secondo posto, ostacolate nel realizzare i loro sogni e grandi cose, sfiduciate nelle loro reali possibilità solo perché donne. Hanno quasi sempre dovuto faticare il doppio per raggiungere anche solo la metà del risultato che raggiunge un uomo. Ma quando sei dentro al movimento per tanto tempo, questa riflessione viene spontanea e naturale.

La sorellanza, come sappiamo bene, è una delle armi più potenti contro il patriarcato: le donne, o anche le persone in generali, se prese singolarmente sono più gestibili, ecco perché ci hanno sempre suggerito di essere le une contro le altre, in costante competizione e molto spesso per conquistare il principe azzurro (l’accettazione del maschio, in poche parole. Inconsciamente agiamo quasi sempre per cercare di entrare nel “club del maschio” di cui, per ovvie ragioni biologiche, di genere e sociali, rimane impossibile entrarci).

La società, in molti modi (come i film, le battute, racconti ecc) ci ha cresciute ripetendoci che le altre donne sarebbero state le nostre peggiori nemiche, ma questo perché chi detiene il potere (in questo caso l’universo maschilista) sa che le persone discriminate si possono continuare a controllare solo una volta e separatamente. Ma capito questo, non bisogna cadere nella trappola al contrario, senza essere nemmeno troppo dure con se stess.

Altra confessione: tutt’ora quando guardo una donna in minigonna e magra provo invidia. Ma ciò non mi rende una cattiva femminista proprio perché mi rendo conto di questo giudizio automatico e mi chiedo da dove provenga. Basta pensarci un attimo su, analizzarlo, che ci si rende conto che questo mio giudizio negativo espresso verso una donna è figlio di una mia opinione con la quale io stessa non sono d’accordo, ma è stato creato dal mio (nostro) retaggio culturale patriarcale (come dicevo prima, non si nasce femminist, la maggior parte delle volte lo si diventa).

Ho molti pensieri automatici in cui non sono più d’accordo, ma sono felice di aver cambiato la mia prospettiva e di migliorarla ogni giorno leggendo, studiando, conoscendo, scrivendo.

Quando vedo quella ragazza in minigonna penso che vuole attenzioni, ma qualora fosse vero ora riesco a capire che non è un crimine ricercarne e comunque non è affar mio, come non lo è per l* altr. Ora so e sono convinta che il corpo di una persona non debba essere oggetto di discussione, e per me i vestiti che decide di indossare quella donna rientrano in questo discorso.

Grazie al femminismo io ora ho gli strumenti per auto-analizzarmi e capire la mia reale opinione, capire quali sono i miei trigger che mi portano ad avere una reazione negativa nei confronti di una donna e capire se la mia opinione sia vera, quindi con la mia nuova concezione femminista, o figlia del patriarcato che ha creato in me lo stereotipo di genere.

Con questa autocoscienza femminista, meglio dalla terapia su certi aspetti, ora so quando il mio giudizio negativo verso una donna è per stereotipo dovuto dal mio retaggio maschilista o perché quella donna magari non rispetta il mio pensiero ideologico, politico e/o religioso. Il fatto che una persona sia donna non significa che faccia solo cose positive, ne che non si possa criticare.

E in quanto femminista ho tutto il diritto di criticare, qualora servisse, uomo o donna o no-binary che sia

Il trucco sta proprio nel fare riferimento alle azioni delle persone e non alle persone nella loro totalità, come dovremmo farlo con qualsiasi altra categoria più o meno vulnerabile: perciò parlo male dei comportamenti di una donna, ma mai di una donna di per se.

Lo stesso vale per l’uomo: non si può considerare l’uomo indipendentemente dalle sue azioni cattivo e contro il femminismo, non a caso siamo contro il patriarcato e non contro gli uomini a prescindere. Esistono uomini femministi e giudicare una persona in base al sesso o identità di genere va totalmente contro alla nostra filosofia politica.

Ecco perché credo che la sorellanza a tutti costi sia controproducente: trattare una donna in maniera più morbida, e prendere le sue parti obbligatoriamente solo perché donna, senza contare le sue azioni, diventa una vera e propria discriminazione. Sarebbe lo stesso gioco del “club del maschio” in cui tutti quelli che ne fanno parte coprono e giustificano i comportamenti violenti solo perché maschi dando la colpa alle donne. Noi dovremmo andare contro a tutto questo.

Una donna non è soltanto una donna, è una persona. Se una donna commette atti razzisti o omofobi io critico la sua omofobia e non il suo sesso di appartenenza, di cui faccio parte anche io. La sorellanza non esiste senza l’etica, altrimenti diventeremmo sessiste e geniarchiche.

Sostenersi tra donne non significa quindi giustificare qualsiasi comportamento in nome della sorellanza. Anzi, sorellanza è anche confrontarsi e discutere quando non si è d’accordo, specialmente se c’è volontà da entrambe le parti, e crescere insieme, e femministe.

Bibliografia:

Parità in Pillole di Irene Facheris

Rivoluzione Z di Giulia Blasi

Manuale per ragazze rivoluzionarie di Giulia Blasi.

Benedetta La Penna è una scrittrice, speaker radiofonica e attivista femminista di Pescara. Collabora con diverse testate nazionali come BL magazine, dove cura la rubrica sul femminismo intersezionale e Pressenza, dove racconta della situazione dei diritti umani e civili in zona Pescara e dintorni. È autrice e speaker del programma “Stand up! Voci di resistenza” su Radio Città Pescara Popolare Network”.

Comments (5)

  • Paola

    buongiorno. Vorrei manifestare il mio dissenso su due affermazioni che ho letto. La prima, una ragazza o una donna che indossa un minigonna non cerca attenzione (del maschio). Lo fa perchè le piace sentirsi bella, per sè. A meno che non ci troviamo di fronte a particolari donne con modelli estetici spinti all’estremo, mi riferisco alle donne che attraverso chirurgia estetica, trucco pesante, e abbigliamento molto succinto prendono le sembianze di una bambola gonfiabile (mi passi l’espressione brutale), io credo che una donna si vesta e si trucchi in un certo modo solo ed esclusivamente per se stessa. E anche nel caso “bambola gonfiabile”, dobbiamo andare al di là di quello che appare e non avere un atteggiamento critico, ma capire che dietro ci sono dei limiti ideologici di ricerca del sè. Riguardo al fatto che non dobbiamo essere sorelle a tutti i costi, è chiaro che sono d’accordo, ma mi è capitato più volte di essere aggredita verbalmente da donne sedicenti di sinistra e femministe, in modo duro, aggressivo, autoritario, autoreferenziale, senza tener conto del fatto che davanti si aveva una donna e non una nemica. Atteggiamenti di questo genere, maschili e machisti sono da evitare, specie nei confronti del proprio stesso sesso.
    grazie dell’attenzione
    PS quando vedo una bella donna in minigonna o no, io la guardo e la ammiro. Amo la bellezza delle donne. Come quella degli uomini.

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    • Benedetta

      Dopo un ‘autoanalisi femminista, anche io la penso esattamente come Lei. Ma inizialmente, lo ammetto, non riuscivo ad avere questa consapevolezza, a causa di un background patriarcale. Ma adesso, ripeto, come scritto nell’articolo, quando vedo una donna in minigonna la ammiro e non penso automaticamente che lo fa per lo sguardo maschile in maniera automatica.
      Ma anche se una donna lo facesse per attirare l’attenzione a noi che ci importa? Bisogna rispettarlo, è lapalissiano per me.

      La chiavi sono la consapevolezza e il consenso. 🙂

      Qui non parlo infatti delle donne che si truccano, ho fatto un esempio: ma delle donne che non hanno etica. Se una donna non ha etica, non devo essere per forza solidale con lei.

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  • ned

    l’eterosessualità di per sè non è patriarcale, l’omofobia lo è. uomini e donne cis e uomini e donne trans esistono e vanno rispettati

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    • Benedetta

      L’eterosessualità di per se infatti non lo è, ma è l’orientamento sessuale che rispecchia il canone prestabilito dalla società patriarcale. A mio parere, ogni persona, cis o trans o no-binary che sia, va rispettata, senza alcun dubbio.

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  • Giancarlo

    Sono assolutamente d’accordo quando sostiene che la sorellanza non è femminismo. Tuttavia mi chiedo se, per superare il patriarcato, non sia utile una forzatura ginarchica. Insomma, se un poco di sorellanza, anche se è discriminatoria verso il sesso maschile, non possa aiutare ad accorciare i tempi per arrivare ad una effettiva parità di genere. A mio avviso si, e pazienza se a farne le spese sia qualcuno del sesso di cui faccio parte ed in cui trovo molta superficialità, per non dire altro, nell’affrontare questo argomento. Tesi (patriarcato) antitesi (ginarchia) sintesi (parità dei ruoli).

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